venerdì 5 novembre 2010

Le imperfezioni del bando sul Sistemi Ambientali e Culturali (S.A.C.)

Carissimo Antonio Cucco Fiore,

purtroppo sono costretto a dirti che non ho intenzione di proporti niente sui S.A.C. e anzi sto pensando seriamente di ritirare anche la mia collaborazione con alcuni enti cui mi ero proposto a seguito della campagna di informazione e comunicazione avviata dalla Regione Puglia.

Devi sapere che il bando previsto in uscita per il 30 settembre viene pubblicato soltanto in data 3 novembre 2010 e, ciononostante, si presenta essere pieno di imperfezioni le più importanti delle quali vengono qui riportate:

- il bando, pur facendo i dovuti richiami alle azioni 4.2.2 e 4.4.2, sembra quasi rifuggire dagli obiettivi riposti in queste due azioni soprattutto in riferimento allo sviluppo turistico, allo sviluppo locale e allo sviluppo della cooperazione territoriale internazionale;

- rispetto invece a quanto è stato detto in fase di comunicazione prima dell’uscita del bando, si è spinto notevolmente sulla valorizzazione e sulla gestione come obiettivi e non si è tenuto conto di collegare questi due obiettivi con gli altri obiettivi inerenti lo sviluppo del turismo, lo sviluppo socioeconomico, la sostenibilità;

- dal punto di vista metodologico, poi, si ripropone le grande confusione/ignoranza sui metodi e sui processi di policy, tant’è che i termini "progetto", "piano" e "programma" vengono utilizzati in maniera del tutto impropria;

- in riferimento alla gestione, vengono utilizzati i termini di programma e piano quando in sede di comunicazione si è chiaramente detto che si sarebbe dovuto parlare di “progetto di gestione”;

- non è stata indicata la metodologia di valutazione, né la tecnica e/o gli strumenti di riferimento. Anche per questo, la tabella che indica i criteri e gli indicatori di valutazione, non propone scale di valori per i parametri qualitativi ed il punteggio assegnabile ad ogni paramentro di valutazione dispone solo di due range (0-3 e 0-6) che sono troppo stretti per consentire valutazioni appropriate e soprattutto per consentire valutazioni, stime e confronti attendibili tra le diverse proposte di SAC. Per questo, si può dire che la valutazione risponderà più ad elementi soggettivo/discrezionali che non ad elementi oggettivo/normativi;

- punto 1, art. 4 bando, si sostiene che i vari partenariati debbono dotarsi di un adeguate competenze gestionali e tecniche, ma non spiega come dovrebbero essere finanziate;

- lettera c), punto 2, art. 4, propone come criterio di valutazione la varietà del partenariato, senza tener conto che i comuni che decidono la formazione del SAC andranno a contrastare con gli altri soggetti proprietari/gestori di altri beni culturali e ambientali;

- non è molto razionale definire solo un limite minimo di comuni che possono fare un SAC (tre) e un massimo di finanziamento (2 milioni di euro); sarebbe molto più logico dare indicazione sul minimo di comuni e quindi anche un limite minimo di finanziamento, oppure un limite massimo di comuni con un limite massimo di finanziamento, o ancora, dare indicazioni su entrambi i limiti minimi e massimi;

- la logica della costituzione dei SAC doveva contare più della volontà dei comuni, cioè si dovevano considerare un numero minimo di beni da mettere a sistema, numero a sua volta affiancato anche da indicatore minimo del grado di varietà di questi beni nell’ambito di un SAC. Questa logica sembra essere molto più coerente con la filosofia dell’intervento che sta a monte dei SAC;

- la Carta dei Beni Culturali della Regione Puglia (punto 3, art. 4) non è facilmente accessibile a tutti;

- lo stesso punto 3, art. 4, del bando, da la possibilità di includere nei SAC i beni ambientali delle aree dei parchi nazionali e questa è l’unica volta che il bando considera i parchi nazionali; da questo momento in poi, infatti, si parla solo di parchi regionali e questo aspetto è quantomeno inconcepibile;

- lettera (i), art. 5, chiede la coerenza dei SAC con il PPTR, senza che questo sia stato ancora approvato (al momento, infatti, è stata approvata solo la bozza provvisoria);

- ultimo aspetto dell’elenco tratteggiato del punto 1, art. 6, chiede di proporre in fase negoziale progetti a valere su altre misure del FESR. Sarebbe stato più logico richiederle in fase progettuale, ma in fase negoziale questa richiesta pare essere molto incoerente con la logica e l’articolazione dei finanziamenti comunitari e per certi aspetti anche pretestuosa;

- il bando non spiega cosa si deve intendere per sostenibilità territoriale, finanziaria, economica, amministrativa ed istituzionale (lettera (e), punto 3, art. 6), né spiega cosa si deve intendete della sostenibilità quando viene citata come obiettivo, come metodo progettuale, come strumento e anche come funzione.

In generale, dunque, del bando sui SAC si può sostenere che è stato elaborato senza tener conto di taluni aspetti sociologici, territoriali ed ambientali specifici e in più non si comprendono le logiche di alcune disposizioni che sono del tutto scollegate con quanto divulgato durante l'attività di comunicazione prima dell'uscita del bando. Il tutto, perciò, mi porta a pensare che, ancora una volta, si sia elaborato un bando più su elementi soggettivi e/o procedurali che non su elementi oggettivi e pragmatici. In altre parole, per gestire i finanziamenti europei si è andati più sulla logica del procedimento amministrativo invece che sulla logica dei processi di policy. Pertanto ancora una volta siamo in presenza di un processo che già in fase di concepimento parte malissimo e che di conseguenza, con ogni probabilità, farà la stessa fine di tutti gli altri processi di programmazione del territorio che sono stati avviati fino ad oggi.

Per questo l'unica cosa che mi sento di proporre è l'istituzione di una Task-Force fatta di pochi esperti ma altamente competenti (non come quella per i Piani Strategici). Se la costituiranno, io vorrei essere tra quelli, lavorando anche gratis.


Pietro Perrucci

mercoledì 27 ottobre 2010

Sistemi Ambientali e Culturali (S.A.C.)

Una domanda per i S.A.C.

In quasi tutti i comuni ci sono beni appartenenti e/o gestiti da enti e/o soggetti diversi dal Comuni che risultano essere tutti ugualmente eligibili come soggetti beneficiari dell’intervento (Enti ecclesiastici, Fondazioni, Soggetti di diritto pubblico, Sovrintendenze, Enti parco, ecc…). Dovendo il Comune aderire ad un solo SAC, cosa succede tra questo soggetto e gli altri enti/soggetti proprietari e/o gestori di beni culturali ed ambientali in caso di mancato accordo e/o di disaccordo sul SAC? L’adesione di un comune al SAC dovrà necessariamente prevedere l’implementazione in questo SAC anche di beni di non sua proprietà/gestione, oppure è possibile che questi beni non vengano implementati, o ancora, che vengano inclusi in altre reti e/o sistemi?

martedì 26 ottobre 2010

Sistemi Ambientali e Culturali (S.A.C.)

Gli obiettivi di cui si terrà conto nella realizzazione dei Sistemi Ambientali e Culturali (S.A.C.) sono:

1) attrazione di flussi turistici a livello di singolo bene, a livello di S.A.C. e di territorio
2) miglioramento della fruibilità
3) sviluppo turistico
4) percorsi innovativi di sviluppo locale
5) percorsi innivativi di cooperazione territoriale internazionale (anche se questo aspetto non è ancora stato trattato nei vari incontri formali ed informali)


Pietro Perrucci

lunedì 24 maggio 2010

Origini e fondamento giuridico della Politica di Coesione. Principali riferimenti, storici, filosofici e metodologici

Metodo. Il tema è stato sviluppato tenendo conto di due aspetti, quello storico e quello filosofico del diritto, in piena conformità allo spirito ed ai contenuti del master Pegaso.

Scelta dell’argomento. La “politica di coesione” si presta molto bene a sviluppare sia aspetti storici che filosofico-giuridici; inoltre, da un punto di vista più professionale, è possibile essere parte di un Programma Operativo Nazionale sulla “Sicurezza per lo Sviluppo” di cui l’Autorità di Gestione è il Ministero degli Interni.

Riferimenti storici
- 1951 Nasce la CECA (Comunità Europea per il Carbone e l’Acciaio).
- 1957 Nasce l’Euroatom (Comunità Europea per l’Energia Atomica) e la CEE (Comunità Economica Europea) dove si trovano le origini della politica di coesione (interessamento per le aree deboli nel preambolo del Trattato Istitutivo della CEE, istituzione del Fondo Sociale Europeo – FSE – e della Banca Europea degli Investimenti – BEI).
- 1962 Istituzione del Fondo Europeo di Orientamento e Garanzia in Agricoltura (FEOGA).
- 1972 Vertice Europeo di Parigi, si statuì per la prima volta la volontà degli Stati membri di coordinare a livello europeo le loro politiche interne di sviluppo regionale, per meglio utilizzare le risorse della BEI, del FSE e del FEOGA.
- 1973 Allargamento della CEE a Gran Bretagna, Irlanda e Danimarca.
- 1975 Istituzione del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR).
- 1981 Ingresso della Grecia nella CEE e adozione del Programmi Integrati Mediterranei (PIM), ovvero i primi interventi di politica di coesione
- 1985 Vertice Europeo di Milano dove si decise che i tre fondi FSE FESR FEOGA, oltre a creare il mercato unico europeo, dovevano diventare i principali strumenti per il superamento delle disparità economiche tra le regioni europee e il cambio del metodo di ripartizione dei finanziamenti FESR (metodo delle forcelle).
- 1986 Allargamento della CEE a Spagna e Portogallo
- 1987 Adozione Atto Unico Europeo (AUE), modifiche al Trattato CEE mediante l’introduzione del Titolo V “Coesione economica e sociale” che costituisce il fondamento giuridico della politica di coesione e modifiche ai tre fondi europei FSE FESR FEOGA che acquisiscono valenza strutturale (nell’eliminare i divari e le disparità tra le regioni incidono anche sulla struttura e sul meccanismo del mercato).

Riferimenti filosofico-giuridici (Principi della politica di coesione)
- Preambolo Trattato istitutivo della CEE, nel cui fu scritto che gli Stati membri volevano “… rafforzare l’unità delle loro economie e … assicurare il loro sviluppo armonioso riducendo le disparità esistenti tra le differenti regioni e il ritardo di quelle meno favorite”;
- Programmi Integrati Mediterranei, il partenariato di responsabilità, tra i vari livelli istituzionali partecipanti alla preparazione e all’attuazione dei programmi, la responsabilità gestionale primaria delle regioni, il cofinanziamento nazionale ai vari progetti, la valutazione delle previsioni e dei risultati realizzati;
- Titolo V “Coesione economica e sociale” dell’Atto Unico Europeo che modifica il Trattato CEE del 1957 e costituisce con i suoi articoli il fondamento giuridico della politica di coesione (Artt. 130 A, 130 B, 130 C, 130 D e 130 E);
- Rafforzamento delle politiche regionali, con il raddoppio delle risorse destinate ai tre fondi FSE, FEOGA e FESR, riforma della Politica Agricola Comune (PAC), e riforma del bilancio comunitario con nuove entrate legate al Prodotto Interno Lordo (PIL) dei singoli Stati membri;
- Ulteriori principi la concentrazione degli interventi in obiettivi, la programmazione, con strategie pluriennali di sviluppo stabilite attraverso un procedimento di concertazione/negoziazione a varie tappe e con sistemi di monitoraggio e di valutazione dei vari interventi, partenariato verticale ed orizzontale e il principio dell’addizionalità, che prevedeva la partecipazione dello Stato membro ai programmi europei con risorse proprie.

Sintesi discorsiva
La politica di coesione ha ad obiettivo il superamento dei divari e delle disparità economiche e sociali esistenti tra le varie regioni d’Europa. Essa è un campo di studi molto vasto e molto articolato, nel quale è abbastanza facile incorrere in errori ed imprecisioni e un errore che si compie di frequente è quello di attribuire le origini della politica di coesione all’Atto Unico Europeo, atto sottoscritto nel 1986 ed entrato in vigore nel luglio del 1987, nel quale la politica di coesione trova sicuramente il suo fondamento giuridico, ma non per questo anche le sue origini.
Francia, Germania, Italia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo affrontarono per la prima volta la questione delle aree deboli nell’ambito del Trattato istitutivo della CEE (Roma, 1957) e una testimonianza di questo interessamento per le aree deboli la si trova proprio nel preambolo di questo Trattato, dove fu scritto che gli Stati membri volevano “… rafforzare l’unità delle loro economie e … assicurare il loro sviluppo armonioso riducendo le disparità esistenti tra le differenti regioni e il ritardo di quelle meno favorite”. In questo contesto, dunque, tutti gli Stati Membri erano convinti che la riduzione delle disparità (tra le regioni europee) poteva essere ottenuta indirettamente con l’istituzione di un mercato comune, in conseguenza del quale vi sarebbe stato anche un progressivo allineamento delle politiche economiche dei singoli Stati membri. Sempre in questo ambito si istituì Banca Europea degli Investimenti (BEI) e il Fondo Sociale Europeo (FSE), cioè due degli attuali strumenti della politica di coesione, cui seguì poi nel 1962 l’istituzione di un altro strumento della politica di coesione, ossia il Fondo Europeo Agricolo di Orientamento e Garanzia (FEOGA).
Successivamente, durante il Vertice europeo di Parigi del 1972, oltre a discutere dell’allargamento della CEE a Gran Bretagna, Irlanda e Danimarca, si statuì per la prima volta la volontà degli Stati membri di coordinare a livello europeo le loro politiche interne di sviluppo regionale, per meglio utilizzare le risorse della BEI, del FSE e del FEOGA. Inoltre, a seguito di questo vertice, nel 1975 fu istituito anche il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR), e ciò rappresenta la seconda importante conseguenza del Trattato CEE del 1957.
Nel 1981, la Grecia diventa Stato membro della Comunità europea e con l’ingresso di questo paese fu decisa l’adozione dei primi programmi pluriennali di sviluppo socioeconomico regionale, denominati appunto “Programmi Integrati Mediterranei” (PIM). I PIM si caratterizzavano soprattutto per un nuovo approccio metodologico, basato sulla programmazione a medio termine e sull’uso coordinato dei diversi strumenti di finanziamento che sostituì il vecchio sistema di finanziamento indirizzato solo sui singoli progetti. Perciò, sul piano giuridico i PIM introdussero dei principi innovativi che sono ancora oggi alla base dell’attuale politica di coesione, e cioè:
- il partenariato di responsabilità, tra i vari livelli istituzionali partecipanti alla preparazione e all’attuazione dei programmi;
- la responsabilità gestionale primaria delle regioni;
- il cofinanziamento nazionale ai vari progetti;
- la valutazione delle previsioni e dei risultati realizzati.
Questo modo di elaborare gli interventi si consolidò poi con l’entrata nella CEE di Spagna e Portogallo (1986). Decisivo, a tal proposito, fu soprattutto l’esito del Consiglio europeo di Milano del 1985, dove l’allora Presidente della Commissione europea J. Delors, oltre a ribadire l’impegno ad eliminare tutte le barriere ancora esistenti al commercio ed alla mobilità dei fattori produttivi all’interno della Comunità, indicò che i tre fondi europei creati fino a quel momento (FSE, FEOGA, FESR) dovevano diventare i principali strumenti, sia per completare la realizzazione del mercato unico europeo, sia per superare le disparità regionali. Lo stesso Presidente Delors, inoltre, modificò anche il sistema di ripartizione dei finanziamenti del FESR, introducendo il cosiddetto “metodo delle forcelle” (a margini definiti), che sostituiva il vecchio sistema di ripartizione dei finanziamenti basato su “quote nazionali”, e ciò allo scopo di concentrare maggiormente gli interventi nelle regioni meno sviluppate.
Quindi, al momento della stipula dell’Atto Unico Europeo (AUE), la politica di coesione era già in atto da 20 anni ormai; per cui, in questo contesto non si fece altro che sancire formalmente il superamento dell’idea di una comunità intesa esclusivamente come mercato comune, e quindi come area di libero scambio, e riconoscere così che la coesione economica e sociale doveva essere, al tempo stesso, obiettivo importante della Comunità Economica Europea e strumento essenziale per il completamento del mercato unico. Pertanto, i cinque articoli dell’AUE che introdussero il Titolo V nel Trattato CEE di Roma del 1957 non fecero altro che elevare a diritto comunitario tutti quegli interventi, quelle scelte e quelle politiche economiche, che erano già state intraprese dalla CEE, già prima dell’AUE, per superare le disparità tra le aree deboli e le aree più sviluppate della Comunità europea, dando finalmente quel fondamento giuridico che mancava alla politica di coesione della Comunità europea.

Lotta al lavoro sommerso e piano per l’occupazione

Grazie ad un percorso di studi nell’ambito del lavoro sommerso si è potuto constatare che nel nostro ordinamento giuridico si sono succeduti fino ad ora almeno quattro modelli di emersione - tutti posti a fondamento delle varie politiche di contrasto al fenomeno del lavoro irregolare - e che nessuno di questi è riuscito a risolvere questo problema. Infatti, la quota di economia sommersa resta sempre molto elevata rispetto all’economia ufficiale (20-25% del PIL) e questo malgrado sia la molteplicità di soggetti istituzionali coinvolti nel definire le azioni di contrasto (Unione europea, Parlamento, Governo e regioni), sia la notevole produzione legislativa che è stata messa in atto.
Sulla inefficacia di tali modelli di emersione, vi sarebbe un doppio livello di inefficienza. Il primo riguarda l’effettività delle norme formalmente in vigore nella lotta al lavoro irregolare: sotto questo aspetto, è possibile parlare di un consistente sfasamento tra diritto e realtà dei fatti, che farebbe emergere la necessità di continuare a razionalizzare e/o ottimizzare le politiche di contrasto al lavoro prestato irregolarmente e ciò intervenendo sia sul piano più strettamente giuridico-legislativo, sia sul piano più strettamente sanzionatorio. Il secondo, riguarda l’efficacia del diritto vigente, laddove le politiche di contrasto al lavoro sommerso non sembrano essere adeguate, vicine, alla realtà sociale in cui vengono calate.
Da questo doppio livello di inefficienza è possibile ricavare una riflessione e cioè che in Italia, la lotta al lavoro regolare la si è affrontata più da un punto di vista giuridico legislativo e meno da un punto di vista politico-sociale. Infatti, possiamo dire che alla luce di quanto osservato, tutti i modelli di emersione adottati sono carenti di una “analisi di contesto” e di approcci strategici; per cui, pur arrivando ad indicare nuove elaborazioni filosofico-concettuali (come nel caso del concetto di “lavoro dignitoso” dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro), è mancato un vero e proprio piano strategico che affrontasse contemporaneamente sia la lotta al lavoro sommerso, sia la lotta al grave problema della disoccupazione che, come si sa, è il principale fattore che genera lavoro sommerso.
In altre parole, se si è compreso che da un punto di vista legislativo per sconfiggere il lavoro regolare c’è bisogno della più ampia e corretta logica della promozione all’adempimento contributivo e fiscale, da un punto di vista più politico più sociale c’è bisogno di interventi che incidano più direttamente sulle cause che generano lavoro sommerso e quindi su interventi alla lotta per la disoccupazione.
Per questo, mi auspico che le istituzioni che operano in questo settore comprendano finalmente che ciò che manca nel nostro paese non è tanto un nuovo modello di emersione dal lavoro e dall’economia sommersa, quanto è un vero e proprio “Piano per l’occupazione”.
Sotto questo aspetto, dunque, l’emersione non si identificherebbe più soltanto come una questione meramente giuridica e quindi non si esplicherebbe più come un processo di migliore approssimazione (sotto il profilo qualitativo) a quelli che sono i principi della legalità e della sicurezza sociale del nostro ordinamento, ma si identificherebbe soprattutto come politica sociale (come già detto), nell’obiettivo più ampio della coesione economica e sociale, obiettivo cui dovrebbe finalizzarsi ogni modello giuridico-legislativo di contrasto al lavoro sommerso.

La crisi greca. Cause, barzellette, previsioni, conclusione

LE CAUSE. Gli Stati membri dell’Unione Europea decisero con il Trattato di Maastricht del 1992 di puntare a rigide e severe politiche monetarie e finanziarie in grado di mantenere elevato e di accrescere nel tempo il valore dell’euro. Sebbene lo scopo di tali scelte era quello di dare all’Europa uno strumento in grado di farla diventare la più grande potenza nell’economia della globalizzazione, di contro la scienza economica ci dice che per realizzare un obiettivo di questo tipo è necessario che l’economia di ogni Stato membro deve avere un andamento, un trend, sempre positivo nel tempo e, soprattutto, è necessario che il sistema del mercato non deve essere affetto da distorsioni. Pertanto, in assenza di queste due condizioni, è verosimile che politiche monetarie e finanziarie come quelle adottate per l’Euro comportino enormi sacrifici economici e sociali, che a loro volta possono inficiare le performance del PIL dei vari paesi, innescando meccanismi perversi con deficit di bilancio e aumenti di debito pubblico. La crisi della Grecia è conseguenza proprio di questa seconda eventualità: infatti, la mancanza di una efficiente economia di mercato e l’adozione di rigide politiche monetarie e finanziarie per sostenere l’Euro come moneta, hanno spinto questo paese a fare notevoli sacrifici economici e sociali che, a loro volta, hanno inficiato la performance del loro PIL, hanno aumentato il deficit di bilancio e quindi hanno aumentato il debito pubblico. Sicché, in prossimità della scadenza di un prestito obbligazionario di Stato, il Governo greco si è trovato nella impossibilità di pagare questo debito ed aveva chiesto perciò aiuto agli altri paesi europei, che sono intervenuti con una somma di 14,5 miliardi di euro.

LE BARZELLETTE. Nel consentire l’intervento degli stati europei in favore della Grecia, l’UE non è stata affatto convincente nel spiegare come mai un suo Stato membro si fosse ridotto in queste condizioni; anzi, per essere più precisi, sulla crisi greca, organi e istituzioni UE non si sono pronunciati in maniera univoca: è stato detto che non avrebbero potuto prevedere un simile fatto, oppure che il governo greco aveva volutamente occultato i conti economici pubblici, o ancora, fatto più grave, è stato detto persino di non aver voluto controllare i conti pubblici e di aver invece voluto continuare a dare fiducia al governo greco, così semplicemente sulla parola.
Come cittadino europeo sono abbastanza sbalordito per queste affermazioni e mi sento letteralmente preso per i fondelli: oltre al fatto che non è assolutamente accettabile che l’UE tenti di spiegare le cause della crisi greca con delle barzellette, va rilevato che era risaputo che, da molto tempo, la Grecia non era in grado di dar vita ad una economia di mercato e quindi era anche risaputo che non poteva essere in grado di dar vita a processi economici virtuosi, reali e soprattutto efficienti, al pari di quelle di altre economie mature di altri paesi dell’Euro. E questo, anche alla luce dell’esito negativo che ha dato l’impiego delle enormi risorse dei fondi strutturali, da 25 anni a questa parte. Pertanto, la mia opinione sulla crisi greca è che quasi tutti i maggiori paesi europei (Francia e Germania soprattutto) sapevano che si era in presenza di un paese economicamente in seria difficoltà, con grosse inefficienze e che quindi aveva poche probabilità di riuscire a costruire una economia di mercato, ovvero che aveva pochissime probabilità di mantenere a lungo nel tempo rigide politiche monetarie per sostenere l’Euro, se non a prezzo di grossi sacrifici economici e sociali che, poi, avrebbero finito per mettere in crisi la sua stessa economia. Di conseguenza, viene molto facile pensare che la crisi greca sia stata appositamente provocata, in maniera da permettere un intervento degli altri stati europei che, nell’aiutare il governo greco, lo costringeranno, prima o poi, a privatizzare le sue imprese pubbliche, a vendere beni pubblici/demaniali, a cedere loro quote di mercato, insomma a svendere le proprie ricchezze ai paesi che sono corsi in suo aiuto.

LA PREVISIONE. l’aspetto più preoccupante di questa crisi è che quanto accaduto in Grecia possa ripetersi anche in Portogallo, in Spagna, in Italia (forse qui è già accaduto e nessuno ha detto niente), e nei paesi di nuova adesione (ex paesi dell’Est), di cui dubito fortemente che le loro economie possano marciare in maniera efficiente con il meccanismo del mercato e con rigide politiche monetarie in sostegno dell’Euro. Infatti, vorrei far presente che il mercato non è un meccanismo perfetto: di per sé, tende a produrre delle distorsioni – in maniera quasi fisiologica – quali sono ad esempio la concentrazione delle attività produttive in poche imprese e l’aumento dei prezzi che così non saranno più definiti dalla libera contrattazione tra domanda e offerta, ma saranno definiti da accordi o da cartelli tra imprese. Pertanto, se già il mercato di uno Stato membro è destinato a non funzionare in maniera efficiente, è molto probabile che questo paese, per sostenere rigide politiche monetarie e finanziarie come quelle decise dalla Banca Centrale Europea, ricorrerà ai sacrifici dei propri cittadini, esponendo così il paese a pericolose crisi, ovvero, alla necessità di interventi finanziari dei maggiori paesi europei, Francia e Germania prima di tutti. Ebbene, se questo è il trend, se questa è la tendenza, vorrà dire che si è scoperto il trucco dell’Unione Europea: aggregare quanti più paesi possibili, fargli adottare l’euro, spingerli ad adottare rigide politiche monetarie e finanziarie, mandarli in crisi e finalmente appropriarsi delle loro economie e delle loro risorse. Per questo obiettivo, andrebbe bene anche soltanto aggregare paesi, senza che questi adottino l’Euro, tanto è sufficiente introdurre il meccanismo del mercato che con le sue fisiologiche distorsioni, prima o poi, manderebbe in crisi le economie di questi Paesi, dando così la possibilità a Francia e Germania di intervenire con il loro aiuto, ovvero di appropriarsi delle loro economie e delle loro ricchezze.

UNA CONCLUSIONE. Alla luce di quanto emerso dalla crisi greca, posso sostenere che l’Unione Europea, più che una forma di cooperazione tra i suoi Stati membri, è uno strumento creato per dare finalmente la possibilità a Francia e Germania di realizzare il loro sogno di egemonia sull’Europa; inoltre, stando a quello che si è visto in 60 anni di Comunità europea è vero che questa funziona anche come loro comune strumento di pace, però funziona sopratutto per la Francia e la Germania che così possono spartirsi i mercati e le ricchezze degli altri paesi europei, evitando che si facciano guerra tra loro e che i loro contrasti possano generare nuove guerre mondiali, così come già accaduto per la Prima e per la Seconda Guerra Mondiale.

Principali voci di costo e di ricavo per il business plan di un asilo.

- LOCALI: acquisto o fitto, lavori di ristrutturazione, progettazione lavori, licenze e permessi, certificazioni, tasse (Tarsu, INVIM, ecc…), pratiche di mutui e interessi su mutui, manutenzione ordinaria e straordinaria, pulizia, assicurazione, sicurezza sul lavoro,

- IMPIANTI (idrico-sanitario, elettrico e di illuminazione, antincendio, telefono e internet, stereo-video, supporti per diversamente abili): Progettazione, installazione, materiale, certificazione, manutenzione ordinaria e straordinaria, costo di funzionamento (orario, giornaliero o mensile), assicurazione, pratiche di mutui e interessi su mutui,

- PRONTO SOCCORSO/INFERMERIA: Attrezzi ed apparecchiature elettromedicali per pronto soccorso, arredi, personale specializzato o formazione per pronto soccorso, materiale di consumo monouso o monodose, presidi farmaceutici e sanitari, detergenti, assicurazione per bambini, dipendenti e terzi,

- AUTOMEZZI: (auto di servizio e scuolabus): acquisto o noleggio, assicurazione, bollo, custodia, carburanti, manutenzione ordinaria e straordinaria, pratiche di mutui e interessi su mutui, certificazione, autista, formazione per patenti particolari,

- CUCINA: attrezzature ed apparecchiature, posateria, personale e formazione HACCP, sicurezza, presidi per detersivi, arredi e costi per sala mensa, acquisto detersivi, manutenzione ordinaria e straordinaria, pratiche di mutui e interessi su mutui, certificazione, acquisto alimenti,

- SALA STUDIO/LETTURA: mobili e arredi, pulizia, personale per docenza, materiale didattico, manutenzione ordinaria e straordinaria, pratiche di mutui e interessi su mutui, certificazione asilo, eventuali ulteriori adeguamenti impianti, sicurezza,

- SALA GIOCHI: mobili e arredi, pulizia, personale, giochi e materiale ludico-didattico, manutenzione ordinaria e straordinaria, pratiche di mutui e interessi su mutui, certificazione asilo, eventuali ulteriori adeguamenti impianti, sicurezza,

- SALA RIPOSO (opzionale): lettini, cucine, culle, lenzuola, certificazione, eventuali ulteriori adeguamenti impianti, sicurezza,

- AMMINISTRAZIONE: contabilità, consulenze varie, apparecchiature d’ufficio e arredi, spese di impianto azienda, formazione personale.

+ RETTE MENSILI (scuola materna, nido, baby park, doposcuola, mininido)

+ PROVENTI DA PROGETTI E PROGRAMMI (sport, cultura, turismo, cooperazione, programmi medico-preventivi e/o didattico-educativi)

+ SPONSOR

+ EVENTI E MANIFESTAZIONI

+ PROGRAMMI DI STUDIO E DI RICERCA (in collaborazione con enti locali, università, istituti specializzati, grandi aziende, centri studio e ricerca)

+ SERVIZIO SOCIALE (prestazioni per particolari utenti di centri sociali o per bambini di famiglie con gravi problemi di integrazione/inserimento sociale, case alloggio, servizi notturni/diurni).

venerdì 18 dicembre 2009

STUDI E RICERCHE DI PIETRO PERRUCCI: CITTADINANZA ATTIVA. Progetto didattico-formativo proposto dal Dr. Pietro Perrucci

STUDI E RICERCHE DI PIETRO PERRUCCI: CITTADINANZA ATTIVA. Progetto didattico-formativo proposto dal Dr. Pietro Perrucci

CITTADINANZA ATTIVA. Progetto didattico-formativo proposto dal Dr. Pietro Perrucci


1. Premessa
Dalla fine del secondo conflitto mondiale ad oggi, la “democrazia” è subentrata a quasi tutte le preesistenti forme di Stato (autoritario, socialista, coloniale, confessionale, ecc…). Ciononostante, oggi non è possibile definire gli attuali stati tutti ugualmente “democratici”, sia perché non tutti lo sono realmente, sia perché tra gli stessi stati che possono definirsi democratici, fattori quali la forma di governo, l’ordinamento giuridico-istituzionale e le dinamiche socioeconomiche, hanno modellato in maniera differente i loro sistemi socio-politici. Così, i paesi democratici vengono classificati in tre categorie: “paesi a democrazia matura”, “paesi democratici” senza ulteriori aggettivi e “paesi a democrazia recente”. Un “paese a democrazia matura” si distingue dagli altri per la maggior longevità del sistema democratico, per il maggior ricorso a principi e processi tipicamente democratici (libertà, pluralismo, separazione dei poteri, liberismo economico, welfare, il primato della legge su ogni altro potere, ecc…), e soprattutto, per l’elevato grado di partecipazione dei cittadini, in forma singola e/o organizzata, alla vita dello Stato. La Cittadinanza attiva, in quanto “strumento che contempla diverse forme di partecipazione dei cittadini alla vita dello Stato”, si pone di per sé come elemento qualificante della “maturità democratica” di un paese, anche perché è necessariamente frutto di un precedente processo storico-culturale che si è basato non tanto sul fatto che questo strumento di partecipazione sia contemplato nel suo ordinamento giuridico-istituzionale, quanto sul fatto che le forme di partecipazione della “Cittadinanza attiva” coesistono con una pluralità di altre forme e strumenti di partecipazione e quindi, sul fatto di essere ampiamente condiviso dal punto di vista sociale e culturale.

2. Il progetto didattico e/o formativo
Il percorso di studi sulla “Cittadinanza attiva”, oltre a tener conto della pluralità e della condivisione di strumenti e forme di partecipazione esistenti in uno Stato a democrazia matura, tiene conto del fatto che oggi non esiste un concetto univoco di “Cittadinanza attiva”, dal momento che questo strumento di partecipazione è frutto di processo storico ancora troppo recente. Anzi, in determinati contesti socio-politici maturi, come quello italiano, il grado di indeterminatezza del concetto di “Cittadinanza attiva” è così elevato da essere addirittura confuso e scambiato con quello di altri strumenti e forme di partecipazione.
Pertanto, lo scopo principale del progetto che si sta proponendo è quello di compiere un percorso di studi sulla “Cittadinanza attiva” che arriva a definire il significato e l’ambito che deve essere proprio di questo strumento di partecipazione, partendo proprio dall’evoluzione storico-culturale dei paesi a democrazia matura degli ultimi 30-40 anni e, una volta definito il concetto e il suo ambito di applicazione, si propone di mettere la “Cittadinanza attiva” in relazione con quei elementi che possono ulteriormente qualificare questo strumento di partecipazione, e cioè:
- gli altri strumenti di partecipazione esistenti nel sistema socio-politico italiano;
- le forme di “Cittadinanza attiva” esistenti in altri sistemi socio-politici maturi;
- analisi di alcune esperienze di “Cittadinanza attiva”.

Pietro Perrucci

lunedì 2 novembre 2009

Aree Vaste in Puglia. Domande valutative in previsione del convegno di febbraio 2010

1) Coerenza interna – Aspetti metodologici

Con l’obiettivo di “migliorare la gestione e la realizzazione dei processi di governance” (come indicato nella misura 5.1 del POR Puglia 2000-2006), la Ragione Puglia ha attivato innovativi strumenti di gestione del territorio, quali sono “le 9 Aree Vaste in cui è stato suddiviso il territorio della regionale”, che attraverso il metodo della “Pianificazione strategica” (ovvero attraverso la realizzazione di interventi direttamente connessi al conseguimento di specifici obiettivi), arrivassero ad articolare un processo di policy che preveda per grandi linee le seguenti fasi: partecipazione, agenda dei problemi, strutturazione dei problemi, individuazione degli obiettivi, elaborazione delle possibili azioni, adozione degli interventi, individuazioni delle indicazioni e delle raccomandazioni per questi interventi, implementazione, valutazione giudizio, possibilità di revisione del processo ed eventuale riorientamento degli obiettivi, piani della comunicazione interna ed esterna.

Data questa articolazione, quanto coerente è stato il disegno e la realizzazione dell’Area Vasta in cui risiedete, rispetto al processo di policy sopra evidenziato?


2) Partecipazione – Governance

L’esperienza pugliese di pianificazione strategica e di realizzazione delle aree vaste si sarebbe dovuta inquadrare in quel cambiamento culturale che sta interessando da oltre un decennio i cosiddetti paesi a democrazia matura, laddove sono attualissimi “la partecipazione dei cittadini e delle organizzazioni di cittadini alla definizione delle politiche pubbliche, l’uso di strumenti di democrazia partecipativa (partnership pubbliche private e pubblico-private, networking e governance istituzionali), l’uso di strumenti di democrazia deliberativa (town meeting, deliberation days, le arene deliberative, sondaggi deliberativi) e l’uso di strumenti di democrazia diretta (infodays, strumenti informatici di e-democracy, gli incontri di quartiere, le passeggiate di quartiere, ecc…). Si tratta di governance, ovvero, di evoluti processi di produzione del consenso e di democrazia, nei quali i cittadini, in quanto popolo sovrano, non sono soltanto degli elettori che delegano il proprio potere politico ai loro rappresentanti, ma sono anche dei legislatori aventi il diritto, garantito anche dalla Costituzione, di determinare direttamente le scelte.

In riferimento alla governance, quali strumenti di democrazia partecipativa, di democrazia deliberativa e di democrazia diretta, sopra proposti sono stati attivati nell’Area Vasta di vostro riferimento?
(per ognuno degli strumenti sopra individuati, si chiede di procedere ad una valutazione, utilizzando uno dei 4 criteri: 1) non previsto e non realizzato; 2) previsto e non realizzato; 3) non previsto e realizzato; 4) previsto e realizzato)


3) Coerenza esterna – Aspetti programmatici

L’introduzione di strumenti di Pianificazione Strategica di Area Vasta rappresenta nel panorama pugliese una innovazione assoluta, data la possibilità concreta di dar luogo al “terzo stadio” nell’evoluzione dei rapporti tra istituzioni e società, passando cioè da una fase di rapporti di tipo top-down (fino ai primi anni ’80) e da una fase di tipo bottom-up (fine anni ’90) ad un’altra fase che era quella della coesione, in cui lo sviluppo socioeconomico diventava inclusivo, condiviso, integrato e sostenibile. Da un punto di vista più tecnico-operativo, la realizzazione delle Aree Vaste e della Pianificazione Strategica, avrebbe significato quindi, il conseguimento di questi obiettivi:
- un uso più efficace ed efficiente delle risorse dei fondi strutturali europei degli ultimi due periodi di programmazione (2000-2006 e 2007-2013);
- la possibilità di coordinare questo sfruttamento con le altre risorse nazionali e regionali;
- l’opportunità di gestire in ogni Area Vasta tutti gli altri strumenti di programmazione e di pianificazione di livello regionali e provinciali (DRAG, PTCP, PIRP, PPTR, ecc…);
- rendere tecnicamente possibili altri processi di policy territoriale, tanto negli obiettivi, quanto nei metodi e negli strumenti;
- rendere possibili il networking ed il partenariato istituzionale, economico e sociale, sia per le aree a maggior sviluppo socio economico, sia per le aree a più elevato grado di marginalità economico-territoriale in Puglia;
- fare sistema e fare sinergia.

Rispetto ad ognuno di questi obiettivi, quanto la visione dello sviluppo socioeconomico che si sta determinando in ogni singola area vasta è da considerarsi inclusiva, condivisa, integrata e sostenibile?


4) Utilità, durata e sostenibilità – Aspetti sociologici

Da un punto di vista “storico-culturale”, le aree vaste e la pianificazione strategica rappresentano anche una importante innovazione nel modo di gestire il territorio per le diverse esigenze che si sono manifestate a seguito delle nuove dinamiche economiche e sociali sul nostro territorio. Nell’ambito del processo di globalizzazione, ad esempio, oltre ogni confine politico, economico e culturale, non sono più soltanto le imprese ad entrare in concorrenza tra loro, nel senso che non si può più ragionare solo nell’ottica di flussi di domanda e di offerta e/o di mercato di beni, servizi e fattori produttivi. Ora, ad entrare in competizione in ambito mondiale, sono anche i territori con le loro comunità, con le loro forme organizzative, con le loro tipicità e peculiarità geografico-ambientali, con le loro istituzioni ed anche con le loro forme culturali. Pertanto, ci si trova di fronte alla necessità di effettuare nuove scelte programmatiche che inderogabilmente dovevano far leva sul superamento delle pure logiche di profitto, di consumo distruttivo, di promozione di cicli di sviluppo chiusi, compartati ed autoreferenziali, e quindi, attraverso l’area vasta si è chiesto al territorio di “fare rete” tra i suoi elementi antropologici, fisici, economici, istituzionali e culturali, di riorganizzarsi e di coordinarsi in funzione dei cambiamenti che stavano avvenendo e quindi di fare “massa critica”, in modo da riuscire a vincere la competizione e ad attivare il confronto con gli altri territori non solo nell’ambito del processo di globalizzazione, ma anche nell’ambito dei processi di internazionalizzazione nell’area del Mediterraneo e nei processi di coesione e di integrazione nell’Unione Europea.

Alla luce di quanto fino ad ora è stato realizzato, con quali strumenti funzioni servizi ed attività è stata attrezzata l’area vasta di vostro riferimento per gestire i processi e le dinamiche economiche, sociali e territoriali, nonché per affrontare le sfide della globalizzazione?


5) Efficacia ed efficienza – Aspetti politici

I consensi più ampi per la Pianificazione Strategica e per le Aree Vaste furono quelli di tipo politico, dal momento che i sottesi processi partecipativi a cui si doveva dar vita avrebbero generato nuovi spazi di democrazia; tutto ciò che era partecipazione, concertazione, cooperazione, inclusione, coesione, cittadinanza attiva, democrazia deliberativa, democrazia partecipativa, interesse pubblico e persino democrazia diretta, divenivano quasi all’improvviso facili, fattibili, possibili ed il relativo dibattito politico si sviluppò proprio nell’ottica di un ampissimo sostegno alla realizzazione, tanto delle Aree Vaste, quanto della Pianificazione strategica. Il nostro Partito, si diede anche il compito di seguire i processi e di partecipare alla progettazione di quel “nostro futuro”, cercando di esprimere da Sinistra le posizioni del cambiamento in atto nella nostra società, mettendo in moto tutte le risorse interne del Partito, con lo scopo di accompagnare questi processi con la costruzione ed il potenziamento del dialogo sociale, che partiva dall’analisi dei territori ed attraverso l’individuazione, prima, e l’intercettazione, poi, dei bisogni potesse sfociare nell’elaborazione di proposte che contengano risoluzioni ai problemi delle comunità e “visioni possibili” e praticabili di futuro, per il conseguimento degli scopi delle rispettive comunità locali.

Alla luce di quanto espresso dai partiti, quanto la progettualità di ogni Area Vasta possa dirsi corrispondente in termini di bisogni individuati, di problemi affrontati e di scopi da conseguire, delle rispettive comunità locali?
Pietro Perrucci

giovedì 29 ottobre 2009

LA VALENZA SCIENTIFICA DELLA STATISTICA

In riferimento all’attendibilità dei dati statistici (da adesso in poi d.s.) e quindi della valenza scientifica della statistica, va rilevato che questa scienza, questa disciplina, questo strumento di ricerca, questo metodo di lavoro, ancora oggi rappresenta quanto di più appropriato ci possa essere per misurare, per rilevare, per elaborare, per interpretare e per rappresentare, i fenomeni oggetto di una qualsiasi osservazione in ambito sociale, economico e della ricerca scientifica in generale.

La principale motivazione di ciò è data dall’importanza dei d.s. in sé, che per la sua capacità di misurare, stimare e qualificare ciò che si sta osservando, viene riconosciuto universalmente valido; di conseguenza, la valenza scientifica della statistica poggia proprio sui d.s. che nel momento stesso in cui vengono rilevati, oltre ad esprimere una certezza di tipo empirico, offrono almeno altri due validi riferimenti scientifici che sono il riferimento temporale, ovvero il momento in cui è stato rilevato, ed il riferimento spaziale, ovvero il contesto, il luogo, in cui i d.s. sono stati rilevati.

Ciò malgrado, però, occorre tener presente che questo doppio riferimento spaziale e temporale dei d.s., nel momento in cui rappresentano il massimo della scientificità, al tempo stesso ne rappresentano anche il loro limite scientifico, e questo per almeno due aspetti:
- il primo, è dato dal fatto che i d.s. per definizione sono fermi, legati, a questo doppio riferimento temporale e spaziale, che li rendono statici rispetto alla quasi totalità dei fenomeni osservati che, per definizione, non sono statici, ma dinamici, evolutivi, e cioè che tendono a muoversi, e quindi a variare, sia nel tempo, sia nello spazio;
- il secondo aspetto, o per meglio dire il secondo limite dei d.s., sta nel fatto che un singolo dato, per effetto della sua caratteristica di staticità contrapposta alla caratteristica della dinamicità e della variabilità dei fenomeni osservati, quasi mai riesce a rappresentare i fenomeni oggetto di osservazione.

Di questi aspetti/limiti ne sono ben consapevoli anche gli stessi studiosi ed esperti di statistica, che tentano di ovviare a questi inconvenienti in diversi modi, e cioè:
- utilizzare più d.s., in maniera da rappresentare al meglio l’evoluzione di un fenomeno, così come accade nelle serie statistiche temporali e spaziali;
- affiancare ai d.s. quantitativi i d.s. qualitativi, anche sotto forma di serie statistiche temporali e spaziali;
- rappresentare i fenomeni oggetto di osservazione attraverso più serie statistiche riferite a più variabili, cioè a più aspetti dello stesso fenomeno, per meglio individuare possibili relazioni di dipendenza, indipendenza ed interdipendenza tra queste variabili, e quindi per scoprire i possibili fattori che determinano un certo andamento o una certa evoluzione dei fenomeni nel tempo e nello spazio.

Un terzo aspetto, ovvero, un terzo limite rappresentato dai d.s. sarebbe l’enorme quantità di dati che servirebbero per analizzare i fenomeni oggetto di osservazione. Di questo aspetto, però, possiamo dire che tale problema appartiene per lo più al passato della statistica, perché oggi, grazie anche allo sviluppo dell’informatica, è possibile ovviare a questo inconveniente, ricorrendo al “data mining”, che è una scienza a metà tra l’informatica e la statistica, che oltre ad offrire una migliore gestione dei d.s. soprattutto in presenza di elevate quantità di dati, consente attraverso la rilevazione automatica e diretta dei dati in un grosso database chiamato datawarehouse, sia un maggior grado di precisione dei d.s., sia la possibilità che tutti i tipi di utenti, anche i non esperti di statistica, possano interrogare questo database ed ottenere non solo i dati statistici ma anche le elaborazioni e le informazioni di cui si può aver bisogno per analizzare e/o studiare un fenomeno.

Ciononostante, però, occorre rilevare che malgrado i progressi dell’informatica e delle ICT i d.s., sono fortemente condizionati nella loro rilevazione, elaborazione, interpretazione e rappresentazione, da fattori culturali come la sensibilità di chi rileva i dati, la sensibilità le conoscenze e le competenze di chi predispone gli strumenti e le metodologie di rilevazione, dalla tipologia degli strumenti scelti soprattutto per la rilevazione e l’elaborazione dei dati, dal background culturale degli operatori, analisti e studiosi, ed infine, dagli scopi e dalle finalità dalle organizzazioni che utilizzano i dati statistici.

Per questo, al fine di rendere universalmente validi i d.s. e la statistica in generale, è necessario non solo che i dati siano rilevati con precisione, che si evidenzi la metodologia di rilevazione, elaborazione, interpretazione e rappresentazione, che vengano posti in relazione con gli obiettivi della ricerca in sé e con gli obiettivi dell’organizzazione che se ne sta servendo, ma è altresì necessario che dati e statistiche vengano divulgati, che vengano discussi, che vengano anche confutati, e che in ultima istanza vengano condivisi da tutti.

Per questo, quindi, oggi la valenza scientifica di dati e statistiche in generale, non dipendono più soltanto dalla loro intrinseca scientificità, ma dipendono sempre più dal fatto che questi siano da tutti riconosciuti come validi a rappresentare un fenomeno.

Pietro Perrucci

mercoledì 28 ottobre 2009

NO ALL'EOLICO ED AL FOTOVOLTAICO SUL PARCO NAZIONALE DELL'ALTA MURGIA

Questa è la lettera consegnata ai rappresentanti della Commissione Biodiversità del Parco dell'Alta Murgia in merito alle posizioni espresse dal sottoscritto e dalle organizzazione da me rappresentate circa la possibilità che nel territorio del Parco potessero sorgere impianti industriali di produzione di energia eolica e fotovoltaica.

Alla c.a. dei rappresentanti dell’Ente Nazionale Parco dell’Alta Murgia

Facendo seguito della richiesta di parere in merito alla possibilità che all’interno dell’area del Parco dell’Alta Murgia possano insediarsi impianti di produzione di energia fotovoltaica ed energia eolica, così come emerso durante l’incontro tra le associazioni e i rappresentanti dell’Ente Parco dell’Alta Murgia del giorno 07 ottobre 2008, il sottoscritto Dr. Pietro Perrucci, la Coop. A.R.E.S., l’Associazione Culturale VIAGRAN ed il Forum Ambientalista, esprimono comunemente la loro contrarietà circa la possibilità che i suddetti impianti possano essere installati nell’area del Parco dell’Alta Murgia, in quanto la loro installazione è contraria alla funzione di salvaguardia ambientale paesaggistica e territoriale dello stesso Ente Parco. Unica eccezione a questo parere contrario viene espressa, altresì comunemente, per i soli impianti ad uso civile di produzione di energia fotovoltaica collocabili sui tetti, a condizione che:
a) la struttura abitativa su cui viene montato l’impianto non abbia alcun valore e/o vincolo storico e/o architettonico;
b) l’impianto non influisca in nessun modo sulla possibilità di nidificazione dell’avifauna;
c) siano collocati solo sui tetti e non nelle pertinenze;
d) sia finalizzato alla produzione di energia per uso civile.

Gravina in Puglia, 4 novembre 2008

Criteri di Valutazione per il Piano Paesaggistico della Regione Puglia

Ho partecipato alla conferenza per la presentazione dell’avanzamento del “Piano Paesaggistico Territoriale della Regione Puglia” tenutasi ad Altamura il 10 dicembre scorso con l’intento di capire come gli elementi di questo processo di policy vengano tradotti operativamente in termini di pianificazione e di programmazione e debbo dire che, malgrado il notevole ed apprezzabile sforzo per il lavoro che è stato fin qui prodotto, anche in questa esperienza di pianificazione, al pari delle altre che sono in corso nella nostra Regione, vi sono state alcune carenze.

Benché incardinato sui due importanti criteri guida, “organizzazione delle conoscenze” e “formazione del consenso”, tale processo è apparso carente sul piano metodologico soprattutto per la mancanza di apporti geografici e per la mancanza di apporti più specificatamente antropologici alla costruzione del piano, i primi, in grado di individuare ed inquadrare su base territoriale quei processi e quelle dinamiche specifiche del territorio della Regione Puglia, gli altri, in grado di interpretare e qualificare la fenomenologia dell’azione antropica legata a questi processi e a queste dinamiche.

La mancanza di questi due tipi di apporti non è un fatto marginale: benché la geografia e l’antropologia sono considerati strumenti “non indispensabili” per la pianificazione del territorio è un fatto notorio che senza di questi due strumenti non si può disporre di quelle modalità interpretative e previsionali dei processi e delle dinamiche del territorio, per analizzarli in chiave evolutiva.

Per questo è molto forte il timore che il Piano Paesaggistico della Regione Puglia, non potrà offrire quel contributo pieno nella elaborazione degli interventi e delle politiche del territorio dell’ambiente e dello sviluppo socioeconomico in generale.

Questo timore, quindi, porta anche alla necessità di una revisione di tutto il processo di pianificazione, sulla base di quelle che sono le più moderne ed innovative impostazioni dei processi di policy.

Pertanto, in attesa di vedere nella sua interezza la realizzazione di questo Piano Paesaggistico, vi propongo alcuni criteri che possono guidare la formulazione di un giudizio per farne una valutazione criteriata:
a) Attinenza (coerenza degli obiettivi e delle attività, del piano con gli impatti e gli effetti che si attendono)
b) Rilevanza (se le azioni sono coerenti con gli obiettivi)
c) coerenza interna (obiettivi, azioni, risultati e risorse, del processo)
d) coerenza esterna (coerenza rispetto ad altri processi dello stesso enti e coerenza rispetto ad altri processi di altri enti)
e) efficacia (se i risultati consentono di dire che gli obiettivi sono stati raggiunti)
f) efficienza (se i risultati sono coerenti con le risorse impegnate)
g) utilità (i vantaggi e le esternalità apportate)
h) sostenibilità (la durata nel tempo)

Comunicazioni sul Progetto Bibliomurgia

Gentilissimi,

riporto in questo articolo le informazioni che mi avete richiesto in merito al Progetto Bibliomurgia, chiedendovi scusa per non avervi aggiornato per tempo sull’esito di questo Progetto.

Come tutti sapete, l’idea di base su cui poggia il Progetto Bibliomurgia è quella di “creare una rete informatizzata tra tutte le biblioteche situate nei tredici comuni del Parco” (Altamura, Andria, Bitonto, Cassano delle Murge, Corato, Gravina in Puglia, Grumo Appula, Minervino Murge, Poggiorsini, Santeramo in Colle, Spinazzola, Toritto), e le finalità e le valenze di questa idea sono le seguenti:
- sociale, consentire l’accesso simultaneo a tutte le biblioteche del Parco, nonché la fruizione e la disponibilità del loro patrimonio bibliografico, archivistico, multimediale e storico;
- culturale, incrementare il bagaglio culturale di ogni utente/cittadino mediante questo accesso simultaneo a quelle che sono una delle fonti primarie del sapere e della conoscenza;
- istituzionale, accrescere la capacità e la visibilità dell’Ente Parco e degli altri Enti Locali per il sostegno che la rete può dare alle loro attività amministrative;
- economica, in una società in cui l’informazione e la comunicazione sono risorse strategiche per l’economia, una rete delle biblioteche può contribuire a generare nuova informazione, nuova comunicazione e quindi, generare nuova ricchezza;
- scientifica, agevolare gli studi e la ricerca e rendere possibile lo scambio e la condivisione delle informazioni e delle esperienze (best practice e/o benchmarking);
- coesione, la rete delle biblioteche del Parco Nazionale dell’Alta Murgia può rafforzare la sua coesione sociale, economica e territoriale, rendendo più condivise e più partecipate le sue politiche di tutela ambientale, di sviluppo sostenibile e di salvaguardia della biodiversità.

Per lo sviluppo del Progetto Bibliomurgia furono previste le seguenti fasi:
I) Analisi di contesto e metodologia di lavoro;
II) Tavolo per la fattibilità (amministrativa, tecnica, operativa, procedurale e finanziaria);
III) Piano e fonti di finanziamento;
IV) Monitoraggio, valutazione e comunicazione.

Questa idea progettuale è stata ulteriormente sviluppata in una relazione di 21 pagine intitolata “PROGETTO BIBLIOMURGIA. Lo stato dell’arte al 31 luglio 2009”, relazione che ho consegnato nella mattinata del 31 agosto 2009 all’Ente Parco Nazionale dell’Alta Murgia, affinché potesse essere discussa per la riunione del Consiglio del Parco dell’11 settembre 2009.

Purtroppo, ciò non è avvenuto e non è avvenuto neanche all’altra riunione del Consiglio del Parco, quella del 15 ottobre scorso, e quindi, come potete capire, più che di una mancanza, il mio ritardo nel darvi le informazioni era dovuto possibilità che da un momento all’altro giungessero informazioni per aggiornarvi sull’esito di questo progetto.

Al momento, quindi, restando in attesa che queste informazioni giungano il prima possibile, l’unica cosa che posso fare è quella di illustrarvi per punti salienti cosa è stato fatto finora per il Progetto Bibliomurgia.

In linea generale, lo sviluppo del Progetto Bibliomurgia si è articolato nei seguenti aspetti:
- L’attuale condizione sulla funzione sociale e culturale delle biblioteche del Parco
- La condizione di autoreferenzialità
- Il completamento delle analisi di contesto
- Il quadro generale degli interventi
- L’individuazione delle fonti di finanziamento
- Il Piano Pluriennale di Attuazione dell’Asse IV, PO FESR 2007-2013 – Regione Puglia
- Le azioni previste per la seconda fase del progetto

Inoltre, sempre in questa relazione di 21 pagine, sono state completate le Analisi di contesto e confermata la Metodologia di lavoro. In riferimento a quest’ultimo aspetto, posso dirvi che la metodologia di lavoro sarà la stessa per tutte le altre fasi del Progetto e questo sia per effetto del consenso ricevuto già in sede di presentazione del Progetto Bibliomurgia (23 maggio 2009), sia perché si è puntato tutto sulla condivisione, intesa come concreta opportunità di partecipazione ed inclusione nello sviluppo di attività legate alla progettualità, e sulla governance, intesa non nel senso italiano della partecipazione degli Enti Locali alla definizione del progetto, ma come insieme di regole che permetteranno alle biblioteche della rete Bibliomurgia di sviluppare processi di partnership, di networking e di cooperazione, a vari livelli.

Per effetto di questi due aspetti del metodo di lavoro è importare ribadire che le biblioteche del Parco incluse nel Progetto Bibliomurgia, non sono considerate soltanto come i beneficiari di questo progetto di rete, ma viene data loro la possibuilità di essere i veri artefici, i veri protagonisti, della stessa progettazione.

Infine, l'ultima importante attività che è stata svolta riguarda la ricerca delle fonti di finanziamento che si sono individuate. Infatti, oltre all’asse IV del PO FESR 2007-2013 della Regione Puglia, si sono individuate anche le risorse del POIN 2007-2013 “Attrattori Culturali, Natura e Turismo” (anche se in questo caso occorre che il Parco faccia pressione per rientrare tra i poli attrattori delle risorse di questo programma interregionale) e le risorse del Piano per il Parco, almeno per finanziare il Progetto Bibliomurgia nella fase iniziale.

Con l’impegno di informarvi presto sugli ulteriori sviluppi di questo progetto, colgo l’occasione di porgervi distinti saluti.

Pietro Perrucci

lunedì 26 ottobre 2009

CRISI ECONOMICA E CREDITO ALLE PMI

Il convegno che si è svolto su questo tema in data 25 ottobre 2009, mi offre l’opportunità per sviluppare una riflessione sulla condizione delle piccole e medie imprese localizzate sul nostro territorio, sul come queste imprese hanno affrontato le sfide imposte dalla globalizzazione, sul come hanno vinto queste sfide e sulla conseguente impossibilità di tradurre questi loro risultati, queste loro performance, in opportunità di sviluppo socioeconomico per il nostro territorio, proprio a causa di una difficoltà nell’accedere al credito d’impresa.
Diverse imprese del nostro territorio hanno affrontato e vinto la competizione e la concorrenza internazionale in mercati esteri in diversi settori, agroalimentare, ICT e meccanica, tuttavia non riescono ad ottenere dalle banche quel credito e quel supporto per trasformare le nostre piccole e medie imprese in leader mondiali nei vari settori in cui operano. Sotto questo aspetto, molto emblematica è risultata essere l’esperienza di un’azienda locale che opera nel settore della meccanica che, per essere riuscita a creare un particolare congegno elettromeccanico nell’ambito dei carrelli elevatori, aveva vinto la concorrenza del leader mondiale in questo particolare settore, al punto che questa azienda leader è stata costretta a licenziare decine e decine di migliaia di dipendenti in tutte le sue sedi sparse nel mondo. Ora, nell’ambito dei processi della globalizzazione è facile attendersi che l’impresa che vince la concorrenza internazionale assorba l’impresa che perde questa sfida, ed invece, nel caso della nostra azienda locale, ciò non è stato possibile perché la piccola dimensione di questa impresa non avrebbe mai potuto accedere ad un volume di credito così elevato, necessario per assorbire questo colosso mondiale.
Morale della favola, le imprese e le aziende bancarie e del credito nel nostro territorio non sono in grado di supportare le piccole e medie imprese nell’affrontare le sfide della globalizzazione e la rabbia dei piccoli e medi imprenditori sta proprio nella loro impossibilità di accedere al credito rispetto alle le grandi imprese che, magari, pur perdendo le sfide poste della globalizzazione e quindi pur essendo inefficienti, hanno più opportunità di accedere al credito per la loro dimensione e la loro maggior visibilità.
A questo controsenso si aggiunge un altro grande controsenso presente all’economia di oggi: l’attuale crisi economica è stata causata da leaders mondiali delle banche e della finanza soprattutto statunitensi, cioè del paese che guida il processo di globalizzazione, e per causa proprio delle multinazionali del credito e della finanza che la crisi è arrivata anche alle imprese degli altri settori economici. Di conseguenza, le imprese piccole e medie imprese si trovano in difficoltà proprio dagli operatori del credito. A questo, si aggiunge ovviamente un’atra considerazione e cioè, mancando concrete possibilità di accesso al credito e dovendo assorbire le conseguenze della crisi, le nostre PMI non si possono espandere, non possono diventare leader mondiali e quindi non possono incidere sullo sviluppo socioeconomico del nostro territorio, in termini crescita del loro fatturato, in termini di aumento del PIL regionale, in termini di creazione dell’indotto e in termini nuova occupazione.
Questi aspetti, quindi, sono sintomatici di una grande distanza che esiste tra il mondo dell’impresa e il mondo della finanza e nonostante i numerosi strumenti che vengono attivati per ridurre questa distanza, oggi ci ritroviamo ancora con pressanti richieste che giungono dalle imprese per richiedere credito finalizzato alla internazionalizzazione delle imprese e quindi per la formazione, per l’uso dei fondi e delle risorse europee, per gli investimenti in R & S, per l’avvio di partenariati internazionali volti soprattutto allo sviluppo di sinergie strategiche, ecc..., e questo quadro evidenzia una carenza culturale che non permette che questi due mondi dell’economia – impresa e finanza – siano vicini ed operino in sinergia. Sotto questo aspetto, neanche la politica sembra riuscire a risolvere questo problema, dal momento che gli interventi che questa mette in atto, non sono quasi mai frutto di un’analisi ragionata dei problemi e di una loro precisa ed obiettiva interpretazione, ma sono quasi sempre interventi che vedono l’esercizio di un potere dei suoi rappresentanti, nel favorire ora l’imprenditore, ora la banca, a seconda del caso. Cosicché, allargando questo discorso in una prospettiva generale, si può dire che a causa della politica, non solo non si predispongono adeguati interventi per facilitare l’accesso delle PMI, ma si opera facendo in modo che non vi sia più un mercato del credito, che non esista più una domanda ed un’offerta del credito e quindi, che non vi sia più una economia del credito.Per questo, forse, sarebbe utile accogliere quella proposta emersa in questa sede, cioè di creare una struttura-osservatorio del credito, che attraverso un monitoraggio continuo di tutte le imprese che operano sul territorio, si elaborino strumenti creditizi ad hoc, per interventi “case by case”, ovvero su misura a seconda dell’azienda che ne fa richiesta e a seconda delle sue particolari esigenze.

mercoledì 21 ottobre 2009

PROGRAMMAZIONE E TERRITORIO PER LA PROVINCIA DI BARI. SCHEMA OPERATIVO

1. Missione/Obiettivo
Elaborare un documento generale integrabile con altri documenti.

2. Metodo
Benché non sia stato ancora discusso in maniera approfondita, al momento il metodo di lavoro più adeguato è quello di partire dai problemi e dalla loro analisi, per poi arrivare ad individuare sul territorio quali sono i principali strumenti di programmazione attivi nella Provincia di Bari, ad individuare quegli elementi di conflittualità e di vertenzialità propri di ogni singolo processo di programmazione, e quindi, fare sintesi comune prima di arrivare a stilare questo documento generale.

3. Le problematiche
In generale, esite un doppio ordine di problemi in merito alla programmazione del territorio della Provincia di Bari. Il primo è dato da quei problemi che da sempre affliggono questo ambito:
- ritardo nello sviluppo socioeconomico rispetto alle altre aree del nostro Paese;
- insufficiente infrastrutturazione;
- degrado ambientale;
- elevato tasso di disoccupazione;
- basso livello della qualità della vita;
- mancato conseguimento degli obiettivi di integrazione e di coesione dell’Unione Europea.
Invece, appartengono al secondo ordine quei problemi che derivano da un uso inefficace degli strumenti di programmazione che sono stati attivati, e cioè:
- il doppio livello della programmazione del territorio, nazionale e regionale;
- inadeguata gestione degli strumenti di programmazione da parte degli enti locali e della politica;
- incapacità di interpretare le dinamiche e le tendenze dei vari processi socioeconomici e territoriali e quindi incapacità di elaborare interventi efficaci;
- mancanza di competenze e di una “cultura del metodo” nella programmazione;
- incapacità della politica di essere efficiente e quindi di andare oltre le logiche di potere e/o di spartizione.

4. Strumenti di programmazione
Al momento, i più importanti di strumenti di programmazione attivi nella Provincia di Bari sono:
- Gli strumenti istituzionali di programmazione territoriale (piani paesaggistici, P.T.C.P., P.R.G. e P.U.G., ecc…);
- i documenti di programmazione strategica delle politiche comunitarie, dei fondi strutturali e delle Iniziative Comunitarie (POR, PO, POIN, GECT, Leader, Interreg, Urban, Equal, Jessica, Jasper, Jeremie, , ecc…);
- l'Area Metropolitana di Bari, la Città Metropolitana, il Patto Metropolitano;
- le Aree Vaste e le Programmazioni Strategiche;
- gli strumenti di programmazione negoziata (Patti Territoriali, Patti Agrari, Contratti d’Area, Agenzie di Sviluppo Locale, ecc…);
- i G.A.L. (Gruppi di Azione Locale);
- i P.I.S. (Piani Integrati Settoriali) e i P.I.T (Piani Integrati Territoriali);
- Zone Franche Urbane;
- le Comunità Montane;
- Agenda 21 Locale
- i Parchi nazionali e regionali (tra cui il Parco Nazionale dell’Alta Murgia);
- le aree protette, S.I.C. (Siti di Interesse Comunitario) e le Z.P.S. (Zone di Protezione Speciali), la Rete Ecologica Natura 2000, ecc…;
- i distretti agricoli, industriali e commerciali;
- i comprensori ed i Sistemi Turistici Locali;
- le autorità di bacino e gli ambiti territoriali ottimali.

lunedì 19 ottobre 2009

STUDI E RICERCHE DI PIETRO PERRUCCI: “PROGETTO DI ORTOTERAPIA”. Progetto per un corso-laboratorio pratico per disabili e altri utenti, da ottimizzare.

STUDI E RICERCHE DI PIETRO PERRUCCI: “PROGETTO DI ORTOTERAPIA”. Progetto per un corso-laboratorio pratico per disabili e altri utenti, da ottimizzare.

“PROGETTO DI ORTOTERAPIA”. Progetto per un corso-laboratorio pratico per disabili e altri utenti, da ottimizzare.


1. Disamina

L’articolazione di questo progetto che ho esaminato, oltre che lunga e prolissa, è fortemente orientata a spiegare in termini generali a cosa serve l’Ortoterapia e pertanto, da un punto di vista più strettamente progettuale, vi sono almeno due aspetti che occorre rivedere: il primo riguarda il metodo e il secondo lo sviluppo del progetto.


2. Revisione

Per quanto riguarda il metodo, si evidenzia che non è stato riscontrato alcun riferimento a quelli che sono gli elementi essenziali di una progettazione che possa definirsi “metodologicamente appropriata”, e cioè:
- il piano della comunicazione interna;
- il masterplan di tutto il processo terapeutico a cui deve riferirsi questo progetto ortoterapico;
- i criteri di scelta delle singole attività orticole e da giardino, in funzione degli obiettivi terapeutici che si vogliono raggiungere;
- il monitoraggio e la valutazione dell’efficacia terapeutica;
- il piano della comunicazione esterna.

Per quanto riguarda lo sviluppo, il progetto va riscritto sulla base di queste indicazioni:
- l’esposizione è troppo lunga, sarebbe opportuna concentrarla in max 5 cartelle;
- attribuire il titolo ed il sottotitolo (ad esempio, titolo del progetto CAMPO DEI MIRACOLI; sottotitolo, LABORATORIO PRATICO DI ORTOGIARDINAGGIO);
- di ortoterapia si può anche parlare in termini generali ma dedicando al massimo 10-15 righe. Invece, bisogna spiegare molto bene quelle che sono le valenze terapeutiche e gli obiettivi terapeutici che si vogliono raggiungere, in funzione di ogni singola pratica culturale;
- oltre all’agronomo, al sociologo ed all’operatore agro-tecnico, mancano nello sviluppo del progetto tre figure essenziali, lo psichiatra, lo psicologo e l’assistente agli utenti/disabili, i quali debbono avere un ruolo attivo nello sviluppo e nella realizzazione del progetto ortoterapico;
- per ognuna di queste figure si devono spiegare ruoli, funzioni e costi;
- il progetto di ortoterapia deve essere adattato in funzione dei bisogni e degli obiettivi terapeutici o sociali dei singoli utenti, a seconda del tipo di disabilità o del tipo di utente;
- manca il budget, i costi di materiali, mezzi, strumenti, attrezzature e personale.


3. Rielaborazione

Si suggerisce, quindi, di rielaborare il progetto partendo proprio dalla formazione di un gruppo di lavoro minimo (psichiatra e/o psicologo, sociologo ed agronomo), per svilupparlo in maniera condivisa, secondo queste cinque linee operative:
1) individuazione delle pratiche culturali orticole e da giardino che si possono effettuare:
COLTURA/ATTIVITÀ RICHIESTE/STAGIONE IDEALE/ATTREZZATURE/COSTI;
2) definizione della valenza terapeutica di questo corso-laboratorio di ortoterapia:
BISOGNI/OBIETTIVI/TIPOLOGIA DI UTENTE/MONITORAGGIO/VALUTAZIONE/EFFICACIA
3) articolazione degli obiettivi terapeutici attesi e valutazione dei risultati ottenuti:
COLTURA/ASPETTI COGNITIVI/FISICO-MOTORI/COMPORTAMENTALI/DIDATTICI/GIUDIZIO
4) profili professionali richiesti:
COLTURA/MANSIONI ASSISTENTI/MANSIONI TECNICI AGRARI/ORE DI LAVORO/COSTI
5) gestione del progetto e sostenibilità nel tempo dei risultati:
INDICAZIONI DI METODO/RUOLO E MANSIONI DEGLI OPERATORI/BUDGET

sabato 11 aprile 2009

IL FALLIMENTO DELLA PIANIFICAZIONE STRATEGICA IN PUGLIA

Il fallimento in Puglia dell’esperienza di Pianificazione Strategica collegata alla realizzazione delle 9 Aree Vaste può essere valutato almeno su due piani: quello della mancanza di una cultura e di una formazione adeguata di coloro che hanno preso parte a qualsiasi titolo alla realizzazione di questa esperienza (consulenti, politici, tecnici, burocrati, ecc…) e quello del mancato rispetto delle “Linee Guida” elaborate dal Nucleo di Valutazione (NVVIP) della Regione Puglia.

Questa esperienza di pianificazione strategica e di realizzazione delle aree vaste si sarebbe dovuta inquadrare in quel cambiamento culturale che sta interessando da oltre un decennio i cosiddetti paesi a democrazia matura, laddove sono attualissimi “la partecipazione dei cittadini e delle organizzazioni di cittadini alla definizione delle politiche pubbliche, l’uso di strumenti di democrazia deliberativa e partecipativa (governance, partnership, networking, valutazione, inclusione, policy making e policy analysis, le iniziative autonome degli stessi cittadini nel quadro soprattutto dei processi di policy making e di policy analysis, town meeting, deliberation days, le arene deliberative, info days, forum, sondaggi deliberativi, l’uso di strumenti informatici di e-democracy, gli incontri di quartiere, le passeggiate di quartiere, ecc…) e l’uso di strumenti di democrazia diretta, ovvero, processi istituzionali nei quali i cittadini, in quanto popolo sovrano, non sono soltanto degli elettori che delegano il proprio potere politico ai loro rappresentanti (democrazia rappresentativa), ma sono anche dei legislatori aventi il diritto, talvolta costituzionalmente garantito, di proporre e votare direttamente le leggi ordinarie e la Costituzione e di esercitare forme di controllo su organi di governo, istituzioni, pubbliche amministrazioni (democrazia diretta), attraverso diversi istituti di consultazione popolare (democrazia deliberativa) e di partecipazione (democrazia partecipativa).

Nel nostro contesto, mancando il riferimento a questo quadro culturale, il tentativo di realizzazione le Aree Vaste attraverso la pianificazione strategica ha manifestato molteplici aspetti negativi:


1) PROCEDIMENTI AMMINISTRATIVI INVECE DI PROCESSI DI POLICY

Le Linee Guida della Regione Puglia sulla realizzazione delle 9 Aree Vaste prevedevano un percorso articolato che esternava più le caratteristiche di un procedimento amministrativo (iniziativa, istruttoria, decisione, integrazione) che non un vero e proprio processo di policy (partecipazione, agenda, strutturazione dei problemi, soluzioni, previsioni, adozioni, raccomandazioni, implementazioni, monitoraggio, valutazione giudizio, riadattamento, rimodulazione degli obiettivi, piano della comunicazione).


2) LA CONFUSIONE TRA OBIETTIVO, STRUMENTO, PROCESSO E METODO

Della grave lacuna culturale, il riflesso più evidente è stato il fatto che, tanto nelle Linee Guida, quanto nell’operato degli organi regionali e locali, non hanno saputo specificare i 4 elementi di questo processo, e cioè:
a) l’obiettivo “migliorare la gestione e la realizzazione dei processi di governance”, come indicato nella misura 5.1 del POR Puglia 2000-2006;
b) lo strumento “le 9 Aree Vaste in cui è stato suddiviso il territorio della Regione Puglia”;
c) il processo di policy “l’articolazione dei due cicli di Policy Making e di Policy Analysis”;
d) il metodo “la pianificazione strategica”.


3) UN APPROCCIO TOP-DOWN INVECE DI UN APPROCCIO BOTTOM-UP

Nella realizzazione delle Aree Vaste, il metodo della “pianificazione strategica”, presupponeva due criteri:
1) il criterio strategico, ovvero il disegno e/o l’elaborazione di interventi in funzione degli obiettivi precedentemente individuati;
2) la partecipazione “dal basso”, “attiva”, di tipo “bottom-up”, da parte delle comunità di riferimento in tutte le fasi del processo.
Invece, nella realtà dei fatti è accaduto proprio il contrario, e cioè si è messa in atto una forma di pianificazione di tipo classico, “imposta dall’alto”, dalla Regione ai comuni e dai comuni alle comunità di riferimento, che ha relegato i cittadini a svolgere, tutt’al più, una “partecipazione passiva” e a mettere in atto un approccio allo sviluppo di tipo “top-down”, tipico delle programmazioni di tipo “centralistico” che fino agli anni ’90 partivano dal governo nazionale e si diffondevano alle regioni ed agli enti locali.


4) MANCATO CONSEGUIMENTO DEGLI OBIETTIVI DELL’UNIONE EUROPEA

Dal momento che lo scopo della realizzazione delle aree vaste col metodo della pianificazione strategica doveva essere quello di realizzare i cosiddetti “processi di governance”, (governing without government), non essendosi realizzate nei fatti le Aree Vaste, è stata gravemente pregiudicata per la programmazione dei fondi strutturali in corso (2007-2013) la possibilità di conseguire gli obiettivi della politica dell’Unione Europea (strategia di Goteborg sulla sostenibilità e la strategia di Lisbona sulla piena occupazione), ed il mancato conseguimento di questi obiettivi non consentirà, a sua volta, neanche il completamento del processo di integrazione europea e l’attuazione delle politiche di coesione economica, sociale e territoriale.


5) MINORI OPPORTUNITÀ DI SVILUPPO

Ancora una volta, la rigidità, la centralità e soprattutto l’incapacità della burocrazia regionale, non ha consentito che sul territorio della nostra regione si creassero quelle premesse, quegli strumenti e quelle condizioni fondamentali per utilizzare al meglio i fondi strutturali in funzione dei bisogni e delle esigenze de territorio pugliese. In tal modo, l’utilizzo dei fondi comunitari, anche per la pianificazione strategica delle aree vaste, vedrà con ogni probabilità il ripetersi di quella tristissima storia del ritorno delle risorse comunitarie a Bruxelles.


6) DEFICIT DI DEMOCRAZIA

La pianificazione strategica “… è un metodo gestionale che serve per sviluppare tutte le attività inerenti quei processi di policy quali sono le politiche, i piani, i programmi, i progetti e qualsiasi altra forma di intervento, azione, misura, strategia, ecc…”. Perciò, sul piano operativo, la pianificazione strategica implica l’applicazione di ulteriori processi di democrazia deliberativa e di democrazia partecipativa, ovvero processi che realizzano praticamente inclusione, condivisione e coesione. Ora, mancando di fatto le aree vaste, si comprende bene che per molti anni ancora non saranno parte del nostro modo di fare sviluppo i nuovi strumenti di democrazia deliberativa e partecipativa, e quindi quel deficit di democrazia ereditato dai precedenti governi regionali di centro-destra, anziché ridursi, continuerà ad ampliarsi.

Alla mancanza di una cultura e di una formazione ad hoc, si aggiunge il fatto che le stesse Linee Guida non sono state rispettate soprattutto nei seguenti aspetti:

1) il principio della piena coerenza programmatica tra il livello della Pianificazione Strategica ed il livello della programmazione comunitaria (strategie di Lisbona e di Goteborg), nazionale (Quadro Strategico Nazionale, Fondo Aree Sottoutilizzate e rispettivi Accordi di Programma Quadro sottoscritti con la Regione Puglia), regionale (Documento Strategico Regionale, Programmi Operativi della programmazione 2007-2013, programmazione di livello settoriale e regionale) e provinciale (soprattutto con il Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale);

2) il piano ed il meccanismo di raccolta dei dati finanziari, strumento idoneo ad assicurare la disponibilità dei dati nel tempo per l’attività di monitoraggio, legata (così come riportato nelle LL.GG) all’applicazione ed al rispetto del principio di addizionalità delle risorse nazionali a quelle comunitarie;

3) il principio dell’integrazione finanziaria, che oltre a riproporre la necessità di un sistema di monitoraggio, è fondamentale per determinare il fabbisogno finanziario dei Piani Strategici e determinarne il successivo raccordo tra risorse comunitarie e risorse nazionali;

4) la realizzazione di quella massima forma possibile di sistema e di sinergia con le politiche di sviluppo locali, regionali, nazionali e comunitarie;

5) la “territorializzazione” delle prospettive di sviluppo economico e sociale per proiettarle verso le dimensioni economico-territoriali regionali e sovraregionali;

6) l’allineamento delle proposte progettuali del Piano Strategico con i documenti di programmazione regionali, ovvero con il Documento Strategico Regionale, Programmi Operativi della programmazione 2007-2013, nonché con tutti gli altri strumenti di pianificazione;

7) il ruolo della cooperazione interistituzionale e del partenariato economico e sociale, che dovevano essere strumenti operativi fondamentali da implementare anche nelle fasi successive alla pianificazione, ovvero nella traduzione in obiettivi e strumenti dell’attività di programmazione, attuazione, sorveglianza e valutazione, per poter contribuire alla cosiddetta “visione condivisa”;

8) il metodo del “tavolo di concertazione”, quale metodo di coinvolgimento del partenariato economico e sociale, che doveva essere “istituzionalizzato”;

9) la partecipazione, (partnership pubblico private, attività di animazione, indagini sociali, manifestazioni di interesse, ecc…),

10) il canale di e-democracy, strumento informatico innovativo attraverso cui attuare espressamente la partecipazione, la progettazione, la costruzione della visione comune e condivisa, l’emersione e la definizione dei problemi d’area da parte degli attori, l’individuazione delle soluzioni alternative, la definizione delle soluzioni praticabili ed infine, l’attuazione, l’implementazione, la gestione e il monitoraggio, delle valutazioni strategiche.


Bari, 09 aprile 2009

Pietro Perrucci

lunedì 30 marzo 2009

La svolta salernitana: commento al libro "Un'altra Italia"

Carissimo Felice,

ho letto il libro di Vincenzo De Luca “Un’altra Italia, tra vecchie burocrazie e nuove città” (Ed. Laterza, Bari, 1999) e concordo pienamente con te: si tratta, infatti, di un libro interessante, scorrevole e dalla notevole esperienza letteraria, che finisce per esaltare anche l’esperienza storica della svolta politica sociale ed urbana della città di Salerno, in quanto rende giustizia a questo Sud sempre bistrattato e quasi mai considerato nelle sue eccellenze territoriali.

Tuttavia, mentre leggevo “cosa” è accaduto in questa citttà, non ho trovato nulla, o quasi nulla, sul “come” sia stato possibile generare questo cambiamento.

Pertanto, per chi come me si occupa anche della “trasferibilità delle esperienze di buon governo” (best practice) da certi contesti ad altri contesti, non è possibile definire in maniera oggettiva l’entità e la qualità di questo cambiamento.

In altre parole, voglio dire che un libro del genere, che racconta di una esaltante quanto unica esperienza politico-amministrativa, avrebbe dovuto prevedere accanto ad una parte “descrittivo-narrativa”, anche una parte “metodologica” che spiegasse quali fattori, quali strumenti e soprattutto quali elementi culturali, hanno reso possibile un cambiamento del genere, in modo da poter riconoscere nell’esperienza salernitana, la migliore delle esperienze possibili (benchmarking).

Per essere più preciso, credo che sarebbe stato utile monitorare e valutare la “svolta salernitana”, attraverso strumenti (tool) come quello della "Most Significant Change Technique", ovvero uno strumento che è al tempo stesso una "tecnica di monitoraggio", una "tecnica di valutazione" e uno "strumento di governo del cambiamento", che si basa sulla rilevazione periodica qualitativa e quantitativa del cambiamento, che fa riferimento a parametri o indici economici, sociali, demografici e territoriali, che consente anche di osservare costantemente il cambiamento sotto molteplici punti di vista.

Ad ogni modo, dai pochissimi riferimenti che si possono utilizzare per un'analisi, ritengo che possano considerarsi peculiari fattori di cambiamento della realtà salernitana i seguenti elementi:
a) l'esistenza di una forte volontà di cambiamento, anche se non si capisce quanto consapevole e quanto emotiva sia stata questa volontà di cambiare da parte della classe politica;
b) il governare la città coinvolgendo le alte amministrazioni dello Stato, Ministero del Lavoro, della Giustizia, dell’Interno, il C.I.P.E., il C.N.E.L., ecc…;
c) il clima di favorevole collaborazione interistituzionale, che ha anticipato di qualche anno sul piano nazionale l’introduzione di quell’approccio di “programmazione dal basso”, che portò all’introduzione delle Intese Istituzionali di Programma, degli Accordi di Programma, delle Partnership Pubblico-Private, ecc…;
d) la valenza strategica della trasformazione urbana finalizzata allo sviluppo del turismo, che introdusse una importante innovazione di metodo (strategico, appunto), rispetto ad una precedente pianificazione che, in quanto calata dall’alto, rispondeva più al legame affari-politica che non ai problemi reali della città.

Invece, non posso considerare come positivo fattore di cambiamento tutti quei interventi sulla burocrazia e sulla macchina amministrativa comunale, sia perché lo stesso autore riconosce di non essere riuscito a risolvere tutti i problemi esistenti in questo ambito, sia perché mi è davvero difficile accettare l’idea che sarebbe bastato far roteare 12 dei 13 funzionari comunali per spezzare quella serie di molteplici inefficienze (ivi compresi gli atti di corruzione e di concussione).

In conclusione, quindi, senza nulla togliere al cambiamento di Salerno, da un punto di vista operativo mi è tecnicamente difficile qualificare questa esperienza come un benchmarking, in quanto non è possibile utilizzare alcun parametro o indice oggettivo di valutazione. Peccato.

Grazie ancora per aver reso possibile questa lettura.

Con amicizia, Pietro Perrucci