Questa è la lettera consegnata ai rappresentanti della Commissione Biodiversità del Parco dell'Alta Murgia in merito alle posizioni espresse dal sottoscritto e dalle organizzazione da me rappresentate circa la possibilità che nel territorio del Parco potessero sorgere impianti industriali di produzione di energia eolica e fotovoltaica.
Alla c.a. dei rappresentanti dell’Ente Nazionale Parco dell’Alta Murgia
Facendo seguito della richiesta di parere in merito alla possibilità che all’interno dell’area del Parco dell’Alta Murgia possano insediarsi impianti di produzione di energia fotovoltaica ed energia eolica, così come emerso durante l’incontro tra le associazioni e i rappresentanti dell’Ente Parco dell’Alta Murgia del giorno 07 ottobre 2008, il sottoscritto Dr. Pietro Perrucci, la Coop. A.R.E.S., l’Associazione Culturale VIAGRAN ed il Forum Ambientalista, esprimono comunemente la loro contrarietà circa la possibilità che i suddetti impianti possano essere installati nell’area del Parco dell’Alta Murgia, in quanto la loro installazione è contraria alla funzione di salvaguardia ambientale paesaggistica e territoriale dello stesso Ente Parco. Unica eccezione a questo parere contrario viene espressa, altresì comunemente, per i soli impianti ad uso civile di produzione di energia fotovoltaica collocabili sui tetti, a condizione che:
a) la struttura abitativa su cui viene montato l’impianto non abbia alcun valore e/o vincolo storico e/o architettonico;
b) l’impianto non influisca in nessun modo sulla possibilità di nidificazione dell’avifauna;
c) siano collocati solo sui tetti e non nelle pertinenze;
d) sia finalizzato alla produzione di energia per uso civile.
Gravina in Puglia, 4 novembre 2008
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mercoledì 28 ottobre 2009
NO ALL'EOLICO ED AL FOTOVOLTAICO SUL PARCO NAZIONALE DELL'ALTA MURGIA
Criteri di Valutazione per il Piano Paesaggistico della Regione Puglia
Ho partecipato alla conferenza per la presentazione dell’avanzamento del “Piano Paesaggistico Territoriale della Regione Puglia” tenutasi ad Altamura il 10 dicembre scorso con l’intento di capire come gli elementi di questo processo di policy vengano tradotti operativamente in termini di pianificazione e di programmazione e debbo dire che, malgrado il notevole ed apprezzabile sforzo per il lavoro che è stato fin qui prodotto, anche in questa esperienza di pianificazione, al pari delle altre che sono in corso nella nostra Regione, vi sono state alcune carenze.
Benché incardinato sui due importanti criteri guida, “organizzazione delle conoscenze” e “formazione del consenso”, tale processo è apparso carente sul piano metodologico soprattutto per la mancanza di apporti geografici e per la mancanza di apporti più specificatamente antropologici alla costruzione del piano, i primi, in grado di individuare ed inquadrare su base territoriale quei processi e quelle dinamiche specifiche del territorio della Regione Puglia, gli altri, in grado di interpretare e qualificare la fenomenologia dell’azione antropica legata a questi processi e a queste dinamiche.
La mancanza di questi due tipi di apporti non è un fatto marginale: benché la geografia e l’antropologia sono considerati strumenti “non indispensabili” per la pianificazione del territorio è un fatto notorio che senza di questi due strumenti non si può disporre di quelle modalità interpretative e previsionali dei processi e delle dinamiche del territorio, per analizzarli in chiave evolutiva.
Per questo è molto forte il timore che il Piano Paesaggistico della Regione Puglia, non potrà offrire quel contributo pieno nella elaborazione degli interventi e delle politiche del territorio dell’ambiente e dello sviluppo socioeconomico in generale.
Questo timore, quindi, porta anche alla necessità di una revisione di tutto il processo di pianificazione, sulla base di quelle che sono le più moderne ed innovative impostazioni dei processi di policy.
Pertanto, in attesa di vedere nella sua interezza la realizzazione di questo Piano Paesaggistico, vi propongo alcuni criteri che possono guidare la formulazione di un giudizio per farne una valutazione criteriata:
a) Attinenza (coerenza degli obiettivi e delle attività, del piano con gli impatti e gli effetti che si attendono)
b) Rilevanza (se le azioni sono coerenti con gli obiettivi)
c) coerenza interna (obiettivi, azioni, risultati e risorse, del processo)
d) coerenza esterna (coerenza rispetto ad altri processi dello stesso enti e coerenza rispetto ad altri processi di altri enti)
e) efficacia (se i risultati consentono di dire che gli obiettivi sono stati raggiunti)
f) efficienza (se i risultati sono coerenti con le risorse impegnate)
g) utilità (i vantaggi e le esternalità apportate)
h) sostenibilità (la durata nel tempo)
Benché incardinato sui due importanti criteri guida, “organizzazione delle conoscenze” e “formazione del consenso”, tale processo è apparso carente sul piano metodologico soprattutto per la mancanza di apporti geografici e per la mancanza di apporti più specificatamente antropologici alla costruzione del piano, i primi, in grado di individuare ed inquadrare su base territoriale quei processi e quelle dinamiche specifiche del territorio della Regione Puglia, gli altri, in grado di interpretare e qualificare la fenomenologia dell’azione antropica legata a questi processi e a queste dinamiche.
La mancanza di questi due tipi di apporti non è un fatto marginale: benché la geografia e l’antropologia sono considerati strumenti “non indispensabili” per la pianificazione del territorio è un fatto notorio che senza di questi due strumenti non si può disporre di quelle modalità interpretative e previsionali dei processi e delle dinamiche del territorio, per analizzarli in chiave evolutiva.
Per questo è molto forte il timore che il Piano Paesaggistico della Regione Puglia, non potrà offrire quel contributo pieno nella elaborazione degli interventi e delle politiche del territorio dell’ambiente e dello sviluppo socioeconomico in generale.
Questo timore, quindi, porta anche alla necessità di una revisione di tutto il processo di pianificazione, sulla base di quelle che sono le più moderne ed innovative impostazioni dei processi di policy.
Pertanto, in attesa di vedere nella sua interezza la realizzazione di questo Piano Paesaggistico, vi propongo alcuni criteri che possono guidare la formulazione di un giudizio per farne una valutazione criteriata:
a) Attinenza (coerenza degli obiettivi e delle attività, del piano con gli impatti e gli effetti che si attendono)
b) Rilevanza (se le azioni sono coerenti con gli obiettivi)
c) coerenza interna (obiettivi, azioni, risultati e risorse, del processo)
d) coerenza esterna (coerenza rispetto ad altri processi dello stesso enti e coerenza rispetto ad altri processi di altri enti)
e) efficacia (se i risultati consentono di dire che gli obiettivi sono stati raggiunti)
f) efficienza (se i risultati sono coerenti con le risorse impegnate)
g) utilità (i vantaggi e le esternalità apportate)
h) sostenibilità (la durata nel tempo)
Comunicazioni sul Progetto Bibliomurgia
Gentilissimi,
riporto in questo articolo le informazioni che mi avete richiesto in merito al Progetto Bibliomurgia, chiedendovi scusa per non avervi aggiornato per tempo sull’esito di questo Progetto.
Come tutti sapete, l’idea di base su cui poggia il Progetto Bibliomurgia è quella di “creare una rete informatizzata tra tutte le biblioteche situate nei tredici comuni del Parco” (Altamura, Andria, Bitonto, Cassano delle Murge, Corato, Gravina in Puglia, Grumo Appula, Minervino Murge, Poggiorsini, Santeramo in Colle, Spinazzola, Toritto), e le finalità e le valenze di questa idea sono le seguenti:
- sociale, consentire l’accesso simultaneo a tutte le biblioteche del Parco, nonché la fruizione e la disponibilità del loro patrimonio bibliografico, archivistico, multimediale e storico;
- culturale, incrementare il bagaglio culturale di ogni utente/cittadino mediante questo accesso simultaneo a quelle che sono una delle fonti primarie del sapere e della conoscenza;
- istituzionale, accrescere la capacità e la visibilità dell’Ente Parco e degli altri Enti Locali per il sostegno che la rete può dare alle loro attività amministrative;
- economica, in una società in cui l’informazione e la comunicazione sono risorse strategiche per l’economia, una rete delle biblioteche può contribuire a generare nuova informazione, nuova comunicazione e quindi, generare nuova ricchezza;
- scientifica, agevolare gli studi e la ricerca e rendere possibile lo scambio e la condivisione delle informazioni e delle esperienze (best practice e/o benchmarking);
- coesione, la rete delle biblioteche del Parco Nazionale dell’Alta Murgia può rafforzare la sua coesione sociale, economica e territoriale, rendendo più condivise e più partecipate le sue politiche di tutela ambientale, di sviluppo sostenibile e di salvaguardia della biodiversità.
Per lo sviluppo del Progetto Bibliomurgia furono previste le seguenti fasi:
I) Analisi di contesto e metodologia di lavoro;
II) Tavolo per la fattibilità (amministrativa, tecnica, operativa, procedurale e finanziaria);
III) Piano e fonti di finanziamento;
IV) Monitoraggio, valutazione e comunicazione.
Questa idea progettuale è stata ulteriormente sviluppata in una relazione di 21 pagine intitolata “PROGETTO BIBLIOMURGIA. Lo stato dell’arte al 31 luglio 2009”, relazione che ho consegnato nella mattinata del 31 agosto 2009 all’Ente Parco Nazionale dell’Alta Murgia, affinché potesse essere discussa per la riunione del Consiglio del Parco dell’11 settembre 2009.
Purtroppo, ciò non è avvenuto e non è avvenuto neanche all’altra riunione del Consiglio del Parco, quella del 15 ottobre scorso, e quindi, come potete capire, più che di una mancanza, il mio ritardo nel darvi le informazioni era dovuto possibilità che da un momento all’altro giungessero informazioni per aggiornarvi sull’esito di questo progetto.
Al momento, quindi, restando in attesa che queste informazioni giungano il prima possibile, l’unica cosa che posso fare è quella di illustrarvi per punti salienti cosa è stato fatto finora per il Progetto Bibliomurgia.
In linea generale, lo sviluppo del Progetto Bibliomurgia si è articolato nei seguenti aspetti:
- L’attuale condizione sulla funzione sociale e culturale delle biblioteche del Parco
- La condizione di autoreferenzialità
- Il completamento delle analisi di contesto
- Il quadro generale degli interventi
- L’individuazione delle fonti di finanziamento
- Il Piano Pluriennale di Attuazione dell’Asse IV, PO FESR 2007-2013 – Regione Puglia
- Le azioni previste per la seconda fase del progetto
Inoltre, sempre in questa relazione di 21 pagine, sono state completate le Analisi di contesto e confermata la Metodologia di lavoro. In riferimento a quest’ultimo aspetto, posso dirvi che la metodologia di lavoro sarà la stessa per tutte le altre fasi del Progetto e questo sia per effetto del consenso ricevuto già in sede di presentazione del Progetto Bibliomurgia (23 maggio 2009), sia perché si è puntato tutto sulla condivisione, intesa come concreta opportunità di partecipazione ed inclusione nello sviluppo di attività legate alla progettualità, e sulla governance, intesa non nel senso italiano della partecipazione degli Enti Locali alla definizione del progetto, ma come insieme di regole che permetteranno alle biblioteche della rete Bibliomurgia di sviluppare processi di partnership, di networking e di cooperazione, a vari livelli.
Per effetto di questi due aspetti del metodo di lavoro è importare ribadire che le biblioteche del Parco incluse nel Progetto Bibliomurgia, non sono considerate soltanto come i beneficiari di questo progetto di rete, ma viene data loro la possibuilità di essere i veri artefici, i veri protagonisti, della stessa progettazione.
Infine, l'ultima importante attività che è stata svolta riguarda la ricerca delle fonti di finanziamento che si sono individuate. Infatti, oltre all’asse IV del PO FESR 2007-2013 della Regione Puglia, si sono individuate anche le risorse del POIN 2007-2013 “Attrattori Culturali, Natura e Turismo” (anche se in questo caso occorre che il Parco faccia pressione per rientrare tra i poli attrattori delle risorse di questo programma interregionale) e le risorse del Piano per il Parco, almeno per finanziare il Progetto Bibliomurgia nella fase iniziale.
Con l’impegno di informarvi presto sugli ulteriori sviluppi di questo progetto, colgo l’occasione di porgervi distinti saluti.
Pietro Perrucci
riporto in questo articolo le informazioni che mi avete richiesto in merito al Progetto Bibliomurgia, chiedendovi scusa per non avervi aggiornato per tempo sull’esito di questo Progetto.
Come tutti sapete, l’idea di base su cui poggia il Progetto Bibliomurgia è quella di “creare una rete informatizzata tra tutte le biblioteche situate nei tredici comuni del Parco” (Altamura, Andria, Bitonto, Cassano delle Murge, Corato, Gravina in Puglia, Grumo Appula, Minervino Murge, Poggiorsini, Santeramo in Colle, Spinazzola, Toritto), e le finalità e le valenze di questa idea sono le seguenti:
- sociale, consentire l’accesso simultaneo a tutte le biblioteche del Parco, nonché la fruizione e la disponibilità del loro patrimonio bibliografico, archivistico, multimediale e storico;
- culturale, incrementare il bagaglio culturale di ogni utente/cittadino mediante questo accesso simultaneo a quelle che sono una delle fonti primarie del sapere e della conoscenza;
- istituzionale, accrescere la capacità e la visibilità dell’Ente Parco e degli altri Enti Locali per il sostegno che la rete può dare alle loro attività amministrative;
- economica, in una società in cui l’informazione e la comunicazione sono risorse strategiche per l’economia, una rete delle biblioteche può contribuire a generare nuova informazione, nuova comunicazione e quindi, generare nuova ricchezza;
- scientifica, agevolare gli studi e la ricerca e rendere possibile lo scambio e la condivisione delle informazioni e delle esperienze (best practice e/o benchmarking);
- coesione, la rete delle biblioteche del Parco Nazionale dell’Alta Murgia può rafforzare la sua coesione sociale, economica e territoriale, rendendo più condivise e più partecipate le sue politiche di tutela ambientale, di sviluppo sostenibile e di salvaguardia della biodiversità.
Per lo sviluppo del Progetto Bibliomurgia furono previste le seguenti fasi:
I) Analisi di contesto e metodologia di lavoro;
II) Tavolo per la fattibilità (amministrativa, tecnica, operativa, procedurale e finanziaria);
III) Piano e fonti di finanziamento;
IV) Monitoraggio, valutazione e comunicazione.
Questa idea progettuale è stata ulteriormente sviluppata in una relazione di 21 pagine intitolata “PROGETTO BIBLIOMURGIA. Lo stato dell’arte al 31 luglio 2009”, relazione che ho consegnato nella mattinata del 31 agosto 2009 all’Ente Parco Nazionale dell’Alta Murgia, affinché potesse essere discussa per la riunione del Consiglio del Parco dell’11 settembre 2009.
Purtroppo, ciò non è avvenuto e non è avvenuto neanche all’altra riunione del Consiglio del Parco, quella del 15 ottobre scorso, e quindi, come potete capire, più che di una mancanza, il mio ritardo nel darvi le informazioni era dovuto possibilità che da un momento all’altro giungessero informazioni per aggiornarvi sull’esito di questo progetto.
Al momento, quindi, restando in attesa che queste informazioni giungano il prima possibile, l’unica cosa che posso fare è quella di illustrarvi per punti salienti cosa è stato fatto finora per il Progetto Bibliomurgia.
In linea generale, lo sviluppo del Progetto Bibliomurgia si è articolato nei seguenti aspetti:
- L’attuale condizione sulla funzione sociale e culturale delle biblioteche del Parco
- La condizione di autoreferenzialità
- Il completamento delle analisi di contesto
- Il quadro generale degli interventi
- L’individuazione delle fonti di finanziamento
- Il Piano Pluriennale di Attuazione dell’Asse IV, PO FESR 2007-2013 – Regione Puglia
- Le azioni previste per la seconda fase del progetto
Inoltre, sempre in questa relazione di 21 pagine, sono state completate le Analisi di contesto e confermata la Metodologia di lavoro. In riferimento a quest’ultimo aspetto, posso dirvi che la metodologia di lavoro sarà la stessa per tutte le altre fasi del Progetto e questo sia per effetto del consenso ricevuto già in sede di presentazione del Progetto Bibliomurgia (23 maggio 2009), sia perché si è puntato tutto sulla condivisione, intesa come concreta opportunità di partecipazione ed inclusione nello sviluppo di attività legate alla progettualità, e sulla governance, intesa non nel senso italiano della partecipazione degli Enti Locali alla definizione del progetto, ma come insieme di regole che permetteranno alle biblioteche della rete Bibliomurgia di sviluppare processi di partnership, di networking e di cooperazione, a vari livelli.
Per effetto di questi due aspetti del metodo di lavoro è importare ribadire che le biblioteche del Parco incluse nel Progetto Bibliomurgia, non sono considerate soltanto come i beneficiari di questo progetto di rete, ma viene data loro la possibuilità di essere i veri artefici, i veri protagonisti, della stessa progettazione.
Infine, l'ultima importante attività che è stata svolta riguarda la ricerca delle fonti di finanziamento che si sono individuate. Infatti, oltre all’asse IV del PO FESR 2007-2013 della Regione Puglia, si sono individuate anche le risorse del POIN 2007-2013 “Attrattori Culturali, Natura e Turismo” (anche se in questo caso occorre che il Parco faccia pressione per rientrare tra i poli attrattori delle risorse di questo programma interregionale) e le risorse del Piano per il Parco, almeno per finanziare il Progetto Bibliomurgia nella fase iniziale.
Con l’impegno di informarvi presto sugli ulteriori sviluppi di questo progetto, colgo l’occasione di porgervi distinti saluti.
Pietro Perrucci
lunedì 26 ottobre 2009
CRISI ECONOMICA E CREDITO ALLE PMI
Il convegno che si è svolto su questo tema in data 25 ottobre 2009, mi offre l’opportunità per sviluppare una riflessione sulla condizione delle piccole e medie imprese localizzate sul nostro territorio, sul come queste imprese hanno affrontato le sfide imposte dalla globalizzazione, sul come hanno vinto queste sfide e sulla conseguente impossibilità di tradurre questi loro risultati, queste loro performance, in opportunità di sviluppo socioeconomico per il nostro territorio, proprio a causa di una difficoltà nell’accedere al credito d’impresa.
Diverse imprese del nostro territorio hanno affrontato e vinto la competizione e la concorrenza internazionale in mercati esteri in diversi settori, agroalimentare, ICT e meccanica, tuttavia non riescono ad ottenere dalle banche quel credito e quel supporto per trasformare le nostre piccole e medie imprese in leader mondiali nei vari settori in cui operano. Sotto questo aspetto, molto emblematica è risultata essere l’esperienza di un’azienda locale che opera nel settore della meccanica che, per essere riuscita a creare un particolare congegno elettromeccanico nell’ambito dei carrelli elevatori, aveva vinto la concorrenza del leader mondiale in questo particolare settore, al punto che questa azienda leader è stata costretta a licenziare decine e decine di migliaia di dipendenti in tutte le sue sedi sparse nel mondo. Ora, nell’ambito dei processi della globalizzazione è facile attendersi che l’impresa che vince la concorrenza internazionale assorba l’impresa che perde questa sfida, ed invece, nel caso della nostra azienda locale, ciò non è stato possibile perché la piccola dimensione di questa impresa non avrebbe mai potuto accedere ad un volume di credito così elevato, necessario per assorbire questo colosso mondiale.
Morale della favola, le imprese e le aziende bancarie e del credito nel nostro territorio non sono in grado di supportare le piccole e medie imprese nell’affrontare le sfide della globalizzazione e la rabbia dei piccoli e medi imprenditori sta proprio nella loro impossibilità di accedere al credito rispetto alle le grandi imprese che, magari, pur perdendo le sfide poste della globalizzazione e quindi pur essendo inefficienti, hanno più opportunità di accedere al credito per la loro dimensione e la loro maggior visibilità.
A questo controsenso si aggiunge un altro grande controsenso presente all’economia di oggi: l’attuale crisi economica è stata causata da leaders mondiali delle banche e della finanza soprattutto statunitensi, cioè del paese che guida il processo di globalizzazione, e per causa proprio delle multinazionali del credito e della finanza che la crisi è arrivata anche alle imprese degli altri settori economici. Di conseguenza, le imprese piccole e medie imprese si trovano in difficoltà proprio dagli operatori del credito. A questo, si aggiunge ovviamente un’atra considerazione e cioè, mancando concrete possibilità di accesso al credito e dovendo assorbire le conseguenze della crisi, le nostre PMI non si possono espandere, non possono diventare leader mondiali e quindi non possono incidere sullo sviluppo socioeconomico del nostro territorio, in termini crescita del loro fatturato, in termini di aumento del PIL regionale, in termini di creazione dell’indotto e in termini nuova occupazione.
Questi aspetti, quindi, sono sintomatici di una grande distanza che esiste tra il mondo dell’impresa e il mondo della finanza e nonostante i numerosi strumenti che vengono attivati per ridurre questa distanza, oggi ci ritroviamo ancora con pressanti richieste che giungono dalle imprese per richiedere credito finalizzato alla internazionalizzazione delle imprese e quindi per la formazione, per l’uso dei fondi e delle risorse europee, per gli investimenti in R & S, per l’avvio di partenariati internazionali volti soprattutto allo sviluppo di sinergie strategiche, ecc..., e questo quadro evidenzia una carenza culturale che non permette che questi due mondi dell’economia – impresa e finanza – siano vicini ed operino in sinergia. Sotto questo aspetto, neanche la politica sembra riuscire a risolvere questo problema, dal momento che gli interventi che questa mette in atto, non sono quasi mai frutto di un’analisi ragionata dei problemi e di una loro precisa ed obiettiva interpretazione, ma sono quasi sempre interventi che vedono l’esercizio di un potere dei suoi rappresentanti, nel favorire ora l’imprenditore, ora la banca, a seconda del caso. Cosicché, allargando questo discorso in una prospettiva generale, si può dire che a causa della politica, non solo non si predispongono adeguati interventi per facilitare l’accesso delle PMI, ma si opera facendo in modo che non vi sia più un mercato del credito, che non esista più una domanda ed un’offerta del credito e quindi, che non vi sia più una economia del credito.Per questo, forse, sarebbe utile accogliere quella proposta emersa in questa sede, cioè di creare una struttura-osservatorio del credito, che attraverso un monitoraggio continuo di tutte le imprese che operano sul territorio, si elaborino strumenti creditizi ad hoc, per interventi “case by case”, ovvero su misura a seconda dell’azienda che ne fa richiesta e a seconda delle sue particolari esigenze.
Diverse imprese del nostro territorio hanno affrontato e vinto la competizione e la concorrenza internazionale in mercati esteri in diversi settori, agroalimentare, ICT e meccanica, tuttavia non riescono ad ottenere dalle banche quel credito e quel supporto per trasformare le nostre piccole e medie imprese in leader mondiali nei vari settori in cui operano. Sotto questo aspetto, molto emblematica è risultata essere l’esperienza di un’azienda locale che opera nel settore della meccanica che, per essere riuscita a creare un particolare congegno elettromeccanico nell’ambito dei carrelli elevatori, aveva vinto la concorrenza del leader mondiale in questo particolare settore, al punto che questa azienda leader è stata costretta a licenziare decine e decine di migliaia di dipendenti in tutte le sue sedi sparse nel mondo. Ora, nell’ambito dei processi della globalizzazione è facile attendersi che l’impresa che vince la concorrenza internazionale assorba l’impresa che perde questa sfida, ed invece, nel caso della nostra azienda locale, ciò non è stato possibile perché la piccola dimensione di questa impresa non avrebbe mai potuto accedere ad un volume di credito così elevato, necessario per assorbire questo colosso mondiale.
Morale della favola, le imprese e le aziende bancarie e del credito nel nostro territorio non sono in grado di supportare le piccole e medie imprese nell’affrontare le sfide della globalizzazione e la rabbia dei piccoli e medi imprenditori sta proprio nella loro impossibilità di accedere al credito rispetto alle le grandi imprese che, magari, pur perdendo le sfide poste della globalizzazione e quindi pur essendo inefficienti, hanno più opportunità di accedere al credito per la loro dimensione e la loro maggior visibilità.
A questo controsenso si aggiunge un altro grande controsenso presente all’economia di oggi: l’attuale crisi economica è stata causata da leaders mondiali delle banche e della finanza soprattutto statunitensi, cioè del paese che guida il processo di globalizzazione, e per causa proprio delle multinazionali del credito e della finanza che la crisi è arrivata anche alle imprese degli altri settori economici. Di conseguenza, le imprese piccole e medie imprese si trovano in difficoltà proprio dagli operatori del credito. A questo, si aggiunge ovviamente un’atra considerazione e cioè, mancando concrete possibilità di accesso al credito e dovendo assorbire le conseguenze della crisi, le nostre PMI non si possono espandere, non possono diventare leader mondiali e quindi non possono incidere sullo sviluppo socioeconomico del nostro territorio, in termini crescita del loro fatturato, in termini di aumento del PIL regionale, in termini di creazione dell’indotto e in termini nuova occupazione.
Questi aspetti, quindi, sono sintomatici di una grande distanza che esiste tra il mondo dell’impresa e il mondo della finanza e nonostante i numerosi strumenti che vengono attivati per ridurre questa distanza, oggi ci ritroviamo ancora con pressanti richieste che giungono dalle imprese per richiedere credito finalizzato alla internazionalizzazione delle imprese e quindi per la formazione, per l’uso dei fondi e delle risorse europee, per gli investimenti in R & S, per l’avvio di partenariati internazionali volti soprattutto allo sviluppo di sinergie strategiche, ecc..., e questo quadro evidenzia una carenza culturale che non permette che questi due mondi dell’economia – impresa e finanza – siano vicini ed operino in sinergia. Sotto questo aspetto, neanche la politica sembra riuscire a risolvere questo problema, dal momento che gli interventi che questa mette in atto, non sono quasi mai frutto di un’analisi ragionata dei problemi e di una loro precisa ed obiettiva interpretazione, ma sono quasi sempre interventi che vedono l’esercizio di un potere dei suoi rappresentanti, nel favorire ora l’imprenditore, ora la banca, a seconda del caso. Cosicché, allargando questo discorso in una prospettiva generale, si può dire che a causa della politica, non solo non si predispongono adeguati interventi per facilitare l’accesso delle PMI, ma si opera facendo in modo che non vi sia più un mercato del credito, che non esista più una domanda ed un’offerta del credito e quindi, che non vi sia più una economia del credito.Per questo, forse, sarebbe utile accogliere quella proposta emersa in questa sede, cioè di creare una struttura-osservatorio del credito, che attraverso un monitoraggio continuo di tutte le imprese che operano sul territorio, si elaborino strumenti creditizi ad hoc, per interventi “case by case”, ovvero su misura a seconda dell’azienda che ne fa richiesta e a seconda delle sue particolari esigenze.
mercoledì 21 ottobre 2009
PROGRAMMAZIONE E TERRITORIO PER LA PROVINCIA DI BARI. SCHEMA OPERATIVO
1. Missione/Obiettivo
Elaborare un documento generale integrabile con altri documenti.
2. Metodo
Benché non sia stato ancora discusso in maniera approfondita, al momento il metodo di lavoro più adeguato è quello di partire dai problemi e dalla loro analisi, per poi arrivare ad individuare sul territorio quali sono i principali strumenti di programmazione attivi nella Provincia di Bari, ad individuare quegli elementi di conflittualità e di vertenzialità propri di ogni singolo processo di programmazione, e quindi, fare sintesi comune prima di arrivare a stilare questo documento generale.
3. Le problematiche
In generale, esite un doppio ordine di problemi in merito alla programmazione del territorio della Provincia di Bari. Il primo è dato da quei problemi che da sempre affliggono questo ambito:
- ritardo nello sviluppo socioeconomico rispetto alle altre aree del nostro Paese;
- insufficiente infrastrutturazione;
- degrado ambientale;
- elevato tasso di disoccupazione;
- basso livello della qualità della vita;
- mancato conseguimento degli obiettivi di integrazione e di coesione dell’Unione Europea.
Invece, appartengono al secondo ordine quei problemi che derivano da un uso inefficace degli strumenti di programmazione che sono stati attivati, e cioè:
- il doppio livello della programmazione del territorio, nazionale e regionale;
- inadeguata gestione degli strumenti di programmazione da parte degli enti locali e della politica;
- incapacità di interpretare le dinamiche e le tendenze dei vari processi socioeconomici e territoriali e quindi incapacità di elaborare interventi efficaci;
- mancanza di competenze e di una “cultura del metodo” nella programmazione;
- incapacità della politica di essere efficiente e quindi di andare oltre le logiche di potere e/o di spartizione.
4. Strumenti di programmazione
Al momento, i più importanti di strumenti di programmazione attivi nella Provincia di Bari sono:
- Gli strumenti istituzionali di programmazione territoriale (piani paesaggistici, P.T.C.P., P.R.G. e P.U.G., ecc…);
- i documenti di programmazione strategica delle politiche comunitarie, dei fondi strutturali e delle Iniziative Comunitarie (POR, PO, POIN, GECT, Leader, Interreg, Urban, Equal, Jessica, Jasper, Jeremie, , ecc…);
- l'Area Metropolitana di Bari, la Città Metropolitana, il Patto Metropolitano;
- le Aree Vaste e le Programmazioni Strategiche;
- gli strumenti di programmazione negoziata (Patti Territoriali, Patti Agrari, Contratti d’Area, Agenzie di Sviluppo Locale, ecc…);
- i G.A.L. (Gruppi di Azione Locale);
- i P.I.S. (Piani Integrati Settoriali) e i P.I.T (Piani Integrati Territoriali);
- Zone Franche Urbane;
- le Comunità Montane;
- Agenda 21 Locale
- i Parchi nazionali e regionali (tra cui il Parco Nazionale dell’Alta Murgia);
- le aree protette, S.I.C. (Siti di Interesse Comunitario) e le Z.P.S. (Zone di Protezione Speciali), la Rete Ecologica Natura 2000, ecc…;
- i distretti agricoli, industriali e commerciali;
- i comprensori ed i Sistemi Turistici Locali;
- le autorità di bacino e gli ambiti territoriali ottimali.
Elaborare un documento generale integrabile con altri documenti.
2. Metodo
Benché non sia stato ancora discusso in maniera approfondita, al momento il metodo di lavoro più adeguato è quello di partire dai problemi e dalla loro analisi, per poi arrivare ad individuare sul territorio quali sono i principali strumenti di programmazione attivi nella Provincia di Bari, ad individuare quegli elementi di conflittualità e di vertenzialità propri di ogni singolo processo di programmazione, e quindi, fare sintesi comune prima di arrivare a stilare questo documento generale.
3. Le problematiche
In generale, esite un doppio ordine di problemi in merito alla programmazione del territorio della Provincia di Bari. Il primo è dato da quei problemi che da sempre affliggono questo ambito:
- ritardo nello sviluppo socioeconomico rispetto alle altre aree del nostro Paese;
- insufficiente infrastrutturazione;
- degrado ambientale;
- elevato tasso di disoccupazione;
- basso livello della qualità della vita;
- mancato conseguimento degli obiettivi di integrazione e di coesione dell’Unione Europea.
Invece, appartengono al secondo ordine quei problemi che derivano da un uso inefficace degli strumenti di programmazione che sono stati attivati, e cioè:
- il doppio livello della programmazione del territorio, nazionale e regionale;
- inadeguata gestione degli strumenti di programmazione da parte degli enti locali e della politica;
- incapacità di interpretare le dinamiche e le tendenze dei vari processi socioeconomici e territoriali e quindi incapacità di elaborare interventi efficaci;
- mancanza di competenze e di una “cultura del metodo” nella programmazione;
- incapacità della politica di essere efficiente e quindi di andare oltre le logiche di potere e/o di spartizione.
4. Strumenti di programmazione
Al momento, i più importanti di strumenti di programmazione attivi nella Provincia di Bari sono:
- Gli strumenti istituzionali di programmazione territoriale (piani paesaggistici, P.T.C.P., P.R.G. e P.U.G., ecc…);
- i documenti di programmazione strategica delle politiche comunitarie, dei fondi strutturali e delle Iniziative Comunitarie (POR, PO, POIN, GECT, Leader, Interreg, Urban, Equal, Jessica, Jasper, Jeremie, , ecc…);
- l'Area Metropolitana di Bari, la Città Metropolitana, il Patto Metropolitano;
- le Aree Vaste e le Programmazioni Strategiche;
- gli strumenti di programmazione negoziata (Patti Territoriali, Patti Agrari, Contratti d’Area, Agenzie di Sviluppo Locale, ecc…);
- i G.A.L. (Gruppi di Azione Locale);
- i P.I.S. (Piani Integrati Settoriali) e i P.I.T (Piani Integrati Territoriali);
- Zone Franche Urbane;
- le Comunità Montane;
- Agenda 21 Locale
- i Parchi nazionali e regionali (tra cui il Parco Nazionale dell’Alta Murgia);
- le aree protette, S.I.C. (Siti di Interesse Comunitario) e le Z.P.S. (Zone di Protezione Speciali), la Rete Ecologica Natura 2000, ecc…;
- i distretti agricoli, industriali e commerciali;
- i comprensori ed i Sistemi Turistici Locali;
- le autorità di bacino e gli ambiti territoriali ottimali.
lunedì 19 ottobre 2009
“PROGETTO DI ORTOTERAPIA”. Progetto per un corso-laboratorio pratico per disabili e altri utenti, da ottimizzare.
1. Disamina
L’articolazione di questo progetto che ho esaminato, oltre che lunga e prolissa, è fortemente orientata a spiegare in termini generali a cosa serve l’Ortoterapia e pertanto, da un punto di vista più strettamente progettuale, vi sono almeno due aspetti che occorre rivedere: il primo riguarda il metodo e il secondo lo sviluppo del progetto.
2. Revisione
Per quanto riguarda il metodo, si evidenzia che non è stato riscontrato alcun riferimento a quelli che sono gli elementi essenziali di una progettazione che possa definirsi “metodologicamente appropriata”, e cioè:
- il piano della comunicazione interna;
- il masterplan di tutto il processo terapeutico a cui deve riferirsi questo progetto ortoterapico;
- i criteri di scelta delle singole attività orticole e da giardino, in funzione degli obiettivi terapeutici che si vogliono raggiungere;
- il monitoraggio e la valutazione dell’efficacia terapeutica;
- il piano della comunicazione esterna.
Per quanto riguarda lo sviluppo, il progetto va riscritto sulla base di queste indicazioni:
- l’esposizione è troppo lunga, sarebbe opportuna concentrarla in max 5 cartelle;
- attribuire il titolo ed il sottotitolo (ad esempio, titolo del progetto CAMPO DEI MIRACOLI; sottotitolo, LABORATORIO PRATICO DI ORTOGIARDINAGGIO);
- di ortoterapia si può anche parlare in termini generali ma dedicando al massimo 10-15 righe. Invece, bisogna spiegare molto bene quelle che sono le valenze terapeutiche e gli obiettivi terapeutici che si vogliono raggiungere, in funzione di ogni singola pratica culturale;
- oltre all’agronomo, al sociologo ed all’operatore agro-tecnico, mancano nello sviluppo del progetto tre figure essenziali, lo psichiatra, lo psicologo e l’assistente agli utenti/disabili, i quali debbono avere un ruolo attivo nello sviluppo e nella realizzazione del progetto ortoterapico;
- per ognuna di queste figure si devono spiegare ruoli, funzioni e costi;
- il progetto di ortoterapia deve essere adattato in funzione dei bisogni e degli obiettivi terapeutici o sociali dei singoli utenti, a seconda del tipo di disabilità o del tipo di utente;
- manca il budget, i costi di materiali, mezzi, strumenti, attrezzature e personale.
3. Rielaborazione
Si suggerisce, quindi, di rielaborare il progetto partendo proprio dalla formazione di un gruppo di lavoro minimo (psichiatra e/o psicologo, sociologo ed agronomo), per svilupparlo in maniera condivisa, secondo queste cinque linee operative:
1) individuazione delle pratiche culturali orticole e da giardino che si possono effettuare:
COLTURA/ATTIVITÀ RICHIESTE/STAGIONE IDEALE/ATTREZZATURE/COSTI;
2) definizione della valenza terapeutica di questo corso-laboratorio di ortoterapia:
BISOGNI/OBIETTIVI/TIPOLOGIA DI UTENTE/MONITORAGGIO/VALUTAZIONE/EFFICACIA
3) articolazione degli obiettivi terapeutici attesi e valutazione dei risultati ottenuti:
COLTURA/ASPETTI COGNITIVI/FISICO-MOTORI/COMPORTAMENTALI/DIDATTICI/GIUDIZIO
4) profili professionali richiesti:
COLTURA/MANSIONI ASSISTENTI/MANSIONI TECNICI AGRARI/ORE DI LAVORO/COSTI
5) gestione del progetto e sostenibilità nel tempo dei risultati:
INDICAZIONI DI METODO/RUOLO E MANSIONI DEGLI OPERATORI/BUDGET
sabato 11 aprile 2009
IL FALLIMENTO DELLA PIANIFICAZIONE STRATEGICA IN PUGLIA
Il fallimento in Puglia dell’esperienza di Pianificazione Strategica collegata alla realizzazione delle 9 Aree Vaste può essere valutato almeno su due piani: quello della mancanza di una cultura e di una formazione adeguata di coloro che hanno preso parte a qualsiasi titolo alla realizzazione di questa esperienza (consulenti, politici, tecnici, burocrati, ecc…) e quello del mancato rispetto delle “Linee Guida” elaborate dal Nucleo di Valutazione (NVVIP) della Regione Puglia.
Questa esperienza di pianificazione strategica e di realizzazione delle aree vaste si sarebbe dovuta inquadrare in quel cambiamento culturale che sta interessando da oltre un decennio i cosiddetti paesi a democrazia matura, laddove sono attualissimi “la partecipazione dei cittadini e delle organizzazioni di cittadini alla definizione delle politiche pubbliche, l’uso di strumenti di democrazia deliberativa e partecipativa (governance, partnership, networking, valutazione, inclusione, policy making e policy analysis, le iniziative autonome degli stessi cittadini nel quadro soprattutto dei processi di policy making e di policy analysis, town meeting, deliberation days, le arene deliberative, info days, forum, sondaggi deliberativi, l’uso di strumenti informatici di e-democracy, gli incontri di quartiere, le passeggiate di quartiere, ecc…) e l’uso di strumenti di democrazia diretta, ovvero, processi istituzionali nei quali i cittadini, in quanto popolo sovrano, non sono soltanto degli elettori che delegano il proprio potere politico ai loro rappresentanti (democrazia rappresentativa), ma sono anche dei legislatori aventi il diritto, talvolta costituzionalmente garantito, di proporre e votare direttamente le leggi ordinarie e la Costituzione e di esercitare forme di controllo su organi di governo, istituzioni, pubbliche amministrazioni (democrazia diretta), attraverso diversi istituti di consultazione popolare (democrazia deliberativa) e di partecipazione (democrazia partecipativa).
Nel nostro contesto, mancando il riferimento a questo quadro culturale, il tentativo di realizzazione le Aree Vaste attraverso la pianificazione strategica ha manifestato molteplici aspetti negativi:
1) PROCEDIMENTI AMMINISTRATIVI INVECE DI PROCESSI DI POLICY
Le Linee Guida della Regione Puglia sulla realizzazione delle 9 Aree Vaste prevedevano un percorso articolato che esternava più le caratteristiche di un procedimento amministrativo (iniziativa, istruttoria, decisione, integrazione) che non un vero e proprio processo di policy (partecipazione, agenda, strutturazione dei problemi, soluzioni, previsioni, adozioni, raccomandazioni, implementazioni, monitoraggio, valutazione giudizio, riadattamento, rimodulazione degli obiettivi, piano della comunicazione).
2) LA CONFUSIONE TRA OBIETTIVO, STRUMENTO, PROCESSO E METODO
Della grave lacuna culturale, il riflesso più evidente è stato il fatto che, tanto nelle Linee Guida, quanto nell’operato degli organi regionali e locali, non hanno saputo specificare i 4 elementi di questo processo, e cioè:
a) l’obiettivo “migliorare la gestione e la realizzazione dei processi di governance”, come indicato nella misura 5.1 del POR Puglia 2000-2006;
b) lo strumento “le 9 Aree Vaste in cui è stato suddiviso il territorio della Regione Puglia”;
c) il processo di policy “l’articolazione dei due cicli di Policy Making e di Policy Analysis”;
d) il metodo “la pianificazione strategica”.
3) UN APPROCCIO TOP-DOWN INVECE DI UN APPROCCIO BOTTOM-UP
Nella realizzazione delle Aree Vaste, il metodo della “pianificazione strategica”, presupponeva due criteri:
1) il criterio strategico, ovvero il disegno e/o l’elaborazione di interventi in funzione degli obiettivi precedentemente individuati;
2) la partecipazione “dal basso”, “attiva”, di tipo “bottom-up”, da parte delle comunità di riferimento in tutte le fasi del processo.
Invece, nella realtà dei fatti è accaduto proprio il contrario, e cioè si è messa in atto una forma di pianificazione di tipo classico, “imposta dall’alto”, dalla Regione ai comuni e dai comuni alle comunità di riferimento, che ha relegato i cittadini a svolgere, tutt’al più, una “partecipazione passiva” e a mettere in atto un approccio allo sviluppo di tipo “top-down”, tipico delle programmazioni di tipo “centralistico” che fino agli anni ’90 partivano dal governo nazionale e si diffondevano alle regioni ed agli enti locali.
4) MANCATO CONSEGUIMENTO DEGLI OBIETTIVI DELL’UNIONE EUROPEA
Dal momento che lo scopo della realizzazione delle aree vaste col metodo della pianificazione strategica doveva essere quello di realizzare i cosiddetti “processi di governance”, (governing without government), non essendosi realizzate nei fatti le Aree Vaste, è stata gravemente pregiudicata per la programmazione dei fondi strutturali in corso (2007-2013) la possibilità di conseguire gli obiettivi della politica dell’Unione Europea (strategia di Goteborg sulla sostenibilità e la strategia di Lisbona sulla piena occupazione), ed il mancato conseguimento di questi obiettivi non consentirà, a sua volta, neanche il completamento del processo di integrazione europea e l’attuazione delle politiche di coesione economica, sociale e territoriale.
5) MINORI OPPORTUNITÀ DI SVILUPPO
Ancora una volta, la rigidità, la centralità e soprattutto l’incapacità della burocrazia regionale, non ha consentito che sul territorio della nostra regione si creassero quelle premesse, quegli strumenti e quelle condizioni fondamentali per utilizzare al meglio i fondi strutturali in funzione dei bisogni e delle esigenze de territorio pugliese. In tal modo, l’utilizzo dei fondi comunitari, anche per la pianificazione strategica delle aree vaste, vedrà con ogni probabilità il ripetersi di quella tristissima storia del ritorno delle risorse comunitarie a Bruxelles.
6) DEFICIT DI DEMOCRAZIA
La pianificazione strategica “… è un metodo gestionale che serve per sviluppare tutte le attività inerenti quei processi di policy quali sono le politiche, i piani, i programmi, i progetti e qualsiasi altra forma di intervento, azione, misura, strategia, ecc…”. Perciò, sul piano operativo, la pianificazione strategica implica l’applicazione di ulteriori processi di democrazia deliberativa e di democrazia partecipativa, ovvero processi che realizzano praticamente inclusione, condivisione e coesione. Ora, mancando di fatto le aree vaste, si comprende bene che per molti anni ancora non saranno parte del nostro modo di fare sviluppo i nuovi strumenti di democrazia deliberativa e partecipativa, e quindi quel deficit di democrazia ereditato dai precedenti governi regionali di centro-destra, anziché ridursi, continuerà ad ampliarsi.
Alla mancanza di una cultura e di una formazione ad hoc, si aggiunge il fatto che le stesse Linee Guida non sono state rispettate soprattutto nei seguenti aspetti:
1) il principio della piena coerenza programmatica tra il livello della Pianificazione Strategica ed il livello della programmazione comunitaria (strategie di Lisbona e di Goteborg), nazionale (Quadro Strategico Nazionale, Fondo Aree Sottoutilizzate e rispettivi Accordi di Programma Quadro sottoscritti con la Regione Puglia), regionale (Documento Strategico Regionale, Programmi Operativi della programmazione 2007-2013, programmazione di livello settoriale e regionale) e provinciale (soprattutto con il Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale);
2) il piano ed il meccanismo di raccolta dei dati finanziari, strumento idoneo ad assicurare la disponibilità dei dati nel tempo per l’attività di monitoraggio, legata (così come riportato nelle LL.GG) all’applicazione ed al rispetto del principio di addizionalità delle risorse nazionali a quelle comunitarie;
3) il principio dell’integrazione finanziaria, che oltre a riproporre la necessità di un sistema di monitoraggio, è fondamentale per determinare il fabbisogno finanziario dei Piani Strategici e determinarne il successivo raccordo tra risorse comunitarie e risorse nazionali;
4) la realizzazione di quella massima forma possibile di sistema e di sinergia con le politiche di sviluppo locali, regionali, nazionali e comunitarie;
5) la “territorializzazione” delle prospettive di sviluppo economico e sociale per proiettarle verso le dimensioni economico-territoriali regionali e sovraregionali;
6) l’allineamento delle proposte progettuali del Piano Strategico con i documenti di programmazione regionali, ovvero con il Documento Strategico Regionale, Programmi Operativi della programmazione 2007-2013, nonché con tutti gli altri strumenti di pianificazione;
7) il ruolo della cooperazione interistituzionale e del partenariato economico e sociale, che dovevano essere strumenti operativi fondamentali da implementare anche nelle fasi successive alla pianificazione, ovvero nella traduzione in obiettivi e strumenti dell’attività di programmazione, attuazione, sorveglianza e valutazione, per poter contribuire alla cosiddetta “visione condivisa”;
8) il metodo del “tavolo di concertazione”, quale metodo di coinvolgimento del partenariato economico e sociale, che doveva essere “istituzionalizzato”;
9) la partecipazione, (partnership pubblico private, attività di animazione, indagini sociali, manifestazioni di interesse, ecc…),
10) il canale di e-democracy, strumento informatico innovativo attraverso cui attuare espressamente la partecipazione, la progettazione, la costruzione della visione comune e condivisa, l’emersione e la definizione dei problemi d’area da parte degli attori, l’individuazione delle soluzioni alternative, la definizione delle soluzioni praticabili ed infine, l’attuazione, l’implementazione, la gestione e il monitoraggio, delle valutazioni strategiche.
Bari, 09 aprile 2009
Pietro Perrucci
Questa esperienza di pianificazione strategica e di realizzazione delle aree vaste si sarebbe dovuta inquadrare in quel cambiamento culturale che sta interessando da oltre un decennio i cosiddetti paesi a democrazia matura, laddove sono attualissimi “la partecipazione dei cittadini e delle organizzazioni di cittadini alla definizione delle politiche pubbliche, l’uso di strumenti di democrazia deliberativa e partecipativa (governance, partnership, networking, valutazione, inclusione, policy making e policy analysis, le iniziative autonome degli stessi cittadini nel quadro soprattutto dei processi di policy making e di policy analysis, town meeting, deliberation days, le arene deliberative, info days, forum, sondaggi deliberativi, l’uso di strumenti informatici di e-democracy, gli incontri di quartiere, le passeggiate di quartiere, ecc…) e l’uso di strumenti di democrazia diretta, ovvero, processi istituzionali nei quali i cittadini, in quanto popolo sovrano, non sono soltanto degli elettori che delegano il proprio potere politico ai loro rappresentanti (democrazia rappresentativa), ma sono anche dei legislatori aventi il diritto, talvolta costituzionalmente garantito, di proporre e votare direttamente le leggi ordinarie e la Costituzione e di esercitare forme di controllo su organi di governo, istituzioni, pubbliche amministrazioni (democrazia diretta), attraverso diversi istituti di consultazione popolare (democrazia deliberativa) e di partecipazione (democrazia partecipativa).
Nel nostro contesto, mancando il riferimento a questo quadro culturale, il tentativo di realizzazione le Aree Vaste attraverso la pianificazione strategica ha manifestato molteplici aspetti negativi:
1) PROCEDIMENTI AMMINISTRATIVI INVECE DI PROCESSI DI POLICY
Le Linee Guida della Regione Puglia sulla realizzazione delle 9 Aree Vaste prevedevano un percorso articolato che esternava più le caratteristiche di un procedimento amministrativo (iniziativa, istruttoria, decisione, integrazione) che non un vero e proprio processo di policy (partecipazione, agenda, strutturazione dei problemi, soluzioni, previsioni, adozioni, raccomandazioni, implementazioni, monitoraggio, valutazione giudizio, riadattamento, rimodulazione degli obiettivi, piano della comunicazione).
2) LA CONFUSIONE TRA OBIETTIVO, STRUMENTO, PROCESSO E METODO
Della grave lacuna culturale, il riflesso più evidente è stato il fatto che, tanto nelle Linee Guida, quanto nell’operato degli organi regionali e locali, non hanno saputo specificare i 4 elementi di questo processo, e cioè:
a) l’obiettivo “migliorare la gestione e la realizzazione dei processi di governance”, come indicato nella misura 5.1 del POR Puglia 2000-2006;
b) lo strumento “le 9 Aree Vaste in cui è stato suddiviso il territorio della Regione Puglia”;
c) il processo di policy “l’articolazione dei due cicli di Policy Making e di Policy Analysis”;
d) il metodo “la pianificazione strategica”.
3) UN APPROCCIO TOP-DOWN INVECE DI UN APPROCCIO BOTTOM-UP
Nella realizzazione delle Aree Vaste, il metodo della “pianificazione strategica”, presupponeva due criteri:
1) il criterio strategico, ovvero il disegno e/o l’elaborazione di interventi in funzione degli obiettivi precedentemente individuati;
2) la partecipazione “dal basso”, “attiva”, di tipo “bottom-up”, da parte delle comunità di riferimento in tutte le fasi del processo.
Invece, nella realtà dei fatti è accaduto proprio il contrario, e cioè si è messa in atto una forma di pianificazione di tipo classico, “imposta dall’alto”, dalla Regione ai comuni e dai comuni alle comunità di riferimento, che ha relegato i cittadini a svolgere, tutt’al più, una “partecipazione passiva” e a mettere in atto un approccio allo sviluppo di tipo “top-down”, tipico delle programmazioni di tipo “centralistico” che fino agli anni ’90 partivano dal governo nazionale e si diffondevano alle regioni ed agli enti locali.
4) MANCATO CONSEGUIMENTO DEGLI OBIETTIVI DELL’UNIONE EUROPEA
Dal momento che lo scopo della realizzazione delle aree vaste col metodo della pianificazione strategica doveva essere quello di realizzare i cosiddetti “processi di governance”, (governing without government), non essendosi realizzate nei fatti le Aree Vaste, è stata gravemente pregiudicata per la programmazione dei fondi strutturali in corso (2007-2013) la possibilità di conseguire gli obiettivi della politica dell’Unione Europea (strategia di Goteborg sulla sostenibilità e la strategia di Lisbona sulla piena occupazione), ed il mancato conseguimento di questi obiettivi non consentirà, a sua volta, neanche il completamento del processo di integrazione europea e l’attuazione delle politiche di coesione economica, sociale e territoriale.
5) MINORI OPPORTUNITÀ DI SVILUPPO
Ancora una volta, la rigidità, la centralità e soprattutto l’incapacità della burocrazia regionale, non ha consentito che sul territorio della nostra regione si creassero quelle premesse, quegli strumenti e quelle condizioni fondamentali per utilizzare al meglio i fondi strutturali in funzione dei bisogni e delle esigenze de territorio pugliese. In tal modo, l’utilizzo dei fondi comunitari, anche per la pianificazione strategica delle aree vaste, vedrà con ogni probabilità il ripetersi di quella tristissima storia del ritorno delle risorse comunitarie a Bruxelles.
6) DEFICIT DI DEMOCRAZIA
La pianificazione strategica “… è un metodo gestionale che serve per sviluppare tutte le attività inerenti quei processi di policy quali sono le politiche, i piani, i programmi, i progetti e qualsiasi altra forma di intervento, azione, misura, strategia, ecc…”. Perciò, sul piano operativo, la pianificazione strategica implica l’applicazione di ulteriori processi di democrazia deliberativa e di democrazia partecipativa, ovvero processi che realizzano praticamente inclusione, condivisione e coesione. Ora, mancando di fatto le aree vaste, si comprende bene che per molti anni ancora non saranno parte del nostro modo di fare sviluppo i nuovi strumenti di democrazia deliberativa e partecipativa, e quindi quel deficit di democrazia ereditato dai precedenti governi regionali di centro-destra, anziché ridursi, continuerà ad ampliarsi.
Alla mancanza di una cultura e di una formazione ad hoc, si aggiunge il fatto che le stesse Linee Guida non sono state rispettate soprattutto nei seguenti aspetti:
1) il principio della piena coerenza programmatica tra il livello della Pianificazione Strategica ed il livello della programmazione comunitaria (strategie di Lisbona e di Goteborg), nazionale (Quadro Strategico Nazionale, Fondo Aree Sottoutilizzate e rispettivi Accordi di Programma Quadro sottoscritti con la Regione Puglia), regionale (Documento Strategico Regionale, Programmi Operativi della programmazione 2007-2013, programmazione di livello settoriale e regionale) e provinciale (soprattutto con il Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale);
2) il piano ed il meccanismo di raccolta dei dati finanziari, strumento idoneo ad assicurare la disponibilità dei dati nel tempo per l’attività di monitoraggio, legata (così come riportato nelle LL.GG) all’applicazione ed al rispetto del principio di addizionalità delle risorse nazionali a quelle comunitarie;
3) il principio dell’integrazione finanziaria, che oltre a riproporre la necessità di un sistema di monitoraggio, è fondamentale per determinare il fabbisogno finanziario dei Piani Strategici e determinarne il successivo raccordo tra risorse comunitarie e risorse nazionali;
4) la realizzazione di quella massima forma possibile di sistema e di sinergia con le politiche di sviluppo locali, regionali, nazionali e comunitarie;
5) la “territorializzazione” delle prospettive di sviluppo economico e sociale per proiettarle verso le dimensioni economico-territoriali regionali e sovraregionali;
6) l’allineamento delle proposte progettuali del Piano Strategico con i documenti di programmazione regionali, ovvero con il Documento Strategico Regionale, Programmi Operativi della programmazione 2007-2013, nonché con tutti gli altri strumenti di pianificazione;
7) il ruolo della cooperazione interistituzionale e del partenariato economico e sociale, che dovevano essere strumenti operativi fondamentali da implementare anche nelle fasi successive alla pianificazione, ovvero nella traduzione in obiettivi e strumenti dell’attività di programmazione, attuazione, sorveglianza e valutazione, per poter contribuire alla cosiddetta “visione condivisa”;
8) il metodo del “tavolo di concertazione”, quale metodo di coinvolgimento del partenariato economico e sociale, che doveva essere “istituzionalizzato”;
9) la partecipazione, (partnership pubblico private, attività di animazione, indagini sociali, manifestazioni di interesse, ecc…),
10) il canale di e-democracy, strumento informatico innovativo attraverso cui attuare espressamente la partecipazione, la progettazione, la costruzione della visione comune e condivisa, l’emersione e la definizione dei problemi d’area da parte degli attori, l’individuazione delle soluzioni alternative, la definizione delle soluzioni praticabili ed infine, l’attuazione, l’implementazione, la gestione e il monitoraggio, delle valutazioni strategiche.
Bari, 09 aprile 2009
Pietro Perrucci
lunedì 30 marzo 2009
La svolta salernitana: commento al libro "Un'altra Italia"
Carissimo Felice,
ho letto il libro di Vincenzo De Luca “Un’altra Italia, tra vecchie burocrazie e nuove città” (Ed. Laterza, Bari, 1999) e concordo pienamente con te: si tratta, infatti, di un libro interessante, scorrevole e dalla notevole esperienza letteraria, che finisce per esaltare anche l’esperienza storica della svolta politica sociale ed urbana della città di Salerno, in quanto rende giustizia a questo Sud sempre bistrattato e quasi mai considerato nelle sue eccellenze territoriali.
Tuttavia, mentre leggevo “cosa” è accaduto in questa citttà, non ho trovato nulla, o quasi nulla, sul “come” sia stato possibile generare questo cambiamento.
Pertanto, per chi come me si occupa anche della “trasferibilità delle esperienze di buon governo” (best practice) da certi contesti ad altri contesti, non è possibile definire in maniera oggettiva l’entità e la qualità di questo cambiamento.
In altre parole, voglio dire che un libro del genere, che racconta di una esaltante quanto unica esperienza politico-amministrativa, avrebbe dovuto prevedere accanto ad una parte “descrittivo-narrativa”, anche una parte “metodologica” che spiegasse quali fattori, quali strumenti e soprattutto quali elementi culturali, hanno reso possibile un cambiamento del genere, in modo da poter riconoscere nell’esperienza salernitana, la migliore delle esperienze possibili (benchmarking).
Per essere più preciso, credo che sarebbe stato utile monitorare e valutare la “svolta salernitana”, attraverso strumenti (tool) come quello della "Most Significant Change Technique", ovvero uno strumento che è al tempo stesso una "tecnica di monitoraggio", una "tecnica di valutazione" e uno "strumento di governo del cambiamento", che si basa sulla rilevazione periodica qualitativa e quantitativa del cambiamento, che fa riferimento a parametri o indici economici, sociali, demografici e territoriali, che consente anche di osservare costantemente il cambiamento sotto molteplici punti di vista.
Ad ogni modo, dai pochissimi riferimenti che si possono utilizzare per un'analisi, ritengo che possano considerarsi peculiari fattori di cambiamento della realtà salernitana i seguenti elementi:
a) l'esistenza di una forte volontà di cambiamento, anche se non si capisce quanto consapevole e quanto emotiva sia stata questa volontà di cambiare da parte della classe politica;
b) il governare la città coinvolgendo le alte amministrazioni dello Stato, Ministero del Lavoro, della Giustizia, dell’Interno, il C.I.P.E., il C.N.E.L., ecc…;
c) il clima di favorevole collaborazione interistituzionale, che ha anticipato di qualche anno sul piano nazionale l’introduzione di quell’approccio di “programmazione dal basso”, che portò all’introduzione delle Intese Istituzionali di Programma, degli Accordi di Programma, delle Partnership Pubblico-Private, ecc…;
d) la valenza strategica della trasformazione urbana finalizzata allo sviluppo del turismo, che introdusse una importante innovazione di metodo (strategico, appunto), rispetto ad una precedente pianificazione che, in quanto calata dall’alto, rispondeva più al legame affari-politica che non ai problemi reali della città.
Invece, non posso considerare come positivo fattore di cambiamento tutti quei interventi sulla burocrazia e sulla macchina amministrativa comunale, sia perché lo stesso autore riconosce di non essere riuscito a risolvere tutti i problemi esistenti in questo ambito, sia perché mi è davvero difficile accettare l’idea che sarebbe bastato far roteare 12 dei 13 funzionari comunali per spezzare quella serie di molteplici inefficienze (ivi compresi gli atti di corruzione e di concussione).
In conclusione, quindi, senza nulla togliere al cambiamento di Salerno, da un punto di vista operativo mi è tecnicamente difficile qualificare questa esperienza come un benchmarking, in quanto non è possibile utilizzare alcun parametro o indice oggettivo di valutazione. Peccato.
Grazie ancora per aver reso possibile questa lettura.
Con amicizia, Pietro Perrucci
ho letto il libro di Vincenzo De Luca “Un’altra Italia, tra vecchie burocrazie e nuove città” (Ed. Laterza, Bari, 1999) e concordo pienamente con te: si tratta, infatti, di un libro interessante, scorrevole e dalla notevole esperienza letteraria, che finisce per esaltare anche l’esperienza storica della svolta politica sociale ed urbana della città di Salerno, in quanto rende giustizia a questo Sud sempre bistrattato e quasi mai considerato nelle sue eccellenze territoriali.
Tuttavia, mentre leggevo “cosa” è accaduto in questa citttà, non ho trovato nulla, o quasi nulla, sul “come” sia stato possibile generare questo cambiamento.
Pertanto, per chi come me si occupa anche della “trasferibilità delle esperienze di buon governo” (best practice) da certi contesti ad altri contesti, non è possibile definire in maniera oggettiva l’entità e la qualità di questo cambiamento.
In altre parole, voglio dire che un libro del genere, che racconta di una esaltante quanto unica esperienza politico-amministrativa, avrebbe dovuto prevedere accanto ad una parte “descrittivo-narrativa”, anche una parte “metodologica” che spiegasse quali fattori, quali strumenti e soprattutto quali elementi culturali, hanno reso possibile un cambiamento del genere, in modo da poter riconoscere nell’esperienza salernitana, la migliore delle esperienze possibili (benchmarking).
Per essere più preciso, credo che sarebbe stato utile monitorare e valutare la “svolta salernitana”, attraverso strumenti (tool) come quello della "Most Significant Change Technique", ovvero uno strumento che è al tempo stesso una "tecnica di monitoraggio", una "tecnica di valutazione" e uno "strumento di governo del cambiamento", che si basa sulla rilevazione periodica qualitativa e quantitativa del cambiamento, che fa riferimento a parametri o indici economici, sociali, demografici e territoriali, che consente anche di osservare costantemente il cambiamento sotto molteplici punti di vista.
Ad ogni modo, dai pochissimi riferimenti che si possono utilizzare per un'analisi, ritengo che possano considerarsi peculiari fattori di cambiamento della realtà salernitana i seguenti elementi:
a) l'esistenza di una forte volontà di cambiamento, anche se non si capisce quanto consapevole e quanto emotiva sia stata questa volontà di cambiare da parte della classe politica;
b) il governare la città coinvolgendo le alte amministrazioni dello Stato, Ministero del Lavoro, della Giustizia, dell’Interno, il C.I.P.E., il C.N.E.L., ecc…;
c) il clima di favorevole collaborazione interistituzionale, che ha anticipato di qualche anno sul piano nazionale l’introduzione di quell’approccio di “programmazione dal basso”, che portò all’introduzione delle Intese Istituzionali di Programma, degli Accordi di Programma, delle Partnership Pubblico-Private, ecc…;
d) la valenza strategica della trasformazione urbana finalizzata allo sviluppo del turismo, che introdusse una importante innovazione di metodo (strategico, appunto), rispetto ad una precedente pianificazione che, in quanto calata dall’alto, rispondeva più al legame affari-politica che non ai problemi reali della città.
Invece, non posso considerare come positivo fattore di cambiamento tutti quei interventi sulla burocrazia e sulla macchina amministrativa comunale, sia perché lo stesso autore riconosce di non essere riuscito a risolvere tutti i problemi esistenti in questo ambito, sia perché mi è davvero difficile accettare l’idea che sarebbe bastato far roteare 12 dei 13 funzionari comunali per spezzare quella serie di molteplici inefficienze (ivi compresi gli atti di corruzione e di concussione).
In conclusione, quindi, senza nulla togliere al cambiamento di Salerno, da un punto di vista operativo mi è tecnicamente difficile qualificare questa esperienza come un benchmarking, in quanto non è possibile utilizzare alcun parametro o indice oggettivo di valutazione. Peccato.
Grazie ancora per aver reso possibile questa lettura.
Con amicizia, Pietro Perrucci
ll senso della partecipazione
Con la partecipazione si realizza un livello di democrazia maggiore rispetto al sistema della rappresentanza (democrazia rappresentativa) e la spiegazione di ciò sta nelle seguenti motivazioni:
a) realizza un maggior senso civico;
b) permette di conseguire decisioni condivise;
c) realizza la più ampia inclusione possibile;
d) conferisce maggiore legittimità alle decisioni;
e) conferisce maggiore legittimità alle istituzioni ed ai cittadini singoli ed associati;
f) da maggiori possibilità di successo alle politiche, ai programmi, ai piani ed ai progetti;
g) consente di conseguire decisioni migliori;
h) consente di conseguire il passaggio dalla "politica" alla "policy".
Questa potrebbe essere la sintesi della lettura di Lewanski R. "LA DEMOCRAZIA DELIBERATIVA", in Aggiornamenti Sociali, 2007, pp.743-754.
Pietro Perrucci
a) realizza un maggior senso civico;
b) permette di conseguire decisioni condivise;
c) realizza la più ampia inclusione possibile;
d) conferisce maggiore legittimità alle decisioni;
e) conferisce maggiore legittimità alle istituzioni ed ai cittadini singoli ed associati;
f) da maggiori possibilità di successo alle politiche, ai programmi, ai piani ed ai progetti;
g) consente di conseguire decisioni migliori;
h) consente di conseguire il passaggio dalla "politica" alla "policy".
Questa potrebbe essere la sintesi della lettura di Lewanski R. "LA DEMOCRAZIA DELIBERATIVA", in Aggiornamenti Sociali, 2007, pp.743-754.
Pietro Perrucci
mercoledì 25 marzo 2009
La Cittadinanza Attiva
Nel disegnare per i bandi P.O.N. Scuola un percorso didattico sul grande tema della “cittadinanza attiva” ho avuto modo di scoprire che in Italia, non esiste un concetto univoco di “cittadinanza attiva” e pertanto a questa tematica vengono attribuiti molteplici significati, nessuno dei quali, a mio modo di vedere, rispecchierebbe pienamente quanto attribuito in altri paesi.
Si va dall’attivismo civico, all’impegno nei vari ambiti dell’associazionismo e del volontariato; dalla promozione dei diritti dei cittadini, alla tutela dei consumatori; dalla espressione delle sensibilità per l’ambiente, alla difesa di valori socialmente e culturalmente condivisi. Rientra in questa molteplicità di significati anche la cosiddetta “cittadinanza d’impresa”, ovvero la consapevolezza dell'importanza del ruolo che questi rivestono nella società, per via delle implicazioni che la stessa impresa ha con l’ambiente, con la sostenibilità, con l’ecologia, con il territorio, con lo sviluppo sostenibile.
Inoltre, nel nostro ambito nazionale, hanno avuto un peso non indifferente nel costruire il significato di “cittadinanza attiva” tutte quelle riforme della Pubblica Amministrazione che vanno dall’introduzione del diritto di accesso e di trasparenza negli atti amministrativi, alla accresciuta tutela e considerazione delle posizioni giuridiche soggettive attive, ovvero il diritto soggettivo, l’interesse legittimo, l’interesse collettivo, gli interessi diffusi, l’aspettativa legittima, la potestà, l’interesse semplice e l’interesse di fatto.
All’estero, invece, il concetto di “cittadinanza attiva”, fa riferimento ad altri elementi e pur essendo un concetto che cambia sensibilmente a causa dei molteplici contesti socio-politici, in linea generale è possibile scorgere due grandi concetti di “cittadinanza attiva”: quello dei paesi in via di sviluppo e quello dei paesi già sviluppati.
Nei paesi in via di sviluppo, così come nelle organizzazioni internazionali “governative” e “non governative”, per “cittadinanza attiva” si intende il “processo di costruzione della democrazia”, cioè la formazione dei partiti politici, la definizione dei sistemi elettorali, la costruzione delle costituzioni, le pari opportunità, la valutazione dei processi democratici da parte dei cittadini, lo sviluppo e la redistribuzione della ricchezza ed infine, un grande dibattito su quei elementi giuridico-istituzionali che andranno poi a sostanziare la democrazia in un determinato socio-politico (i diritti umani, le libertà civili, l’uguaglianza, il principio di maggioranza e rispetto delle minoranze, la suddivisione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, la partecipazione, le tutele, la risoluzione pacifica delle controversie internazionali, ecc...).
Negli altri paesi esteri, quelli sviluppati (detti anche paesi ad economia matura, oppure paesi a democrazia matura), il concetto di “cittadinanza attiva” significa “partecipazione dei cittadini e delle organizzazioni di cittadini alla definizione delle politiche pubbliche” e “democrazia diretta”.
La partecipazione dei cittadini e delle organizzazioni di cittadini alla definizione delle politiche pubbliche si attiva attraverso i cosiddetti processi (e/o strumenti) di “governance, partnership, networking, valutazione, inclusione, policy making e policy analysis”, che sono promossi nel 90% dei casi dai governi, dalle istituzioni e dalla Pubblica Amministrazione a vari livelli di governo (locale, regionale, nazionale e sovranazionale). Rientrano nella partecipazione dei cittadini alla definizione delle politiche pubbliche anche le “iniziative autonome degli stessi cittadini”, nel quadro soprattutto dei processi di policy making e di policy analysis, che così consentono di superare quella visione in base alla quale la partecipazione democratica è vista come una “concessione” di una parte del potere da parte di singoli governi e/o delle singole istituzioni, ai cittadini.
La partecipazione, perciò, si attua attraverso il ricorso a strumenti di democrazia deliberativa (town meeting, deliberation days, le arene deliberative, info days, forum, sondaggi deliberativi, giurie popolari, l’uso di strumenti informatici di e-democracy, gli incontri di quartiere, le passeggiate di quartiere, ecc…) e attraverso un ampio dibattito nel quale sono affrontate di questioni come la rappresentanza e rappresentatività delle organizzazioni dei cittadini in rapporto con i governi, l’implementazione delle decisioni dei cittadini e delle risorse pubbliche, ed infine, le questioni di ricerca teorica e applicata sulla evoluzione delle democrazie rappresentative in democrazie dirette, sulle attività di “formazione alla cultura della partecipazione” e sul supporto alle pubbliche amministrazioni da parte delle organizzazioni dei cittadini.
All’estero, poi, la partecipazione dei cittadini alla formazione delle politiche pubbliche ha portato anche allo sviluppo di un altro grande tema, parallelo a quello della “cittadinanza attiva”, che è quello della “governance”. Questo termine, secondo l’efficace definizione anglosassone “governing without government”, vuole intendere l’esercizio, l’atto, di governare senza il potere pieno ed esclusivo dei vari governi locali, regionali, nazionali e sovranazionali, e quindi, con la partecipazione dei cittadini.
Per quanto riguarda invece l’uso degli strumenti di democrazia diretta, occorre dire che questi si concretizzano in processi istituzionali nei quali i cittadini, in quanto popolo sovrano, non sono soltanto degli elettori che delegano il proprio potere politico ai loro rappresentanti (democrazia rappresentativa), ma sono anche dei legislatori, aventi il diritto, talvolta costituzionalmente garantito, di proporre e votare direttamente le leggi ordinarie e la Costituzione (democrazia diretta), attraverso diversi istituti di consultazione popolare (democrazia deliberativa) e di partecipazione (democrazia partecipativa).
Tra gli strumenti di democrazia diretta vi è anche il controllo dell’attività esecutiva degli organi centrali e periferici del governo e della Pubblica Amministrazione. Quest’attività fa in modo che le politiche pubbliche si indirizzino non tanto nel conseguimento di obiettivi di tipo “politico-ideologico”, quanto nel conseguimento di obiettivi di tipo “politico-sociale” ed in funzione di ciò, “oggetto delle politiche pubbliche sono gli stessi problemi della società che vengono elevati ad obiettivi delle varie politiche pubbliche”.
Si spiega così il perché in altri paesi, più che di “politics”, cioè di politica intesa come espressione di un potere, di una imposizione dell’alto, si preferisce usare il termine di “policy”, (economic policy, social policy, environmental policy, ecc…) il cui significato implicherebbe dunque,
- un concetto politica quale attività direttamente rivolta al conseguimento di obiettivi concreti e reali;
- un approccio metodologico molto più ampiamente pragmatico;
- la partecipazione dal basso;
- l’inclusione;
- la condivisione;
- la valutazione;
- la comunicazione.
Alla luce di quanto evidenziato all’estero, si può sostenere, dunque, che in Italia la tematica della “cittadinanza attiva” è sostanzialmente ancora molto lontana da questo quadro concettuale. Una lontananza che è notevole rispetto agli strumenti della democrazia diretta, ma che tuttavia si riduce intorno all’altro elemento sostanziale, che è quello della partecipazione.
Infatti, le riforme della Pubblica Amministrazione, cui si è fatto cenno prima, hanno portato ad un qualcosa che si avvicina alla partecipazione, e cioè ad un “modello concordato di gestione dell’interesse pubblico nella Pubblica Amministrazione”. In altre parole, la nostra Pubblica Amministrazione svolgerebbe la sua funzione di organo del potere esecutivo in armonia con le aspettative e gli interessi dei singoli soggetti privati e della loro collettività e quindi la “cittadinanza attiva”, in Italia, comprenderebbe proprio la regolamentazione del diritto di partecipazione, del diritto di accesso, della trasparenza, della tutela della privacy, l’attività dei difensori civici e la più antica tutela delle posizioni giuridiche soggettive.
Di conseguenza, per “cittadinanza attiva” sarebbe giusto considerare anche quella serie di attività come l’attivismo civico, l’impegno nei vari ambiti dell’associazionismo e del volontariato, la promozione e tutela dei diritti dei cittadini, la promozione e tutela dei consumatori, la tutela ambientale, la difesa di valori sociali, la cittadinanza d’impresa e, per molti, anche l’attività dei sindacati, considerate tutte molto affini, o addirittura consequenziali, con quel modello concordato di gestione dell’interesse pubblico da parte della Pubblica Amministrazione.
Ovviamente, da un punto di vista giuridico, politico e soprattutto sociologico, siamo ancora molto lontani da una partecipazione che si realizza in pieno con i processi di “governance, partnership, networking, valutazione, inclusione, policy making e policy analysis”, con le iniziative autonome dei cittadini, con l’applicazione della governance e della sua filosofia del “governing without government”, e con l’uso degli strumenti di democrazia deliberativa, così come non è ancora possibile considerare come parte integrante del concetto di “cittadinanza attiva” gli strumenti di democrazia diretta, anche se nella nostra Costituzione sono previsti due strumenti di democrazia diretta: il referendum, (art. 75) e l’iniziativa popolare, (art. 71).
Ciononostante, però, dall’insieme dell’ordinamento giuridico vigente in Italia, a me pare di poter scorgere un maggior riconoscimento di quel concetto “estero” di “cittadinanza attiva” e perciò è possibile intravedere una sorta di una disciplina della partecipazione nella definizione delle politiche pubbliche, e questo non solo in base agli artt. Cost. 24, 97, 103 e 113, che ispirerebbero la disciplina del “diritto di partecipazione”, delle situazioni giuridiche soggettive e di quel modello concordato tra attività della Pubblica Amministrazione e gli interessi dei singoli cittadini, quanto soprattutto in base al dettato dell’art. 118 della Costituzione, che così recita:
"Stato, regioni, province, città metropolitane, comuni favoriscono l'autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio della sussidiarietà".
Credo, quindi, che in questo articolo della Costituzione possa trovare fondamento giuridico quella libertà dei cittadini, singoli ed organizzati, nel prendere parte alle attività che si legano al disegno, alla programmazione, alla pianificazione, alla progettazione, al monitoraggio, alla implementazione, alla rendicontazione, alla partecipazione dal basso, all’inclusione, alla condivisione, alla valutazione, alla comunicazione.
A sostegno di questa tesi, vi è tutta quella serie di attività che si svolgono già da diversi anni e che sono legate all’uso di fondi politiche e programmi dell’Unione Europea, ai programmi di cooperazione internazionale in cui è presente l’Italia, alla disciplina della V.A.S. (Valutazione Ambientale Strategica), che prevede espressamente la partecipazione dei cittadini alla formulazione di piani progetti e programmi per l’ambiente, ai bilanci partecipativi, alla vasta gamma dei progetti integrati, al metodo della programmazione negoziata e concertata, ai piani strategici e quindi a tutti gli altri processi di “policy” che includono un minimo di partecipazione dal basso e che va oltre e/o al di fuori della partecipazione politica.
Pietro Perrucci
Si va dall’attivismo civico, all’impegno nei vari ambiti dell’associazionismo e del volontariato; dalla promozione dei diritti dei cittadini, alla tutela dei consumatori; dalla espressione delle sensibilità per l’ambiente, alla difesa di valori socialmente e culturalmente condivisi. Rientra in questa molteplicità di significati anche la cosiddetta “cittadinanza d’impresa”, ovvero la consapevolezza dell'importanza del ruolo che questi rivestono nella società, per via delle implicazioni che la stessa impresa ha con l’ambiente, con la sostenibilità, con l’ecologia, con il territorio, con lo sviluppo sostenibile.
Inoltre, nel nostro ambito nazionale, hanno avuto un peso non indifferente nel costruire il significato di “cittadinanza attiva” tutte quelle riforme della Pubblica Amministrazione che vanno dall’introduzione del diritto di accesso e di trasparenza negli atti amministrativi, alla accresciuta tutela e considerazione delle posizioni giuridiche soggettive attive, ovvero il diritto soggettivo, l’interesse legittimo, l’interesse collettivo, gli interessi diffusi, l’aspettativa legittima, la potestà, l’interesse semplice e l’interesse di fatto.
All’estero, invece, il concetto di “cittadinanza attiva”, fa riferimento ad altri elementi e pur essendo un concetto che cambia sensibilmente a causa dei molteplici contesti socio-politici, in linea generale è possibile scorgere due grandi concetti di “cittadinanza attiva”: quello dei paesi in via di sviluppo e quello dei paesi già sviluppati.
Nei paesi in via di sviluppo, così come nelle organizzazioni internazionali “governative” e “non governative”, per “cittadinanza attiva” si intende il “processo di costruzione della democrazia”, cioè la formazione dei partiti politici, la definizione dei sistemi elettorali, la costruzione delle costituzioni, le pari opportunità, la valutazione dei processi democratici da parte dei cittadini, lo sviluppo e la redistribuzione della ricchezza ed infine, un grande dibattito su quei elementi giuridico-istituzionali che andranno poi a sostanziare la democrazia in un determinato socio-politico (i diritti umani, le libertà civili, l’uguaglianza, il principio di maggioranza e rispetto delle minoranze, la suddivisione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, la partecipazione, le tutele, la risoluzione pacifica delle controversie internazionali, ecc...).
Negli altri paesi esteri, quelli sviluppati (detti anche paesi ad economia matura, oppure paesi a democrazia matura), il concetto di “cittadinanza attiva” significa “partecipazione dei cittadini e delle organizzazioni di cittadini alla definizione delle politiche pubbliche” e “democrazia diretta”.
La partecipazione dei cittadini e delle organizzazioni di cittadini alla definizione delle politiche pubbliche si attiva attraverso i cosiddetti processi (e/o strumenti) di “governance, partnership, networking, valutazione, inclusione, policy making e policy analysis”, che sono promossi nel 90% dei casi dai governi, dalle istituzioni e dalla Pubblica Amministrazione a vari livelli di governo (locale, regionale, nazionale e sovranazionale). Rientrano nella partecipazione dei cittadini alla definizione delle politiche pubbliche anche le “iniziative autonome degli stessi cittadini”, nel quadro soprattutto dei processi di policy making e di policy analysis, che così consentono di superare quella visione in base alla quale la partecipazione democratica è vista come una “concessione” di una parte del potere da parte di singoli governi e/o delle singole istituzioni, ai cittadini.
La partecipazione, perciò, si attua attraverso il ricorso a strumenti di democrazia deliberativa (town meeting, deliberation days, le arene deliberative, info days, forum, sondaggi deliberativi, giurie popolari, l’uso di strumenti informatici di e-democracy, gli incontri di quartiere, le passeggiate di quartiere, ecc…) e attraverso un ampio dibattito nel quale sono affrontate di questioni come la rappresentanza e rappresentatività delle organizzazioni dei cittadini in rapporto con i governi, l’implementazione delle decisioni dei cittadini e delle risorse pubbliche, ed infine, le questioni di ricerca teorica e applicata sulla evoluzione delle democrazie rappresentative in democrazie dirette, sulle attività di “formazione alla cultura della partecipazione” e sul supporto alle pubbliche amministrazioni da parte delle organizzazioni dei cittadini.
All’estero, poi, la partecipazione dei cittadini alla formazione delle politiche pubbliche ha portato anche allo sviluppo di un altro grande tema, parallelo a quello della “cittadinanza attiva”, che è quello della “governance”. Questo termine, secondo l’efficace definizione anglosassone “governing without government”, vuole intendere l’esercizio, l’atto, di governare senza il potere pieno ed esclusivo dei vari governi locali, regionali, nazionali e sovranazionali, e quindi, con la partecipazione dei cittadini.
Per quanto riguarda invece l’uso degli strumenti di democrazia diretta, occorre dire che questi si concretizzano in processi istituzionali nei quali i cittadini, in quanto popolo sovrano, non sono soltanto degli elettori che delegano il proprio potere politico ai loro rappresentanti (democrazia rappresentativa), ma sono anche dei legislatori, aventi il diritto, talvolta costituzionalmente garantito, di proporre e votare direttamente le leggi ordinarie e la Costituzione (democrazia diretta), attraverso diversi istituti di consultazione popolare (democrazia deliberativa) e di partecipazione (democrazia partecipativa).
Tra gli strumenti di democrazia diretta vi è anche il controllo dell’attività esecutiva degli organi centrali e periferici del governo e della Pubblica Amministrazione. Quest’attività fa in modo che le politiche pubbliche si indirizzino non tanto nel conseguimento di obiettivi di tipo “politico-ideologico”, quanto nel conseguimento di obiettivi di tipo “politico-sociale” ed in funzione di ciò, “oggetto delle politiche pubbliche sono gli stessi problemi della società che vengono elevati ad obiettivi delle varie politiche pubbliche”.
Si spiega così il perché in altri paesi, più che di “politics”, cioè di politica intesa come espressione di un potere, di una imposizione dell’alto, si preferisce usare il termine di “policy”, (economic policy, social policy, environmental policy, ecc…) il cui significato implicherebbe dunque,
- un concetto politica quale attività direttamente rivolta al conseguimento di obiettivi concreti e reali;
- un approccio metodologico molto più ampiamente pragmatico;
- la partecipazione dal basso;
- l’inclusione;
- la condivisione;
- la valutazione;
- la comunicazione.
Alla luce di quanto evidenziato all’estero, si può sostenere, dunque, che in Italia la tematica della “cittadinanza attiva” è sostanzialmente ancora molto lontana da questo quadro concettuale. Una lontananza che è notevole rispetto agli strumenti della democrazia diretta, ma che tuttavia si riduce intorno all’altro elemento sostanziale, che è quello della partecipazione.
Infatti, le riforme della Pubblica Amministrazione, cui si è fatto cenno prima, hanno portato ad un qualcosa che si avvicina alla partecipazione, e cioè ad un “modello concordato di gestione dell’interesse pubblico nella Pubblica Amministrazione”. In altre parole, la nostra Pubblica Amministrazione svolgerebbe la sua funzione di organo del potere esecutivo in armonia con le aspettative e gli interessi dei singoli soggetti privati e della loro collettività e quindi la “cittadinanza attiva”, in Italia, comprenderebbe proprio la regolamentazione del diritto di partecipazione, del diritto di accesso, della trasparenza, della tutela della privacy, l’attività dei difensori civici e la più antica tutela delle posizioni giuridiche soggettive.
Di conseguenza, per “cittadinanza attiva” sarebbe giusto considerare anche quella serie di attività come l’attivismo civico, l’impegno nei vari ambiti dell’associazionismo e del volontariato, la promozione e tutela dei diritti dei cittadini, la promozione e tutela dei consumatori, la tutela ambientale, la difesa di valori sociali, la cittadinanza d’impresa e, per molti, anche l’attività dei sindacati, considerate tutte molto affini, o addirittura consequenziali, con quel modello concordato di gestione dell’interesse pubblico da parte della Pubblica Amministrazione.
Ovviamente, da un punto di vista giuridico, politico e soprattutto sociologico, siamo ancora molto lontani da una partecipazione che si realizza in pieno con i processi di “governance, partnership, networking, valutazione, inclusione, policy making e policy analysis”, con le iniziative autonome dei cittadini, con l’applicazione della governance e della sua filosofia del “governing without government”, e con l’uso degli strumenti di democrazia deliberativa, così come non è ancora possibile considerare come parte integrante del concetto di “cittadinanza attiva” gli strumenti di democrazia diretta, anche se nella nostra Costituzione sono previsti due strumenti di democrazia diretta: il referendum, (art. 75) e l’iniziativa popolare, (art. 71).
Ciononostante, però, dall’insieme dell’ordinamento giuridico vigente in Italia, a me pare di poter scorgere un maggior riconoscimento di quel concetto “estero” di “cittadinanza attiva” e perciò è possibile intravedere una sorta di una disciplina della partecipazione nella definizione delle politiche pubbliche, e questo non solo in base agli artt. Cost. 24, 97, 103 e 113, che ispirerebbero la disciplina del “diritto di partecipazione”, delle situazioni giuridiche soggettive e di quel modello concordato tra attività della Pubblica Amministrazione e gli interessi dei singoli cittadini, quanto soprattutto in base al dettato dell’art. 118 della Costituzione, che così recita:
"Stato, regioni, province, città metropolitane, comuni favoriscono l'autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio della sussidiarietà".
Credo, quindi, che in questo articolo della Costituzione possa trovare fondamento giuridico quella libertà dei cittadini, singoli ed organizzati, nel prendere parte alle attività che si legano al disegno, alla programmazione, alla pianificazione, alla progettazione, al monitoraggio, alla implementazione, alla rendicontazione, alla partecipazione dal basso, all’inclusione, alla condivisione, alla valutazione, alla comunicazione.
A sostegno di questa tesi, vi è tutta quella serie di attività che si svolgono già da diversi anni e che sono legate all’uso di fondi politiche e programmi dell’Unione Europea, ai programmi di cooperazione internazionale in cui è presente l’Italia, alla disciplina della V.A.S. (Valutazione Ambientale Strategica), che prevede espressamente la partecipazione dei cittadini alla formulazione di piani progetti e programmi per l’ambiente, ai bilanci partecipativi, alla vasta gamma dei progetti integrati, al metodo della programmazione negoziata e concertata, ai piani strategici e quindi a tutti gli altri processi di “policy” che includono un minimo di partecipazione dal basso e che va oltre e/o al di fuori della partecipazione politica.
Pietro Perrucci
lunedì 9 marzo 2009
Mutamento di senso e di significato nell'uso dei più tradizionali strumenti di governo locale
La letteratura sociologica dedica ampissimo spazio ai molteplici strumenti innovativi di governo locale (e non solo), quali sono le metodologie di policy making e policy analysis, la governance, la partnership, il networking, i piani della comunicazione interna ed esterna, le tecniche di valutazione e di monitoraggio, la cittadinanza attiva, la democrazia deliberativa, la democrazia diretta, fino ad arrivare all’empowerment. Al tempo stesso, però, la medesima letteratura trascura di considerare come sono cambiati il senso ed il significato dei più tradizionali strumenti di governo, ovvero la “politica”, il “piano”, il “programma” e il “progetto”, per via della crescente partecipazione di nuovi soggetti, quali semplici cittadini, associazioni, portatori di interessi, gruppi di pressione, ecc…
L’importanza di questo cambiamento è stata tale al punto che il termine “iter” è stato sostituito dal termine “processo”, laddove il primo indicava per la realizzazione di ognuno di quei strumenti tradizionali di governo, la più diretta espressione di un potere di supremazia, di imperio, di sovranità, di autorità, ecc…, da parte di istituzioni dello Stato, organi della Pubblica Amministrazione, burocrati ed anche partiti politici, mentre il secondo sta ad indicare quella maggior connotazione metodologica, fenomenologia, sociologica e soprattutto democratico-partecipativa di quei nuovi soggetti nella realizzazione di quei tradizionali strumenti di governo locale.
Di conseguenza, il più tradizionale strumento di governo locale, ovvero la politica, non è stato più inteso come attività prettamente giuridico-istituzionale, ed ha assunto, invece, le caratteristiche di un’attività di “policy”, cioè di un’attività che, come nella sua accezione anglofona, tende sempre meno ad essere legata alla espressione di una qualche forma di potere, e sempre più ad essere identificata quale “attività pragmaticamente protesa all’intervento in specifici ambiti della società, per la soluzione di problemi, per il conseguimento di obiettivi e per il raggiungimento di determinati scopi istituzionali”.
Per quanto riguarda la programmazione si deve evidenziare che questo strumento è divenuto sempre più il frutto della compartecipazione di più soggetti, nel senso che alla sua definizione possono concorrere, oltre agli organi dello Stato, anche espressioni del mondo economico, del mondo sociale, degli enti locali, di organizzazioni internazionali e di semplici cittadini, singoli ed associati, ecc... Ecco perché quando si parla di programmazione, si intende un’attività che è e deve essere necessariamente intesa quale attività “negoziata, concertata, condivisa ed inclusiva”. La pianificazione, che già prevedeva la traduzione operativa e concreta dell’esercizio di un potere, in interventi operativi, azioni, strategie, ecc..., ha acquisito con la partecipazione un notevole sviluppo metodologico, e questo sia nel senso di rafforzare la sua propensione ad essere strumento esplicitamente votato al conseguimento di specifici obiettivi, sia nel senso dell’acquisizione preventiva del consenso rispetto alla fase di elaborazione. Si può dire, dunque, che la pianificazione, per il fatto di essere oggi ampiamente aperta ed estesa alla comunità cui essa fa riferimento, è più che mai strategica, proprio perché è più direttamente ed efficacemente rivolta al conseguimento di obiettivi reali, concreti, tangibili, misurabili, condivisi, in funzione dei quali si predispongono le misure, le azioni e gli interventi.
Inoltre, nell’ambito della progettazione, la partecipazione ha fatto sì che vi fosse una più bassa rigidità metodologica ed operativa di questo strumento e quindi una sua maggiore flessibilità. Per questo, quando oggi si usa il termine progettazione (soprattutto nell’ambito della “europrogettazione”) si intende una “progettazione che deve essere necessariamente integrata”, sia per quella sua quella caratteristica di maggior adattamento contestuale, tematico ed intersettoriale (integrazione orizzontale) e sia per quella caratteristica di maggior coordinamento tra i vari livelli di governo territoriale che sono parte della progettazione (integrazione verticale).
Pertanto, in funzione di questi cambiamenti possiamo dire di aver visto nell'ambito dei tradizionali strumenti di governo locale,
a) la politica trasformarsi in attività di policy,
b) la programmazione in attività negoziata concertata condivisa ed inclusiva,
c) la pianificazione in attività strategica,
d) la progettazione in attività ad integrazione orizzontale e verticale.
Pietro Perrucci
L’importanza di questo cambiamento è stata tale al punto che il termine “iter” è stato sostituito dal termine “processo”, laddove il primo indicava per la realizzazione di ognuno di quei strumenti tradizionali di governo, la più diretta espressione di un potere di supremazia, di imperio, di sovranità, di autorità, ecc…, da parte di istituzioni dello Stato, organi della Pubblica Amministrazione, burocrati ed anche partiti politici, mentre il secondo sta ad indicare quella maggior connotazione metodologica, fenomenologia, sociologica e soprattutto democratico-partecipativa di quei nuovi soggetti nella realizzazione di quei tradizionali strumenti di governo locale.
Di conseguenza, il più tradizionale strumento di governo locale, ovvero la politica, non è stato più inteso come attività prettamente giuridico-istituzionale, ed ha assunto, invece, le caratteristiche di un’attività di “policy”, cioè di un’attività che, come nella sua accezione anglofona, tende sempre meno ad essere legata alla espressione di una qualche forma di potere, e sempre più ad essere identificata quale “attività pragmaticamente protesa all’intervento in specifici ambiti della società, per la soluzione di problemi, per il conseguimento di obiettivi e per il raggiungimento di determinati scopi istituzionali”.
Per quanto riguarda la programmazione si deve evidenziare che questo strumento è divenuto sempre più il frutto della compartecipazione di più soggetti, nel senso che alla sua definizione possono concorrere, oltre agli organi dello Stato, anche espressioni del mondo economico, del mondo sociale, degli enti locali, di organizzazioni internazionali e di semplici cittadini, singoli ed associati, ecc... Ecco perché quando si parla di programmazione, si intende un’attività che è e deve essere necessariamente intesa quale attività “negoziata, concertata, condivisa ed inclusiva”. La pianificazione, che già prevedeva la traduzione operativa e concreta dell’esercizio di un potere, in interventi operativi, azioni, strategie, ecc..., ha acquisito con la partecipazione un notevole sviluppo metodologico, e questo sia nel senso di rafforzare la sua propensione ad essere strumento esplicitamente votato al conseguimento di specifici obiettivi, sia nel senso dell’acquisizione preventiva del consenso rispetto alla fase di elaborazione. Si può dire, dunque, che la pianificazione, per il fatto di essere oggi ampiamente aperta ed estesa alla comunità cui essa fa riferimento, è più che mai strategica, proprio perché è più direttamente ed efficacemente rivolta al conseguimento di obiettivi reali, concreti, tangibili, misurabili, condivisi, in funzione dei quali si predispongono le misure, le azioni e gli interventi.
Inoltre, nell’ambito della progettazione, la partecipazione ha fatto sì che vi fosse una più bassa rigidità metodologica ed operativa di questo strumento e quindi una sua maggiore flessibilità. Per questo, quando oggi si usa il termine progettazione (soprattutto nell’ambito della “europrogettazione”) si intende una “progettazione che deve essere necessariamente integrata”, sia per quella sua quella caratteristica di maggior adattamento contestuale, tematico ed intersettoriale (integrazione orizzontale) e sia per quella caratteristica di maggior coordinamento tra i vari livelli di governo territoriale che sono parte della progettazione (integrazione verticale).
Pertanto, in funzione di questi cambiamenti possiamo dire di aver visto nell'ambito dei tradizionali strumenti di governo locale,
a) la politica trasformarsi in attività di policy,
b) la programmazione in attività negoziata concertata condivisa ed inclusiva,
c) la pianificazione in attività strategica,
d) la progettazione in attività ad integrazione orizzontale e verticale.
Pietro Perrucci
giovedì 11 dicembre 2008
CORSO-PROGETTO DI DIDATTICA E DI AUTODIDATTICA DEL CINEMA
CORSO DI DIDATTICA E DI AUTODIDATTICA DEL CINEMA
L’Idea-progetto
Si propone la realizzazione di un “Corso di didattica e di autodidattica del cinema”, autogestito dagli stessi corsisti e consistente in un percorso che esplori in tutti i suoi aspetti il mondo del cinema. Il metodo di apprendimento che si vuole utilizzare è quello di affiancare ad una normale parte didattica una parte di “autodidattica”, che consisterebbe nel ripartire tra i corsisti i temi contenuti della fase III e IV del corso, in modo che, ognuno di loro, a turno, dapprima acquisisce i contenuti delle lezioni e poi li divulga durante la lezione tenuta dallo stesso corsista di turno. Ovviamente, anche la scelta dei film inerenti i contenuti delle lezioni è affidata ad una decisione comune e condivisa dagli stessi corsisti.
Fasi della lezione:
1) acquisizione dei contenuti della lezione (solo per le lezioni autodidattiche);
2) illustrazione e dissertazione dei contenuti (max 60 minuti);
3) proiezione di un film inerente il tema oggetto della lezione;
4) trascrizione da parte del corsista di una sua breve considerazione (max 10 righe) sul contenuto della lezione e sulla visione del film;
5) digitazione, stampa e distribuzione, di tali considerazioni a tutti i corsisti;
6) dibattito (per le lezioni autodidattiche il corsista di turno farà anche da facilitatore/moderatore).
Scopo di ciascuna fase della lezione
a) “acquisire” e divulgare agli altri corsisti i contenuti delle lezioni (fasi 1 e 2),
b) esternare quegli elementi soggettivi di background culturale, di vissuto e di sensibilità (fase 3),
c) fare in modo che questi elementi soggettivi diventino parte di tutti i corsisti (fase 4),
d) confrontare ed eventualmente condividere quanto trascritto nelle considerazioni (fasi 5 e 6),
e) realizzare l’autoapprendimento durante tutte le fasi della lezione.
CORSO
I) Introduzione
Presentazione dei corsisti – Presentazione del corso – Assegnazione dei temi a ciascun corsista
II) Parte generale
Storia del cinema – Legislazione europea ed italiana – I principali festival ed eventi cinematografici italiani e stranieri.
III) Temi di Cinematografia
- I filoni culturali nel cinema (Avanguardie, Espressionismo, Surrealismo, Impressionismo, Moralismo Scandinavo, Studio System Hollywoodiano, Divismo, Realismo, Neorealismo, Nouvelle Vague, Dèco, Free English Cinema, New American Cinema, New Hollywood, New Indian Cinema, Post-modernismo)
- Il cinema per principali aree geografiche di produzione (francese, russo, tedesco, svedese, italiano, americano, inglese, giapponese, sud-americano, africano, mediorientale, indiano, cinese)
- I generi cinematografici (commedia, drammatico, storico, di guerra, colossal, western, horror, giallo, azione, musical, thriller, pulp, comico, documentario, documento, fiction, noir, grottesco, bollywood, erotico, porno, animazione, fantascienza, ecc…).
IV) Temi della trasposizione cinematografica
Letteratura – filosofia – sociologia – psicologia – psicoanalisi – antropologia – etnologia – estetica – linguaggio – metalinguaggio – semiologia – pedagogia – mitologia – storia – geografia – politica – economia – architettura – religione – comunicazione – m.c.m. – internet e informatica – medicina – scienze esatte.
V) Forme d’arte e di spettacolo nel cinema
Teatro – musica – danza – cabaret – avanspettacolo – prosa – disegno – pittura – scultura – grafica – videoarte – fumettistica – animazione – sport – varietà – televisione – folklore – circo – cantastorie e altri spettacoli di strada – eventi e manifestazioni.
VI) Metodi e tecniche di riproduzione cinematografica
Tipologie di audiovisivi – tecniche video e di ripresa – tecniche audio e foniche – scrittura – sceneggiatura – regia – scenografia – fotografia – illuminotecnica – montaggio – doppiaggio –produzione – post-produzione – distribuzione – progettazione nel settore degli audiovisivi – i finanziamenti
VII) Recitazione
Metodi e tecniche di recitazione – Il rapporto tra attore e personaggio – la maschera – la voce – la dizione – il costume – la luce – la gestualità – il simbolismo – l’ispirazione – la creatività – l’esercizio
VIII) Progetto (per la verifica di tutte le competenze acquisite)
Ideazione e realizzazione di un progetto di audiovisivo.
Ancora da definire:
Gruppo di lavoro, Organizzazione, Partnership, Logistica, Orari, Coordinamento, Costi, Finanziamento, Tutoraggio, Supporti tecnici, Docenze (fase II, VI, VII e VIII)
L’Idea-progetto
Si propone la realizzazione di un “Corso di didattica e di autodidattica del cinema”, autogestito dagli stessi corsisti e consistente in un percorso che esplori in tutti i suoi aspetti il mondo del cinema. Il metodo di apprendimento che si vuole utilizzare è quello di affiancare ad una normale parte didattica una parte di “autodidattica”, che consisterebbe nel ripartire tra i corsisti i temi contenuti della fase III e IV del corso, in modo che, ognuno di loro, a turno, dapprima acquisisce i contenuti delle lezioni e poi li divulga durante la lezione tenuta dallo stesso corsista di turno. Ovviamente, anche la scelta dei film inerenti i contenuti delle lezioni è affidata ad una decisione comune e condivisa dagli stessi corsisti.
Fasi della lezione:
1) acquisizione dei contenuti della lezione (solo per le lezioni autodidattiche);
2) illustrazione e dissertazione dei contenuti (max 60 minuti);
3) proiezione di un film inerente il tema oggetto della lezione;
4) trascrizione da parte del corsista di una sua breve considerazione (max 10 righe) sul contenuto della lezione e sulla visione del film;
5) digitazione, stampa e distribuzione, di tali considerazioni a tutti i corsisti;
6) dibattito (per le lezioni autodidattiche il corsista di turno farà anche da facilitatore/moderatore).
Scopo di ciascuna fase della lezione
a) “acquisire” e divulgare agli altri corsisti i contenuti delle lezioni (fasi 1 e 2),
b) esternare quegli elementi soggettivi di background culturale, di vissuto e di sensibilità (fase 3),
c) fare in modo che questi elementi soggettivi diventino parte di tutti i corsisti (fase 4),
d) confrontare ed eventualmente condividere quanto trascritto nelle considerazioni (fasi 5 e 6),
e) realizzare l’autoapprendimento durante tutte le fasi della lezione.
CORSO
I) Introduzione
Presentazione dei corsisti – Presentazione del corso – Assegnazione dei temi a ciascun corsista
II) Parte generale
Storia del cinema – Legislazione europea ed italiana – I principali festival ed eventi cinematografici italiani e stranieri.
III) Temi di Cinematografia
- I filoni culturali nel cinema (Avanguardie, Espressionismo, Surrealismo, Impressionismo, Moralismo Scandinavo, Studio System Hollywoodiano, Divismo, Realismo, Neorealismo, Nouvelle Vague, Dèco, Free English Cinema, New American Cinema, New Hollywood, New Indian Cinema, Post-modernismo)
- Il cinema per principali aree geografiche di produzione (francese, russo, tedesco, svedese, italiano, americano, inglese, giapponese, sud-americano, africano, mediorientale, indiano, cinese)
- I generi cinematografici (commedia, drammatico, storico, di guerra, colossal, western, horror, giallo, azione, musical, thriller, pulp, comico, documentario, documento, fiction, noir, grottesco, bollywood, erotico, porno, animazione, fantascienza, ecc…).
IV) Temi della trasposizione cinematografica
Letteratura – filosofia – sociologia – psicologia – psicoanalisi – antropologia – etnologia – estetica – linguaggio – metalinguaggio – semiologia – pedagogia – mitologia – storia – geografia – politica – economia – architettura – religione – comunicazione – m.c.m. – internet e informatica – medicina – scienze esatte.
V) Forme d’arte e di spettacolo nel cinema
Teatro – musica – danza – cabaret – avanspettacolo – prosa – disegno – pittura – scultura – grafica – videoarte – fumettistica – animazione – sport – varietà – televisione – folklore – circo – cantastorie e altri spettacoli di strada – eventi e manifestazioni.
VI) Metodi e tecniche di riproduzione cinematografica
Tipologie di audiovisivi – tecniche video e di ripresa – tecniche audio e foniche – scrittura – sceneggiatura – regia – scenografia – fotografia – illuminotecnica – montaggio – doppiaggio –produzione – post-produzione – distribuzione – progettazione nel settore degli audiovisivi – i finanziamenti
VII) Recitazione
Metodi e tecniche di recitazione – Il rapporto tra attore e personaggio – la maschera – la voce – la dizione – il costume – la luce – la gestualità – il simbolismo – l’ispirazione – la creatività – l’esercizio
VIII) Progetto (per la verifica di tutte le competenze acquisite)
Ideazione e realizzazione di un progetto di audiovisivo.
Ancora da definire:
Gruppo di lavoro, Organizzazione, Partnership, Logistica, Orari, Coordinamento, Costi, Finanziamento, Tutoraggio, Supporti tecnici, Docenze (fase II, VI, VII e VIII)
mercoledì 19 novembre 2008
PERCORSO PER UN PROGRAMMA DELLA POLITICA
L’eredità del passato
Dopo aver parlato della differenza tra piano e programma, provo a parlare anche della politica, ovvero dello strumento più importante attraverso cui si attuano i processi di policy. Il punto di partenza è sempre la fallimentare esperienza del Piano Strategico della “Città Murgiana della Qualità e del Benessere”, dalla quale si è ampiamente evinto come la politica, invece di intercettare i bisogni della collettività, si è occupata solamente di questioni legate al potere, ai personalismi, agli interessi di pochi, finendo per disinteressarsi dei problemi reali della società e generando per questo un malcostume che è diventato l'elemento di maggior distinguo del nostro contesto locale.
Questa condizione di degrado in cui perversa la politica, non è né recente, né si può dire che appartiene al solo contesto locale; tuttavia, tutti concordano sul fatto che nel nostro contesto locale sono sempre gli stessi problemi ad affliggere la nostra comunità da almeno vent’anni a questa parte, con la differenza, rispetto al contesto nazionale, che quei problemi hanno assunto nel nostro contesto locale una gravità tale per cui si è notevolmente ridotto spazio operativo della politica. Per questo motivo, dunque, la politica non può più essere l’unico strumento per risolvere i gravi problemi esistenti e quindi, così come sta accadendo in tutte le maggiori democrazie del mondo, anche per il nostro contesto locale si ravvisa la necessità di mettere in atto un processo culturale forte e parallelo a quello della politica, qual è quello della “democrazia partecipativa”, che attraverso la “partecipazione diretta” e “l’impegno responsabile di tutti”, è in grado di:
1) rompere storicamente e culturalmente con quel passato della politica, fatto di malcostume, egoismi per il potere, personalismi e di difesa degli interessi di pochi;
2) elevare ad obiettivi dell’impegno politico i problemi reali della nostra comunità;
3) creare un nuovo e più ampio consenso, fatto di visioni e missioni, comuni e condivise;
4) realizzare quel processo di emancipazione sociale, economica e culturale, di cui si avverte un forte bisogno.
In funzione di questa considerazione e soprattutto in funzione delle prossime elezioni amministrative, si avverte la necessità di articolare un nuovo percorso di scelte, fatto di tre momenti fondamentali:
1) un momento di coesione, in cui definire Visioni, Missioni, Strumenti, Strategie, Metodo e Valori condivisi;
2) un momento di riflessione, su Problemi e Bisogni, Individuazione delle Risorse, e Comunicazione;
3) un momento programmatico, fatto di diverse fasi di Analisi, Scelta, Valutazione, Risorse, Contenuti e Operatività.
1. Coesione
Vision: La comunità economicamente, socialmente e culturalmente emancipata
Missione: aggregare il consenso intorno a idee, sentimenti, significati, percezioni, ecc…
Strumenti: la partecipazione
Strategie: diffondere la cultura della partecipazione e rompere storicamente e culturalmente con il passato.
Metodo: confronto continuo e responsabile per elevare ad obiettivi dell’azione e dell’agire politico i problemi reali della comunità.
Valori condivisi
1) QUESTIONE MORALE
2) QUESTIONE AMBIENTALE
3) PARI OPPORTUNITÁ
4) LIBERTÁ
5) EQUITÁ
6) SOLIDARIETÁ
7) SOSTENIBILITÁ
8) EMANCIPAZIONE
9) INCLUSIONE
10) PARTECIPAZIONE
2. Riflessione
Problemi, bisogni, questioni
A) SVILUPPO
B) OCCUPAZIONE
C) QUALITÁ DELLA VITA
D) DEFICIT DI DEMOCRAZIA
E) PUBBLICA AMMINISTRAZIONE
F) WELFARE
G) DIRITTI
H) TERRITORIO
I) EUROPA
L) …….......
Risorse
- Capitale tangibile (mezzi finanziari)
- Capitale intangibile (cultura, conoscenza, competenza)
- Capitale umano (animatori, attori, portatori di interessi, soggetti deboli, ecc…)
- Processi partecipativi (governance, partnership, networking).
Comunicazione
Realizzare un unico piano di comunicazione informatizzato, affinché l’informazione sia accessibile, immediata, comprensibile, aggiornata, responsabile, consapevole.
3. Programma
Analisi
Problemi e bisogni
Strutturazione/Obiettivi
Soluzioni potenziali
Stima degli effetti
Scelte
Adozione
Scelta
Indicazioni
Implementazione
Valutazione
Indicatori
Monitoraggio
Giudizio
Adattamento
Risorse
Tangibili
Intangibili
Umane
Processi partecipativi
Valori
Questione morale
Ambiente
Pari opportunità
Libertà
Equità
Solidarietà
Sostenibilità
Emancipazione
Inclusione
Partecipazione
…………
…………
Operatività
Rimodulazione obiettivi
Azioni
Consenso
Dopo aver parlato della differenza tra piano e programma, provo a parlare anche della politica, ovvero dello strumento più importante attraverso cui si attuano i processi di policy. Il punto di partenza è sempre la fallimentare esperienza del Piano Strategico della “Città Murgiana della Qualità e del Benessere”, dalla quale si è ampiamente evinto come la politica, invece di intercettare i bisogni della collettività, si è occupata solamente di questioni legate al potere, ai personalismi, agli interessi di pochi, finendo per disinteressarsi dei problemi reali della società e generando per questo un malcostume che è diventato l'elemento di maggior distinguo del nostro contesto locale.
Questa condizione di degrado in cui perversa la politica, non è né recente, né si può dire che appartiene al solo contesto locale; tuttavia, tutti concordano sul fatto che nel nostro contesto locale sono sempre gli stessi problemi ad affliggere la nostra comunità da almeno vent’anni a questa parte, con la differenza, rispetto al contesto nazionale, che quei problemi hanno assunto nel nostro contesto locale una gravità tale per cui si è notevolmente ridotto spazio operativo della politica. Per questo motivo, dunque, la politica non può più essere l’unico strumento per risolvere i gravi problemi esistenti e quindi, così come sta accadendo in tutte le maggiori democrazie del mondo, anche per il nostro contesto locale si ravvisa la necessità di mettere in atto un processo culturale forte e parallelo a quello della politica, qual è quello della “democrazia partecipativa”, che attraverso la “partecipazione diretta” e “l’impegno responsabile di tutti”, è in grado di:
1) rompere storicamente e culturalmente con quel passato della politica, fatto di malcostume, egoismi per il potere, personalismi e di difesa degli interessi di pochi;
2) elevare ad obiettivi dell’impegno politico i problemi reali della nostra comunità;
3) creare un nuovo e più ampio consenso, fatto di visioni e missioni, comuni e condivise;
4) realizzare quel processo di emancipazione sociale, economica e culturale, di cui si avverte un forte bisogno.
In funzione di questa considerazione e soprattutto in funzione delle prossime elezioni amministrative, si avverte la necessità di articolare un nuovo percorso di scelte, fatto di tre momenti fondamentali:
1) un momento di coesione, in cui definire Visioni, Missioni, Strumenti, Strategie, Metodo e Valori condivisi;
2) un momento di riflessione, su Problemi e Bisogni, Individuazione delle Risorse, e Comunicazione;
3) un momento programmatico, fatto di diverse fasi di Analisi, Scelta, Valutazione, Risorse, Contenuti e Operatività.
1. Coesione
Vision: La comunità economicamente, socialmente e culturalmente emancipata
Missione: aggregare il consenso intorno a idee, sentimenti, significati, percezioni, ecc…
Strumenti: la partecipazione
Strategie: diffondere la cultura della partecipazione e rompere storicamente e culturalmente con il passato.
Metodo: confronto continuo e responsabile per elevare ad obiettivi dell’azione e dell’agire politico i problemi reali della comunità.
Valori condivisi
1) QUESTIONE MORALE
2) QUESTIONE AMBIENTALE
3) PARI OPPORTUNITÁ
4) LIBERTÁ
5) EQUITÁ
6) SOLIDARIETÁ
7) SOSTENIBILITÁ
8) EMANCIPAZIONE
9) INCLUSIONE
10) PARTECIPAZIONE
2. Riflessione
Problemi, bisogni, questioni
A) SVILUPPO
B) OCCUPAZIONE
C) QUALITÁ DELLA VITA
D) DEFICIT DI DEMOCRAZIA
E) PUBBLICA AMMINISTRAZIONE
F) WELFARE
G) DIRITTI
H) TERRITORIO
I) EUROPA
L) …….......
Risorse
- Capitale tangibile (mezzi finanziari)
- Capitale intangibile (cultura, conoscenza, competenza)
- Capitale umano (animatori, attori, portatori di interessi, soggetti deboli, ecc…)
- Processi partecipativi (governance, partnership, networking).
Comunicazione
Realizzare un unico piano di comunicazione informatizzato, affinché l’informazione sia accessibile, immediata, comprensibile, aggiornata, responsabile, consapevole.
3. Programma
Analisi
Problemi e bisogni
Strutturazione/Obiettivi
Soluzioni potenziali
Stima degli effetti
Scelte
Adozione
Scelta
Indicazioni
Implementazione
Valutazione
Indicatori
Monitoraggio
Giudizio
Adattamento
Risorse
Tangibili
Intangibili
Umane
Processi partecipativi
Valori
Questione morale
Ambiente
Pari opportunità
Libertà
Equità
Solidarietà
Sostenibilità
Emancipazione
Inclusione
Partecipazione
…………
…………
Operatività
Rimodulazione obiettivi
Azioni
Consenso
martedì 30 settembre 2008
La Pianificazione Strategica tra fallimenti, complicità, disonestà intellettuale e ballerine di lap-dance.
Il 19 settembre scorso, si sarebbe dovuto svolgere un importante incontro tra il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (C.N.E.L.) e gli operatori del Piano Strategico dell’Area Vasta la Città Murgiana della qualità e del Benessere. Invece, al termine di questo incontro, nessuno ha parlato a nome del C.N.E.L., e quindi non si è capito, né “chi” era venuto a rappresentare il C.N.E.L., né “cosa” abbia mosso questa importante istituzione nazionale ad interessarsi del nostro piccolo piano strategico.
Comunque, questa presenza/assenza del C.N.E.L. non ha sorpreso più di tanto, perchè è stata perfettamente in linea con le modalità con cui si è svolto tutto il processo di pianificazione strategica, cioè fomentare le aspettative, le speranze e le attese, per poi disattenderle mediante la sottrazione di componenti fondamentali di questo processo (si veda, a tal proposito, la mancanza di organizzazione, di partecipazione, di programmazione, di informazione, di comunicazione, di conoscenza e di discussione dei principali problemi che affliggono il nostro territorio).
Sicché, in fase di chiusura del processo di pianificazione strategica, la prima conclusione che si può trarre è data dal fatto che, a causa di queste deficienze, il nostro piano strategico si avvia ad essere un fallimento. D’altronde, la storia del nostro territorio é stata sempre una storia di fallimenti di tutti i tentativi di sviluppo messi in atto fino ad ora: si pensi, per esempio, al disuso dei marchi territoriali della Murgia, ai G.A.L. non finanziati, o peggio ancora, al nostro Patto Territoriale considerato da una ricerca del M.I.U.R. tra i patti peggio avviati in Italia. Quindi, ancora una volta saremo costretti a parlare di fallimento ed ancora una volta saremo costretti a parlare di un fallimento a causa delle complicità con della politica.
Il nostro piano strategico, quindi, anziché essere una concreta opportunità per risolvere i veri problemi che affliggono il nostro territorio, è stato strumentalmente gestito in funzione delle esigenze di pochi, di chi conta, del “potere”, e quindi attraverso il ricorso la politica che è intervenuta in questo processo per svuotarlo di quelle importanti componenti della partnership, del networking e della governance (nel senso più ampio del termine) per renderlo più facilmente controllabile ed infine, per farlo fallire come strumento di sviluppo dal basso.
La prova più chiara di questa complicità la si è avuta quando, caduto il sindaco del nostro comune capofila, si sono dovute fermare tutte le attività connesse con la pianificazione strategica. Pertanto, la sola differenza che c’è stata rispetto alle altre esperienze pregresse di sviluppo che si sono citate, sta nel fatto che mentre in queste ultime si poteva parlare di una presenza più soft della politica, anche se vi era comunque una consapevolezza del fatto che, prima o poi, la politica avrebbe sottratto agli stakeholder la piena gestione degli strumenti di sviluppo, per il piano strategico, invece, l’invasione della politica si è realizzata da subito ed in maniera assai più evidente e cioè attraverso il comitato tecnico e soprattutto attraverso le complicità del comitato scientifico.
Il comitato tecnico è stato da subito reso incapace di determinare qualsiasi tipo di scelta e perciò incapace di effettuare qualsiasi tipo di attività; di conseguenza, il comitato scientifico ha dovuto accentrare praticamente tutte le attività assegnate della pianificazione strategica. Ora, se un comitato scientifico si sostituisce al comitato tecnico viene facile pensare che, in ragione della sua scientificità, la riuscita del processo di pianificazione strategica sarebbe dovuta avvenire quasi per definizione; ma purtroppo, così non è stato ed il perché di questo sta nel fatto che il comitato scientifico ha agevolato la politica nel suo intento di non realizzare la pianificazione strategica e, a sua volta, la politica stessa si è resa disponibile ad aiutare il comitato scientifico, sia per far rimanere in piedi un processo di pianificazione strategica affetto da macroscopiche inefficienze di metodo, di partecipazione, di trasparenza, di sviluppo sostenibile, di competenze e di rispetto delle Linee Guida regionali, sia per prestargli soccorso con la demagogia nel spiegare il perché di queste molteplici inefficienze.
Ed infatti, proprio nell’incontro del 19 settembre, il comitato scientifico ha fatto passare per scelta consapevole e funzionale all’attività di pianificazione strategica l’impossibilità e l’incapacità di elaborare il Piano Strategico entro il 30 settembre e di fronte a questo volgare atto di disonestà intellettuale, nessuno ha parlato di gravi responsabilità comitato scientifico, che non sono solo quelle riferite al fatto che questi non si è mai sforzato di conoscere la realtà socioeconomica, che non è mai stato assiduamente presente sul territorio e che non ha mai dimostrato di avere competenze in programmazione dello sviluppo economico; ma si tratta di responsabilità riferite alla sue complicità con la politica, e cioè
- per il loro atteggiamento nell’essere stati ciechi, muti e sordi, alle osservazioni che puntualmente venivano denunciate sul piano strategico;
- per la rinuncia a confrontarsi nelle pubbliche sedute;
- per la mancata accettazione della mia disponibilità a lavorare a tempo pieno e soprattutto a titolo gratuito;
- per l’aumento del numero dei membri del comitato scientifico che da tre è passato a cinque, facendo spendere ulteriori 24.750,00 euro;
- per l’assunzione di consulenti scientifici che non conoscono neanche quali sono le Iniziative Comunitarie in atto, dato che Justine, Jasmine e Gender, possono essere solo i nomi di ballerine di lap-dance, mentre i nomi autentici delle Iniziative Comunitarie sono Jessica, Jaspers e Jeremie (a tal proposito faccio notare che il consulente che ha scritto questa cavolata percepirà un compenso di 11.250,00 euro, in ragione di un periodo di consulenza che va dal 15 luglio, al 30 settembre 2008).
Ecco perché non mi resta che sperare anche in un commissariamento della pianificazione strategica.
Pietro Perrucci
Comunque, questa presenza/assenza del C.N.E.L. non ha sorpreso più di tanto, perchè è stata perfettamente in linea con le modalità con cui si è svolto tutto il processo di pianificazione strategica, cioè fomentare le aspettative, le speranze e le attese, per poi disattenderle mediante la sottrazione di componenti fondamentali di questo processo (si veda, a tal proposito, la mancanza di organizzazione, di partecipazione, di programmazione, di informazione, di comunicazione, di conoscenza e di discussione dei principali problemi che affliggono il nostro territorio).
Sicché, in fase di chiusura del processo di pianificazione strategica, la prima conclusione che si può trarre è data dal fatto che, a causa di queste deficienze, il nostro piano strategico si avvia ad essere un fallimento. D’altronde, la storia del nostro territorio é stata sempre una storia di fallimenti di tutti i tentativi di sviluppo messi in atto fino ad ora: si pensi, per esempio, al disuso dei marchi territoriali della Murgia, ai G.A.L. non finanziati, o peggio ancora, al nostro Patto Territoriale considerato da una ricerca del M.I.U.R. tra i patti peggio avviati in Italia. Quindi, ancora una volta saremo costretti a parlare di fallimento ed ancora una volta saremo costretti a parlare di un fallimento a causa delle complicità con della politica.
Il nostro piano strategico, quindi, anziché essere una concreta opportunità per risolvere i veri problemi che affliggono il nostro territorio, è stato strumentalmente gestito in funzione delle esigenze di pochi, di chi conta, del “potere”, e quindi attraverso il ricorso la politica che è intervenuta in questo processo per svuotarlo di quelle importanti componenti della partnership, del networking e della governance (nel senso più ampio del termine) per renderlo più facilmente controllabile ed infine, per farlo fallire come strumento di sviluppo dal basso.
La prova più chiara di questa complicità la si è avuta quando, caduto il sindaco del nostro comune capofila, si sono dovute fermare tutte le attività connesse con la pianificazione strategica. Pertanto, la sola differenza che c’è stata rispetto alle altre esperienze pregresse di sviluppo che si sono citate, sta nel fatto che mentre in queste ultime si poteva parlare di una presenza più soft della politica, anche se vi era comunque una consapevolezza del fatto che, prima o poi, la politica avrebbe sottratto agli stakeholder la piena gestione degli strumenti di sviluppo, per il piano strategico, invece, l’invasione della politica si è realizzata da subito ed in maniera assai più evidente e cioè attraverso il comitato tecnico e soprattutto attraverso le complicità del comitato scientifico.
Il comitato tecnico è stato da subito reso incapace di determinare qualsiasi tipo di scelta e perciò incapace di effettuare qualsiasi tipo di attività; di conseguenza, il comitato scientifico ha dovuto accentrare praticamente tutte le attività assegnate della pianificazione strategica. Ora, se un comitato scientifico si sostituisce al comitato tecnico viene facile pensare che, in ragione della sua scientificità, la riuscita del processo di pianificazione strategica sarebbe dovuta avvenire quasi per definizione; ma purtroppo, così non è stato ed il perché di questo sta nel fatto che il comitato scientifico ha agevolato la politica nel suo intento di non realizzare la pianificazione strategica e, a sua volta, la politica stessa si è resa disponibile ad aiutare il comitato scientifico, sia per far rimanere in piedi un processo di pianificazione strategica affetto da macroscopiche inefficienze di metodo, di partecipazione, di trasparenza, di sviluppo sostenibile, di competenze e di rispetto delle Linee Guida regionali, sia per prestargli soccorso con la demagogia nel spiegare il perché di queste molteplici inefficienze.
Ed infatti, proprio nell’incontro del 19 settembre, il comitato scientifico ha fatto passare per scelta consapevole e funzionale all’attività di pianificazione strategica l’impossibilità e l’incapacità di elaborare il Piano Strategico entro il 30 settembre e di fronte a questo volgare atto di disonestà intellettuale, nessuno ha parlato di gravi responsabilità comitato scientifico, che non sono solo quelle riferite al fatto che questi non si è mai sforzato di conoscere la realtà socioeconomica, che non è mai stato assiduamente presente sul territorio e che non ha mai dimostrato di avere competenze in programmazione dello sviluppo economico; ma si tratta di responsabilità riferite alla sue complicità con la politica, e cioè
- per il loro atteggiamento nell’essere stati ciechi, muti e sordi, alle osservazioni che puntualmente venivano denunciate sul piano strategico;
- per la rinuncia a confrontarsi nelle pubbliche sedute;
- per la mancata accettazione della mia disponibilità a lavorare a tempo pieno e soprattutto a titolo gratuito;
- per l’aumento del numero dei membri del comitato scientifico che da tre è passato a cinque, facendo spendere ulteriori 24.750,00 euro;
- per l’assunzione di consulenti scientifici che non conoscono neanche quali sono le Iniziative Comunitarie in atto, dato che Justine, Jasmine e Gender, possono essere solo i nomi di ballerine di lap-dance, mentre i nomi autentici delle Iniziative Comunitarie sono Jessica, Jaspers e Jeremie (a tal proposito faccio notare che il consulente che ha scritto questa cavolata percepirà un compenso di 11.250,00 euro, in ragione di un periodo di consulenza che va dal 15 luglio, al 30 settembre 2008).
Ecco perché non mi resta che sperare anche in un commissariamento della pianificazione strategica.
Pietro Perrucci
lunedì 18 agosto 2008
1) Diffferenze tra Piano e Programma
Carissimi colleghi ed amici, nel ringraziarvi tutti per le splendide serate passate insieme e per l'opportunità che mi avete dato per spiegare la mia opinione in merito alle differenze che sussistono tra "Piano" e "Programma", vorrei sintetizzare quanto da me esposto. Grazie e buona lettura.
Come ho già avuto modo di evidenziare anche in altre sedi, negli ultimi venti anni il confine tra piano e programma è diventato sempre più sottile; ciononostante, però, sul piano metodologico alcune differenze continuano a persistere e questo malgrado la scarsa importanza data dai pianificatori e programmatori (soprattutto italiani) alle questioni inerenti il metodo.
Infatti, in qualsiasi contesto si prenda a riferimento, resta ben chiaro a tutti che piano e programma sono frutto di due processi differenti, processo di pianificazione il primo e processo di programmazione il secondo; questo aspetto, dunque, implica diverse cose, prima tra tutte il fatto che quando si parla di pianificazione il riferimento vien fatto principalmente per i vari settori del territorio (paesaggio, ambiente, ecosistema, ambiente, ecc...), invece quando si parla di programmazione il riferimento vien fatto principalmente ad ambiti connessi con l'economia, la società, il mondo dell'impresa e la Pubblica Amministrazione.
In secondo luogo, si deve tener presente che mentre il piano ha obiettivi di tipo operativo, il programma è sempre diretto al conseguimento di obiettivi portata assai più generale e quindi meno operativi rispetto a quelli del piano. Questo aspetto, quindi, implica essenzialmente due cose: per il piano, la possibilità che i suoi obiettivi sono tutti più strettamente connessi tra loro; per il programma, la necessità di prevedere almeno un obiettivo di tipo generale, cui si possono connettere anche obiettivi di tipo operativo.
Altra differenza sostanziale tra piano e programma è data dal fatto che mentre un piano può far parte di un programma, non sempre un programma può far parte di un piano; questa possibilità, infatti, si può presentare solo per quei piani di portata molto vasta per dimensione spaziale e per dimensione temporale, anche se questa possibilità è sempre meno frequente.
Altra differenza che resta molto rilevante sul piano delle differenze tra piano e programma è data dalla maggior vicinanza del piano verso l'attività di progettazione, a causa della maggior operatività dei suoi obiettivi, anche se nei casi in cui un piano sia connesso ad un programma, la progettazione finisce per avere come riferimento teorico-concettuale non più la pianificazione ma la programmazione.
Ancora, debbo evidenziare che ulteriori differenze tra piano e programma sono quelle relative alle metodologie, alle tecniche ed agli strumenti, di valutazione, monitoraggio, rendicontazione e comunicazione, che per la loro vastità e complessità meriterebbero una trattazione a parte.
Concludo, facendo cenno alla pianificazione strategica che è il processo - o se si preferisce, il tipo di pianificazione - che più di ogni altro riduce anche sul piano metodologico le differenze tra piano e programma; qui, infatti, gli obiettivi operativi della pianificazione coesistono e sono strettamente connessi con quelli di portata generale, che sono propri della programmazione. Ovviamente, per quanto appena detto sui piani strategici, si sconsiglia di non far riferimento alla fallimentare esperienza del Piano Strategico di Area Vasta: "La Città Murgiana della Qualità e del Benessere" che, in quanto fallimentare, non ha potuto far testo in questo mio scritto.
Pietro Perrucci
Come ho già avuto modo di evidenziare anche in altre sedi, negli ultimi venti anni il confine tra piano e programma è diventato sempre più sottile; ciononostante, però, sul piano metodologico alcune differenze continuano a persistere e questo malgrado la scarsa importanza data dai pianificatori e programmatori (soprattutto italiani) alle questioni inerenti il metodo.
Infatti, in qualsiasi contesto si prenda a riferimento, resta ben chiaro a tutti che piano e programma sono frutto di due processi differenti, processo di pianificazione il primo e processo di programmazione il secondo; questo aspetto, dunque, implica diverse cose, prima tra tutte il fatto che quando si parla di pianificazione il riferimento vien fatto principalmente per i vari settori del territorio (paesaggio, ambiente, ecosistema, ambiente, ecc...), invece quando si parla di programmazione il riferimento vien fatto principalmente ad ambiti connessi con l'economia, la società, il mondo dell'impresa e la Pubblica Amministrazione.
In secondo luogo, si deve tener presente che mentre il piano ha obiettivi di tipo operativo, il programma è sempre diretto al conseguimento di obiettivi portata assai più generale e quindi meno operativi rispetto a quelli del piano. Questo aspetto, quindi, implica essenzialmente due cose: per il piano, la possibilità che i suoi obiettivi sono tutti più strettamente connessi tra loro; per il programma, la necessità di prevedere almeno un obiettivo di tipo generale, cui si possono connettere anche obiettivi di tipo operativo.
Altra differenza sostanziale tra piano e programma è data dal fatto che mentre un piano può far parte di un programma, non sempre un programma può far parte di un piano; questa possibilità, infatti, si può presentare solo per quei piani di portata molto vasta per dimensione spaziale e per dimensione temporale, anche se questa possibilità è sempre meno frequente.
Altra differenza che resta molto rilevante sul piano delle differenze tra piano e programma è data dalla maggior vicinanza del piano verso l'attività di progettazione, a causa della maggior operatività dei suoi obiettivi, anche se nei casi in cui un piano sia connesso ad un programma, la progettazione finisce per avere come riferimento teorico-concettuale non più la pianificazione ma la programmazione.
Ancora, debbo evidenziare che ulteriori differenze tra piano e programma sono quelle relative alle metodologie, alle tecniche ed agli strumenti, di valutazione, monitoraggio, rendicontazione e comunicazione, che per la loro vastità e complessità meriterebbero una trattazione a parte.
Concludo, facendo cenno alla pianificazione strategica che è il processo - o se si preferisce, il tipo di pianificazione - che più di ogni altro riduce anche sul piano metodologico le differenze tra piano e programma; qui, infatti, gli obiettivi operativi della pianificazione coesistono e sono strettamente connessi con quelli di portata generale, che sono propri della programmazione. Ovviamente, per quanto appena detto sui piani strategici, si sconsiglia di non far riferimento alla fallimentare esperienza del Piano Strategico di Area Vasta: "La Città Murgiana della Qualità e del Benessere" che, in quanto fallimentare, non ha potuto far testo in questo mio scritto.
Pietro Perrucci
domenica 27 luglio 2008
Benchmarking
Ai colleghi che operano nel settore del marketing commerciale, vorrei sottolineare che il benchmarking, prim’ancora di essere una tecnica per migliorare la comunicazione sui prodotti commerciali, è una tecnica, uno strumento di valutazione. Per fare chiarezza a tal proposito, provo ad elaborare una sintesi, spero sufficientemente compendiosa per le vostre esigenze, di quello che è il significato originario di benchmarking. Buona Lettura.
Il benchmarking potrebbe essere definita come una tecnica o uno strumento di valutazione consistente in “un’analisi comparativa delle prestazioni”.
Adottato dapprima nel settore privato ovvero da imprese che operavano in un ambiente industriale per migliorare la competizione, è divenuto oggi uno strumento molto usato per valutare le conseguenze delle politiche nel settore pubblico. Infatti, nella valutazione il benchmarking è compreso tra gli strumenti utili ad informare e/o produrre giudizi valutativi nelle valutazioni in itinere e per ottenere dei dati nelle valutazioni ex-post.
Il confronto su cui di basa questa tecnica viene effettuato mediante un accostamento di informazioni standardizzate in indicatori, relativi a piani, progetti, politicch, programmi, interventi, settori economici, settori industriali, prestazioni, processi, prodotti, ecc…). Molto spesso il confronto avviene tra esperienze che vengono definite come “esperienze di buona (o migliore) pratica”, per estrapolare le cosiddette “esperienze esemplari”. Ciò è quanto accade nell’ambito della “partecipazione dei cittadini ai vari processi decisionali" nelle società democratiche, dove il benchmarking viene considerato come quell’insieme di esperienze esemplari, risultanti dal confronto tra le “best practices”, raccolte in sede di valutazione dei processi democratici nelle società contemporanee.
La diffusione di questo metodo, di questa tecnica di valutazione, ha finito per produrre un ulteriore significato per il termine di benchmarking: infatti, nell’ambito delle politiche territoriali, per esso spesso si intende il migliore degli standard quantitativo o qualitativo possibile, cui riferirsi o con cui confrontarsi.
Oggi, a livello di Unione Europea il benchmarking è una tecnica abbastanza comune per confrontare l’esito delle proprie politiche con quelle del Giappone e degli U.S.A. e poter così dimostrare quali condizioni debbono essere preventivamente ricercate per elaborare interventi tali che consentano di generare determinati effetti. Qui, il benchmarking è stato largamente utilizzato nella verifica dei cambiamenti nelle politiche di sviluppo socioeconomico, nelle politiche attive del lavoro (espressamente quelle che rilevavano l’importanza delle esportazioni nelle economie regionali ai fini dell’incremento occupazionale), nel realizzare la cosiddetta “Società dell’Informazione” (dove il benchmarking è uno strumento chiave non solo per valutare i cambiamenti ma anche per far emergere quei paesi che in questo settore sono ancora indietro), nelle pari opportunità, nel sostegno alla crescita della capacità istituzionale e nel monitorare gli eventuali cambiamenti nell’ambito degli obiettivi del “Protocollo di Kyoto” (inquinamento, clima, energia e sviluppo sostenibile).
Il massiccio utilizzo di questo strumento, ha spinto la stessa Unione Europea a predisporre un programma per diffondere l’utilizzo del benchmarking all’interno delle aziende private, col fine di migliorare le loro performance organizzative, di fatturato e di reddito. In funzione di ciò, molti hanno utilizzato il benchmarking nel mondo dell'impresa mentre si occupano di organizzazione, per valutare le performance soprattutto dei concorrenti e degli eventuali partner e per accrescere le opportunità di “business”.
Infine, alcuni governi europei, quale per esempio l’Olanda, hanno utilizzato il benchmarking anche come strumento per paragonare i costi dei diversi organismi della “pubblica amministrazione” rispetto al livello di qualità dei servizi offerti.
Pietro Perrucci
Il benchmarking potrebbe essere definita come una tecnica o uno strumento di valutazione consistente in “un’analisi comparativa delle prestazioni”.
Adottato dapprima nel settore privato ovvero da imprese che operavano in un ambiente industriale per migliorare la competizione, è divenuto oggi uno strumento molto usato per valutare le conseguenze delle politiche nel settore pubblico. Infatti, nella valutazione il benchmarking è compreso tra gli strumenti utili ad informare e/o produrre giudizi valutativi nelle valutazioni in itinere e per ottenere dei dati nelle valutazioni ex-post.
Il confronto su cui di basa questa tecnica viene effettuato mediante un accostamento di informazioni standardizzate in indicatori, relativi a piani, progetti, politicch, programmi, interventi, settori economici, settori industriali, prestazioni, processi, prodotti, ecc…). Molto spesso il confronto avviene tra esperienze che vengono definite come “esperienze di buona (o migliore) pratica”, per estrapolare le cosiddette “esperienze esemplari”. Ciò è quanto accade nell’ambito della “partecipazione dei cittadini ai vari processi decisionali" nelle società democratiche, dove il benchmarking viene considerato come quell’insieme di esperienze esemplari, risultanti dal confronto tra le “best practices”, raccolte in sede di valutazione dei processi democratici nelle società contemporanee.
La diffusione di questo metodo, di questa tecnica di valutazione, ha finito per produrre un ulteriore significato per il termine di benchmarking: infatti, nell’ambito delle politiche territoriali, per esso spesso si intende il migliore degli standard quantitativo o qualitativo possibile, cui riferirsi o con cui confrontarsi.
Oggi, a livello di Unione Europea il benchmarking è una tecnica abbastanza comune per confrontare l’esito delle proprie politiche con quelle del Giappone e degli U.S.A. e poter così dimostrare quali condizioni debbono essere preventivamente ricercate per elaborare interventi tali che consentano di generare determinati effetti. Qui, il benchmarking è stato largamente utilizzato nella verifica dei cambiamenti nelle politiche di sviluppo socioeconomico, nelle politiche attive del lavoro (espressamente quelle che rilevavano l’importanza delle esportazioni nelle economie regionali ai fini dell’incremento occupazionale), nel realizzare la cosiddetta “Società dell’Informazione” (dove il benchmarking è uno strumento chiave non solo per valutare i cambiamenti ma anche per far emergere quei paesi che in questo settore sono ancora indietro), nelle pari opportunità, nel sostegno alla crescita della capacità istituzionale e nel monitorare gli eventuali cambiamenti nell’ambito degli obiettivi del “Protocollo di Kyoto” (inquinamento, clima, energia e sviluppo sostenibile).
Il massiccio utilizzo di questo strumento, ha spinto la stessa Unione Europea a predisporre un programma per diffondere l’utilizzo del benchmarking all’interno delle aziende private, col fine di migliorare le loro performance organizzative, di fatturato e di reddito. In funzione di ciò, molti hanno utilizzato il benchmarking nel mondo dell'impresa mentre si occupano di organizzazione, per valutare le performance soprattutto dei concorrenti e degli eventuali partner e per accrescere le opportunità di “business”.
Infine, alcuni governi europei, quale per esempio l’Olanda, hanno utilizzato il benchmarking anche come strumento per paragonare i costi dei diversi organismi della “pubblica amministrazione” rispetto al livello di qualità dei servizi offerti.
Pietro Perrucci
lunedì 30 giugno 2008
Modello di Sviluppo Socioeconomico Locale
Colleghi carissimi,
eccovi riportato quello che a mio modo di vedere dovrebbe essere l’articolazione di un moderno modello di sviluppo socioeconomico locale. Come potrete facilmente notare, la mia articolazione è più elaborata della vostra, nel senso che ho variato alcuni degli elementi che mi avete proposto: infatti, invece di “caratteristiche” ho preferito parlare di “aspetti peculiari” e invece che di semplici “obiettivi” ho preferito associare una “sfida” possibile per ognuno degli “obiettivi” proposti. Inoltre, ho aggiunto anche degli altri elementi dai quali, secondo me, non si può prescindere per un moderno ed efficace modello di sviluppo locale; tali elementi sono: i “principi” ai quali deve ispirarsi un modello di sviluppo locale; i “settori strategici”; le possibili “attività” che debbono essere svolte; le “strategie operative” che sono strettamente connesse ai “principi” che ho individuato. Chiedendovi scusa per la eccessiva schematizzazione ed esemplificazione, resto comunque a vostra disposizione per ulteriori chiarimenti e/o approfondimenti che si dovrebbero rendere necessari, bibliografia di riferimento compresa. Pietro.
PRINCIPI
- Partecipazione
- Coesione
- Approccio sistemico
- Contestualizzazione Spazio/Tempo
ASPETTI PECULIARI
- Endogeno
- Strategico
- Integrato
- Condiviso
- Inclusivo
- Sostenibilità
- Autosostenibilità
- Ecocompatibilità
- Programmazione
SFIDE/OBIETTIVI
- Crescita e Sviluppo
- Qualità e Benessere
- Incubazione d’Impresa e Occupazione
- Mobilità e Sistemi
- Innovazione e Competitività
- Inclusione e Welfare
- Efficienza e Efficacia
- Ambiente e Sostenibilità
SETTORI STRATEGICI
- Ricerca e Sviluppo
- Innovazione
- Risorse Umane e Formazione
- Strutture e Infrastrutture
- Cooperazione
- Energia
STRUMENTO
Agenzia di Sviluppo Locale
ATTIVITÁ
- Centro Studi e Ricerche
- Competenze interdisciplinari
- Policy Making e Policy Analysis
- Marketing Territoriale
- Processi di Governance, Partnership e Networking
- Programmazione, Pianificazione, Progettazione, Valutazione, Monitoraggio e Rendicontazione
- Business Innovation Center
- Formazione, Cultura Innovativa, Know-how
- Europrogettazione
- Fund Rising
- Project Financing
- Best practice
- Benchmarking
- Informazione e comunicazione
STRATEGIE OPERATIVE
- Ricostruzione delle identità e delle componenti del territorio
- Definizione dei bisogni presenti e anticipazione dei bisogni futuri
- Approcci cooperativi
- Cooperazione interterritoriale
- Capacità istituzionale e cooperazione interistituzionale
- Messa a sistema di risorse, energie, valori, potenzialità
- Azione e politiche di comunità
- Portare la dimensione locale su quella globale
- Internazionalizzazione
eccovi riportato quello che a mio modo di vedere dovrebbe essere l’articolazione di un moderno modello di sviluppo socioeconomico locale. Come potrete facilmente notare, la mia articolazione è più elaborata della vostra, nel senso che ho variato alcuni degli elementi che mi avete proposto: infatti, invece di “caratteristiche” ho preferito parlare di “aspetti peculiari” e invece che di semplici “obiettivi” ho preferito associare una “sfida” possibile per ognuno degli “obiettivi” proposti. Inoltre, ho aggiunto anche degli altri elementi dai quali, secondo me, non si può prescindere per un moderno ed efficace modello di sviluppo locale; tali elementi sono: i “principi” ai quali deve ispirarsi un modello di sviluppo locale; i “settori strategici”; le possibili “attività” che debbono essere svolte; le “strategie operative” che sono strettamente connesse ai “principi” che ho individuato. Chiedendovi scusa per la eccessiva schematizzazione ed esemplificazione, resto comunque a vostra disposizione per ulteriori chiarimenti e/o approfondimenti che si dovrebbero rendere necessari, bibliografia di riferimento compresa. Pietro.
PRINCIPI
- Partecipazione
- Coesione
- Approccio sistemico
- Contestualizzazione Spazio/Tempo
ASPETTI PECULIARI
- Endogeno
- Strategico
- Integrato
- Condiviso
- Inclusivo
- Sostenibilità
- Autosostenibilità
- Ecocompatibilità
- Programmazione
SFIDE/OBIETTIVI
- Crescita e Sviluppo
- Qualità e Benessere
- Incubazione d’Impresa e Occupazione
- Mobilità e Sistemi
- Innovazione e Competitività
- Inclusione e Welfare
- Efficienza e Efficacia
- Ambiente e Sostenibilità
SETTORI STRATEGICI
- Ricerca e Sviluppo
- Innovazione
- Risorse Umane e Formazione
- Strutture e Infrastrutture
- Cooperazione
- Energia
STRUMENTO
Agenzia di Sviluppo Locale
ATTIVITÁ
- Centro Studi e Ricerche
- Competenze interdisciplinari
- Policy Making e Policy Analysis
- Marketing Territoriale
- Processi di Governance, Partnership e Networking
- Programmazione, Pianificazione, Progettazione, Valutazione, Monitoraggio e Rendicontazione
- Business Innovation Center
- Formazione, Cultura Innovativa, Know-how
- Europrogettazione
- Fund Rising
- Project Financing
- Best practice
- Benchmarking
- Informazione e comunicazione
STRATEGIE OPERATIVE
- Ricostruzione delle identità e delle componenti del territorio
- Definizione dei bisogni presenti e anticipazione dei bisogni futuri
- Approcci cooperativi
- Cooperazione interterritoriale
- Capacità istituzionale e cooperazione interistituzionale
- Messa a sistema di risorse, energie, valori, potenzialità
- Azione e politiche di comunità
- Portare la dimensione locale su quella globale
- Internazionalizzazione
sabato 14 giugno 2008
7° Contributo al Piano Strategico di Area Vasta: “La Città Murgiana della Qualità del Benessere”
7° Contributo al Piano Strategico di Area Vasta: “La Città Murgiana della Qualità del Benessere”
La partecipazione bloccata
Nell’incontro del partenariato economico sociale dello scorso 12 giugno nell’ambito del Piano Strategico di Area Vasta “La città murgiana della qualità e del benessere” è stata appurata l’esistenza di una precisa volontà di non attivare gli strumenti della partecipazione, cioè quegli strumenti che, ripeto ancora una volta, debbono essere propri di questo processo di policy.
Sincerità per sincerità, sin dal primo incontro si era percepita la sensazione di essere in presenza di tentativi (a dire il vero neanche troppo velati) di fare “resistenza contro la partecipazione”, tant’è vero che tutti gli incontri del partenariato svoltisi finora, si sono contraddistinti sempre per un basso profilo e per una scarsa enfasi data a questo aspetto. Ma per tutto questo tempo, forse troppo tempo, non ho mai voluto credere ad una cosa del genere… fino a quando, però, in quest’ultimo incontro, il dito dietro il quale ci si nascondeva (ovvero, le giustificazioni ed i rinvii del responsabile unico del procedimento e del comitato scientifico, inerenti proprio la mancata attivazione di questi strumenti) è diventato così piccolo, che non poteva più coprire questo fatto gravissimo che pregiudica la trasparenza e la tracciabilità di tutto il processo di pianificazione strategica.
La partecipazione è bloccata perché,
- dopo sei mesi di attività e dopo otto incontri di partenariato, l’attività di pianificazione strategica è praticamente ferma al punto di partenza…, ad ogni incontro il responsabile unico del procedimento e il comitato scientifico ripropongono, di fatto, le stesse relazioni e gli stessi quadri di attività;
- del tutto ignorato è stato lo sviluppo di quelle tematiche inerenti lo “sviluppo condiviso” e la “inclusività”, nel senso che non si è mai fatto riferimento alla partecipazione intesa come possibilità che i cittadini partecipino attivamente e direttamente alle attività di concertazione e di negoziazione;
- non si sono mai voluti definire e contestualizzare i concetti di “governance”, “partnership”, di “networking”, “sostenibilità” ed “autosostenibilità”;
- non è mai stato elaborato un piano delle attività di pianificazione adeguato alle peculiarità del territorio e, di conseguenza, non è mai stato strutturato metodologicamente il processo di pianificazione strategica (AGENDA, STRUTTURAZIONE DEI PROBLEMI, FORMULAZIONE, PREVISIONE, ADOZIONE, RACCOMANDAZIONE, IMPLEMENTAZIONE, MONITORAGGIO, GIUDIZIO, VALUTAZIONE, ADATTAMENTO E ADEGUAMENTO);
- non si ha conoscenza di come vengano gestite ed attuate praticamente le fasi più importanti della pianificazione e della valutazione (ambientale) strategica CALENDARIO/DIARIO DELLE ATTIVITÁ, LA MAPPA DEGLI ATTORI E DEGLI STAKEHOLDER, IL CATALOGO E LE TIPOLOGIE DI DATI, IL SISTEMA INFORMATICO, LE AZIONI E LE ALTERNATIVE, LE CATENE CAUSA-EFFETTO, LE MODALITÁ DI ANALISI, LA VALUTAZIONE DI RISULTATI E DI SCELTE ALTERNATIVE, LA GESTIONE DEI CONFLITTI, DELLA NEGOZIAZIONE E DELLA CONCERTAZIONE);
- non si è mai voluto “istituzionalizzare” il confronto tra istituzioni, politica, società e mondo economico;
- non si è mai capita la metodologia di lavoro e, di conseguenza, non si è mai potuto capire a quale rigore metodologico ci si debba attenere;
- non sono stati ancora predisposti i tavoli tematici;
- mancano i piani della comunicazione interna ed esterna, sebbene questi siano stati più volte richiesti espressamente dal sottoscritto;
- non si conoscono i risultati delle analisi di contesto, né tanto meno la loro articolazione per ambito istituzionale, sociale ed economico, per tematiche della programmazione dei fondi strutturali e per indicazioni delle linee guida regionale delle 9 aree vaste pugliesi;
- a sei mesi dall’avvio del processo, non si è ancora tenuto un incontro espressamente diretto alla esplicitazione dei bisogni, delle esigenze, delle aspirazioni, delle tematiche, delle questioni e delle problematiche delle nostre comunità;
- non si è mai voluto rimediare alla carenza di specifiche figure professionali nel comitato tecnico e scientifico, quali facilitatori, animatori, esperti di processi di policy, sociologi, esperti di marketing territoriale, analisti statistico-economici, esperti di programmazione dello sviluppo socioeconomico locale, esperti di ecologia, di ambiente, di sostenibilità e conoscitori della realtà socioeconomica dei comuni dell’area vasta;
- ci si rifiuta palesemente di finalizzare la progettazione e la pianificazione verso obiettivi concreti di sviluppo socioeconomico e per questo ci si rifiuta di far riferimento alla “programmazione”;
- volutamente, si ignorano i reali problemi della nostra area vasta, che saranno pure quelli della qualità, del benessere dell’efficienza della competitività e dell’identità territoriale, ma che le nostre collettività percepiscono come: a) storica carenza di risorse e di materie prime del territorio murgiano; b) forte aumento dei bisogni delle collettività e conseguente aumento dello sfruttamento delle poche risorse qui esistenti; c) forti pressioni ed ampio degrado del patrimonio ambientale, paesaggistico, architettonico e storico, al punto da essere fortemente compromesso nelle sue possibilità di recupero, sempre a causa di questo forte sfruttamento; d) alto tasso di mortalità per cancro e tumori; e) elevata disoccupazione; f) forte tasso di emigrazione di forza lavoro giovanile ed altamente istruita; g) strutture di offerte di servizi alle famiglie ed alle imprese, insufficienti e di basso profilo; h) insufficiente dotazione strutturale ed infrastrutturale; i)…;
- non si conoscono ad oggi quali strategie intendono adottare i comuni della nostra area vasta per mettere a sistema le loro risorse e strutture e soprattutto, per cooperare sul piano interistituzionale con gli alti altri enti del nostro territorio, siano essi locali o nazionali;
- mancata attuazione di un “logfame di tipo strategico”, come quello che sinteticamente avevo proposto: 1) PARTECIPAZIONE E PARTNERSHIP ISTITUZIONALE, ECONOMICA E SOCIALE; 2) ESPLICITAZIONE DI PROBLEMI, BISOGNI, ESIGENZE, QUESTIONI, TEMATICHE; 3) INDIVIDUAZIONE DI OBIETTIVI GENERALI; 4) DEFINIZIONE DELLE AZIONI E DEGLI INTERVENTI IN FUNZIONE DEGLI OBIETTIVI; 5) PREDISPOSIZIONE DI INDICATORI PER IL MONITORAGGIO; 6) INDIVIDUAZIONE DEGLI OBIETTIVI OPERATIVI; 7) ESECUZIONE DELLE EVENTUALI VALUTAZIONI, REVISIONI ED ADATTAMENTI; 8) ARTICOLAZIONE DEI RISULTATI;
- i concetti di “qualità” e di “benessere” a cui si vuole ispirare la realizzazione della “Città Murgiana”, sono stati idealmente molto decantati, ma praticamente non ancora definiti e perciò si ignorano al momento tutti gli altri aspetti, sfide, obiettivi, strumenti, strategie e principi, connessi a questi due obiettivi.
Di fronte a tutti questi motivi che bloccano la partecipazione è naturale porsi alcune domande: chi ha interesse a bloccare la partecipazione? per quale motivo si vuole bloccare la partecipazione? esiste per caso un disegno oscuro prestabilito dalla “politica” e che per essere attuato si dovrà fare in modo che la partecipazione influisca negativamente sulla sua realizzazione? ed infine, perché chi è titolato a parlare di queste cose non vuole parlare?
Potendo individuare una precisa responsabilità di ciò, tanto nei confronti del responsabile unico del procedimento, ovvero colui che gestisce questo processo, quanto nei confronti di un comitato scientifico che è di fatto cieco, sordo e muto, verso tutte le proposte per favorire il più ampiamente possibile la partecipazione dei cittadini alla pianificazione strategica, io auspico quanto prima che si dimettano, anche perché credo che ci sia sicuramente un modo più proficuo di utilizzare i loro lauti compensi "per fare la pianificazione strategica" e non per “non fare la pianificazione strategica”.
Pietro Perrucci
La partecipazione bloccata
Nell’incontro del partenariato economico sociale dello scorso 12 giugno nell’ambito del Piano Strategico di Area Vasta “La città murgiana della qualità e del benessere” è stata appurata l’esistenza di una precisa volontà di non attivare gli strumenti della partecipazione, cioè quegli strumenti che, ripeto ancora una volta, debbono essere propri di questo processo di policy.
Sincerità per sincerità, sin dal primo incontro si era percepita la sensazione di essere in presenza di tentativi (a dire il vero neanche troppo velati) di fare “resistenza contro la partecipazione”, tant’è vero che tutti gli incontri del partenariato svoltisi finora, si sono contraddistinti sempre per un basso profilo e per una scarsa enfasi data a questo aspetto. Ma per tutto questo tempo, forse troppo tempo, non ho mai voluto credere ad una cosa del genere… fino a quando, però, in quest’ultimo incontro, il dito dietro il quale ci si nascondeva (ovvero, le giustificazioni ed i rinvii del responsabile unico del procedimento e del comitato scientifico, inerenti proprio la mancata attivazione di questi strumenti) è diventato così piccolo, che non poteva più coprire questo fatto gravissimo che pregiudica la trasparenza e la tracciabilità di tutto il processo di pianificazione strategica.
La partecipazione è bloccata perché,
- dopo sei mesi di attività e dopo otto incontri di partenariato, l’attività di pianificazione strategica è praticamente ferma al punto di partenza…, ad ogni incontro il responsabile unico del procedimento e il comitato scientifico ripropongono, di fatto, le stesse relazioni e gli stessi quadri di attività;
- del tutto ignorato è stato lo sviluppo di quelle tematiche inerenti lo “sviluppo condiviso” e la “inclusività”, nel senso che non si è mai fatto riferimento alla partecipazione intesa come possibilità che i cittadini partecipino attivamente e direttamente alle attività di concertazione e di negoziazione;
- non si sono mai voluti definire e contestualizzare i concetti di “governance”, “partnership”, di “networking”, “sostenibilità” ed “autosostenibilità”;
- non è mai stato elaborato un piano delle attività di pianificazione adeguato alle peculiarità del territorio e, di conseguenza, non è mai stato strutturato metodologicamente il processo di pianificazione strategica (AGENDA, STRUTTURAZIONE DEI PROBLEMI, FORMULAZIONE, PREVISIONE, ADOZIONE, RACCOMANDAZIONE, IMPLEMENTAZIONE, MONITORAGGIO, GIUDIZIO, VALUTAZIONE, ADATTAMENTO E ADEGUAMENTO);
- non si ha conoscenza di come vengano gestite ed attuate praticamente le fasi più importanti della pianificazione e della valutazione (ambientale) strategica CALENDARIO/DIARIO DELLE ATTIVITÁ, LA MAPPA DEGLI ATTORI E DEGLI STAKEHOLDER, IL CATALOGO E LE TIPOLOGIE DI DATI, IL SISTEMA INFORMATICO, LE AZIONI E LE ALTERNATIVE, LE CATENE CAUSA-EFFETTO, LE MODALITÁ DI ANALISI, LA VALUTAZIONE DI RISULTATI E DI SCELTE ALTERNATIVE, LA GESTIONE DEI CONFLITTI, DELLA NEGOZIAZIONE E DELLA CONCERTAZIONE);
- non si è mai voluto “istituzionalizzare” il confronto tra istituzioni, politica, società e mondo economico;
- non si è mai capita la metodologia di lavoro e, di conseguenza, non si è mai potuto capire a quale rigore metodologico ci si debba attenere;
- non sono stati ancora predisposti i tavoli tematici;
- mancano i piani della comunicazione interna ed esterna, sebbene questi siano stati più volte richiesti espressamente dal sottoscritto;
- non si conoscono i risultati delle analisi di contesto, né tanto meno la loro articolazione per ambito istituzionale, sociale ed economico, per tematiche della programmazione dei fondi strutturali e per indicazioni delle linee guida regionale delle 9 aree vaste pugliesi;
- a sei mesi dall’avvio del processo, non si è ancora tenuto un incontro espressamente diretto alla esplicitazione dei bisogni, delle esigenze, delle aspirazioni, delle tematiche, delle questioni e delle problematiche delle nostre comunità;
- non si è mai voluto rimediare alla carenza di specifiche figure professionali nel comitato tecnico e scientifico, quali facilitatori, animatori, esperti di processi di policy, sociologi, esperti di marketing territoriale, analisti statistico-economici, esperti di programmazione dello sviluppo socioeconomico locale, esperti di ecologia, di ambiente, di sostenibilità e conoscitori della realtà socioeconomica dei comuni dell’area vasta;
- ci si rifiuta palesemente di finalizzare la progettazione e la pianificazione verso obiettivi concreti di sviluppo socioeconomico e per questo ci si rifiuta di far riferimento alla “programmazione”;
- volutamente, si ignorano i reali problemi della nostra area vasta, che saranno pure quelli della qualità, del benessere dell’efficienza della competitività e dell’identità territoriale, ma che le nostre collettività percepiscono come: a) storica carenza di risorse e di materie prime del territorio murgiano; b) forte aumento dei bisogni delle collettività e conseguente aumento dello sfruttamento delle poche risorse qui esistenti; c) forti pressioni ed ampio degrado del patrimonio ambientale, paesaggistico, architettonico e storico, al punto da essere fortemente compromesso nelle sue possibilità di recupero, sempre a causa di questo forte sfruttamento; d) alto tasso di mortalità per cancro e tumori; e) elevata disoccupazione; f) forte tasso di emigrazione di forza lavoro giovanile ed altamente istruita; g) strutture di offerte di servizi alle famiglie ed alle imprese, insufficienti e di basso profilo; h) insufficiente dotazione strutturale ed infrastrutturale; i)…;
- non si conoscono ad oggi quali strategie intendono adottare i comuni della nostra area vasta per mettere a sistema le loro risorse e strutture e soprattutto, per cooperare sul piano interistituzionale con gli alti altri enti del nostro territorio, siano essi locali o nazionali;
- mancata attuazione di un “logfame di tipo strategico”, come quello che sinteticamente avevo proposto: 1) PARTECIPAZIONE E PARTNERSHIP ISTITUZIONALE, ECONOMICA E SOCIALE; 2) ESPLICITAZIONE DI PROBLEMI, BISOGNI, ESIGENZE, QUESTIONI, TEMATICHE; 3) INDIVIDUAZIONE DI OBIETTIVI GENERALI; 4) DEFINIZIONE DELLE AZIONI E DEGLI INTERVENTI IN FUNZIONE DEGLI OBIETTIVI; 5) PREDISPOSIZIONE DI INDICATORI PER IL MONITORAGGIO; 6) INDIVIDUAZIONE DEGLI OBIETTIVI OPERATIVI; 7) ESECUZIONE DELLE EVENTUALI VALUTAZIONI, REVISIONI ED ADATTAMENTI; 8) ARTICOLAZIONE DEI RISULTATI;
- i concetti di “qualità” e di “benessere” a cui si vuole ispirare la realizzazione della “Città Murgiana”, sono stati idealmente molto decantati, ma praticamente non ancora definiti e perciò si ignorano al momento tutti gli altri aspetti, sfide, obiettivi, strumenti, strategie e principi, connessi a questi due obiettivi.
Di fronte a tutti questi motivi che bloccano la partecipazione è naturale porsi alcune domande: chi ha interesse a bloccare la partecipazione? per quale motivo si vuole bloccare la partecipazione? esiste per caso un disegno oscuro prestabilito dalla “politica” e che per essere attuato si dovrà fare in modo che la partecipazione influisca negativamente sulla sua realizzazione? ed infine, perché chi è titolato a parlare di queste cose non vuole parlare?
Potendo individuare una precisa responsabilità di ciò, tanto nei confronti del responsabile unico del procedimento, ovvero colui che gestisce questo processo, quanto nei confronti di un comitato scientifico che è di fatto cieco, sordo e muto, verso tutte le proposte per favorire il più ampiamente possibile la partecipazione dei cittadini alla pianificazione strategica, io auspico quanto prima che si dimettano, anche perché credo che ci sia sicuramente un modo più proficuo di utilizzare i loro lauti compensi "per fare la pianificazione strategica" e non per “non fare la pianificazione strategica”.
Pietro Perrucci
mercoledì 4 giugno 2008
6° Contributo al Piano Strategico di Area vasta: “La Città Murgiana della Qualità del Benessere”
6° Contributo. Lo "sviluppo inclusivo" come metodo della Pianificazione Strategica
Nell’ambito dell’economia, della sociologia e della politica, il passaggio da approcci di tipo “top-down”, ad approcci “bottom-up”, è storicamente riconducibile a tre fatti: alle riforme della Pubblica Amministrazione, alle innovazioni introdotte delle politiche dell’Unione Europea e a un nuovo modo di concepire le politiche di sviluppo, attraverso gli strumenti della “programmazione negoziata”, o “programmazione concertata”. Si è così determinato,
- in economia, il ricorso a forme di sviluppo pensato, progettato, costruito, condiviso e l’utilizzo di quei strumenti di programmazione negoziata e concertata;
- in sociologia, l’uso di modelli inclusivi e strumenti di networking e di partnership;
- in politica, il passaggio dalla democrazia rappresentativa alla democrazia partecipativa.
Per questo nuovo modo di concepire le politiche di sviluppo, vi sono stati anche importanti riflessi sulle politiche del territorio che hanno portato a parlare sempre di più di ambiente, di sostenibilità e di autosostenibilità. Ora, tutto questo insieme di “innovazioni” viene oggi considerato il substrato culturale sul quale poggia lo “sviluppo inclusivo”, il quale costituisce al tempo stesso un importante spartiacque con il passato, che ha visto incrementare il ricorso a quegli approcci partecipativi, tanto sul piano economico, quanto su quello della sociologia, della politica e quindi anche nella pianificazione territoriale. E credo che sia proprio in questo spartiacque culturale che va ricercato il senso ed il metodo della nostra pianificazione strategica.
Lo "sviluppo inclusivo" non può certo dirsi un argomento nuovo: infatti, circa venti anni fa incominciarono le riforme della pubblica amministrazione (Legge n.142/90); circa venti anni fa incominciò la programmazione operativa dei fondi strutturali europei e degli altri fondi comunitari (Piani Operativi Plurifondo) ispirata non più alla "integrazione" ma alla "coesione socioeconomica"; e circa quindici anni fa furono concepiti i primi strumenti di programmazione negoziata (Intese Istituzionali, Accordi di Programma Quadro, Patti territoriali, Contratti d’Area, Agenzie di Sviluppo, ecc…).
Si comprende bene perché ad oggi, l’evoluzione determinata dalla elaborazione e dall’attuazione di piani, politiche, programmi e progetti, abbia fatto propri i nuovi elementi hanno sostanziato il concetto di “sviluppo inclusivo” (“governance”, “networking”, "partnership", “sostenibilità” e “autosostenibilità) e che hanno come comun denominatore la “partecipazione".
E sempre per il fatto che lo sviluppo inclusivo non è un fatto nuovo, il continuo rifuggire e il continuo ignorare volutamente tutto questo quadro culturale, porta a pensare che le attività connesse alla realizzazione del Piano Strategico di Area Vasta “La Città Murgiana della Qualità e del Benessere” rischiano di approdare ad un nulla di fatto e molti incominciano a chiedersi perché in questa pianificazione strategica non non si parla di sviluppo pensato, progettato, costruito, condiviso ed inclusivo? Perché non c’è ancora traccia della governance, della partnership, della democrazia partecipativa, del modello reticolare, dell’autosostenibilità (anche se mi accontenterei della sola “sostenibilità”) e soprattutto della partecipazione? Perché non vengono ancora resi noti i riferimenti allo studio, alla ricerca, all’elaborazione, al metodo, alla vision ed alla mission strategica, alla programmazione, ai piani di comunicazione ed alla più volte richiamata scientificità? Insomma, perché ancora oggi non si intravede per questo piano strategico il suo processo di policy?
Sforzandomi ancora una volta di non credere ad un suo fallimento (e quindi a dover poi pensare anche alle sue possibili conseguenze), attraverso questo contributo vorrrei che si spingessero le attività di questo processo nell’alveo che è proprio della pianificazione strategica. Per questo suggerisco un “logfame” di attività, che potrebbe essere così sintetizzato:
1) PARTECIPAZIONE E PARTNERSHIP ISTITUZIONALE, ECONOMICA E SOCIALE;
2) ESPLICITAZIONE DI PROBLEMI, BISOGNI, ESIGENZE, QUESTIONI, TEMATICHE;
3) INDIVIDUAZIONE DI OBIETTIVI GENERALI;
4) DEFINIZIONE DELLE AZIONI E DEGLI INTERVENTI IN FUNZIONE DEGLI OBIETTIVI; 5) PREDISPOSIZIONE DI INDICATORI PER IL MONITORAGGIO;
6) INDIVIDUAZIONE DEGLI OBIETTIVI OPERATIVI;
7) ESECUZIONE DELLE EVENTUALI VALUTAZIONI, REVISIONI ED ADATTAMENTI;
8) ARTICOLAZIONE DEI RISULTATI.
Oltre a questo, mi sia consentito di sottolineare anche il fatto che le analisi di contesto non debbono essere soltanto delle bellissime foto e delle elaborazioni cartografiche del nostro paesaggio, del nostro patrimonio ambientale, storico, culturale, ecc..., e non sono neanche delle sintesi parziali di quella che sarebbe la realtà delle nostre comunità. L’analisi di contesto dev’essere, semmai, una modalità per acquisire tutte quelle informazioni necessarie ad individuare i punti di forza e di debolezza, ma soprattutto ad individuare le opportunità e le minacce, ovvero quegli aspetti che ci consentono di ragionare con una logica evolutiva dei processi in atto e che quindi ci consentono di fare delle previsioni, che non sono solo della pianificazione, ma che sono anche della programmazione e della dinamica dei nostri contesti.
Con questo voglio dire che, più di un censimento, più di un quadro delle nostre ricchezze, più dello stato dei nostri monumenti e più di una “progettualità” fine a se stessa, noi abbiamo il bisogno di tradurre i contenuti di queste attività progettuali in logiche di sviluppo socioeconomico: in altre parole, un piano strategico dev’essere anche programmazione dello sviluppo economico delle nostre comunità ed è proprio in questo che sta il senso, il significato “strategico” di questa pianificazione.
Infine, va rimarcato il fatto che solo e soltanto in questa ottica evolutiva, di programmazione strategica del nostro sviluppo socioeconomico, che hanno senso di esistere quelle ragioni e quelle logiche di cooperazione con cui fare di Gravina in Puglia, di Altamura, di Poggiorsini e di Santeramo in Colle, un’Area Vasta ed un unico sistema territoriale.
Pietro Perrucci.
Nell’ambito dell’economia, della sociologia e della politica, il passaggio da approcci di tipo “top-down”, ad approcci “bottom-up”, è storicamente riconducibile a tre fatti: alle riforme della Pubblica Amministrazione, alle innovazioni introdotte delle politiche dell’Unione Europea e a un nuovo modo di concepire le politiche di sviluppo, attraverso gli strumenti della “programmazione negoziata”, o “programmazione concertata”. Si è così determinato,
- in economia, il ricorso a forme di sviluppo pensato, progettato, costruito, condiviso e l’utilizzo di quei strumenti di programmazione negoziata e concertata;
- in sociologia, l’uso di modelli inclusivi e strumenti di networking e di partnership;
- in politica, il passaggio dalla democrazia rappresentativa alla democrazia partecipativa.
Per questo nuovo modo di concepire le politiche di sviluppo, vi sono stati anche importanti riflessi sulle politiche del territorio che hanno portato a parlare sempre di più di ambiente, di sostenibilità e di autosostenibilità. Ora, tutto questo insieme di “innovazioni” viene oggi considerato il substrato culturale sul quale poggia lo “sviluppo inclusivo”, il quale costituisce al tempo stesso un importante spartiacque con il passato, che ha visto incrementare il ricorso a quegli approcci partecipativi, tanto sul piano economico, quanto su quello della sociologia, della politica e quindi anche nella pianificazione territoriale. E credo che sia proprio in questo spartiacque culturale che va ricercato il senso ed il metodo della nostra pianificazione strategica.
Lo "sviluppo inclusivo" non può certo dirsi un argomento nuovo: infatti, circa venti anni fa incominciarono le riforme della pubblica amministrazione (Legge n.142/90); circa venti anni fa incominciò la programmazione operativa dei fondi strutturali europei e degli altri fondi comunitari (Piani Operativi Plurifondo) ispirata non più alla "integrazione" ma alla "coesione socioeconomica"; e circa quindici anni fa furono concepiti i primi strumenti di programmazione negoziata (Intese Istituzionali, Accordi di Programma Quadro, Patti territoriali, Contratti d’Area, Agenzie di Sviluppo, ecc…).
Si comprende bene perché ad oggi, l’evoluzione determinata dalla elaborazione e dall’attuazione di piani, politiche, programmi e progetti, abbia fatto propri i nuovi elementi hanno sostanziato il concetto di “sviluppo inclusivo” (“governance”, “networking”, "partnership", “sostenibilità” e “autosostenibilità) e che hanno come comun denominatore la “partecipazione".
E sempre per il fatto che lo sviluppo inclusivo non è un fatto nuovo, il continuo rifuggire e il continuo ignorare volutamente tutto questo quadro culturale, porta a pensare che le attività connesse alla realizzazione del Piano Strategico di Area Vasta “La Città Murgiana della Qualità e del Benessere” rischiano di approdare ad un nulla di fatto e molti incominciano a chiedersi perché in questa pianificazione strategica non non si parla di sviluppo pensato, progettato, costruito, condiviso ed inclusivo? Perché non c’è ancora traccia della governance, della partnership, della democrazia partecipativa, del modello reticolare, dell’autosostenibilità (anche se mi accontenterei della sola “sostenibilità”) e soprattutto della partecipazione? Perché non vengono ancora resi noti i riferimenti allo studio, alla ricerca, all’elaborazione, al metodo, alla vision ed alla mission strategica, alla programmazione, ai piani di comunicazione ed alla più volte richiamata scientificità? Insomma, perché ancora oggi non si intravede per questo piano strategico il suo processo di policy?
Sforzandomi ancora una volta di non credere ad un suo fallimento (e quindi a dover poi pensare anche alle sue possibili conseguenze), attraverso questo contributo vorrrei che si spingessero le attività di questo processo nell’alveo che è proprio della pianificazione strategica. Per questo suggerisco un “logfame” di attività, che potrebbe essere così sintetizzato:
1) PARTECIPAZIONE E PARTNERSHIP ISTITUZIONALE, ECONOMICA E SOCIALE;
2) ESPLICITAZIONE DI PROBLEMI, BISOGNI, ESIGENZE, QUESTIONI, TEMATICHE;
3) INDIVIDUAZIONE DI OBIETTIVI GENERALI;
4) DEFINIZIONE DELLE AZIONI E DEGLI INTERVENTI IN FUNZIONE DEGLI OBIETTIVI; 5) PREDISPOSIZIONE DI INDICATORI PER IL MONITORAGGIO;
6) INDIVIDUAZIONE DEGLI OBIETTIVI OPERATIVI;
7) ESECUZIONE DELLE EVENTUALI VALUTAZIONI, REVISIONI ED ADATTAMENTI;
8) ARTICOLAZIONE DEI RISULTATI.
Oltre a questo, mi sia consentito di sottolineare anche il fatto che le analisi di contesto non debbono essere soltanto delle bellissime foto e delle elaborazioni cartografiche del nostro paesaggio, del nostro patrimonio ambientale, storico, culturale, ecc..., e non sono neanche delle sintesi parziali di quella che sarebbe la realtà delle nostre comunità. L’analisi di contesto dev’essere, semmai, una modalità per acquisire tutte quelle informazioni necessarie ad individuare i punti di forza e di debolezza, ma soprattutto ad individuare le opportunità e le minacce, ovvero quegli aspetti che ci consentono di ragionare con una logica evolutiva dei processi in atto e che quindi ci consentono di fare delle previsioni, che non sono solo della pianificazione, ma che sono anche della programmazione e della dinamica dei nostri contesti.
Con questo voglio dire che, più di un censimento, più di un quadro delle nostre ricchezze, più dello stato dei nostri monumenti e più di una “progettualità” fine a se stessa, noi abbiamo il bisogno di tradurre i contenuti di queste attività progettuali in logiche di sviluppo socioeconomico: in altre parole, un piano strategico dev’essere anche programmazione dello sviluppo economico delle nostre comunità ed è proprio in questo che sta il senso, il significato “strategico” di questa pianificazione.
Infine, va rimarcato il fatto che solo e soltanto in questa ottica evolutiva, di programmazione strategica del nostro sviluppo socioeconomico, che hanno senso di esistere quelle ragioni e quelle logiche di cooperazione con cui fare di Gravina in Puglia, di Altamura, di Poggiorsini e di Santeramo in Colle, un’Area Vasta ed un unico sistema territoriale.
Pietro Perrucci.
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