venerdì 10 luglio 2015

LE PMI IN HORIZON 2020 E LA PROGRAMMAZIONE CHE NON C’È


Convegno “LE PMI IN HORIZON 2020”

 Disattese tutte le mie aspettative, malgrado questo convegno si preannunciasse molto interessante. Purtroppo questo è il risultato, ovvero quando “personaggi magnifici” prendono 25-30 minuti per le loro introduzioni, mentre chi deve parlare di “buone pratiche” li si concedono i 5-10 minuti finali. Poi aggiungeteci anche un ritardo tutt’altro che accademico (un’ora, invece che dei soliti 15 minuti) e capite benissimo perché “il pomodoro si secca anche senza innovazioni…” (cit.).   “Siamo alle solite” si potrebbe dire; ma proprio tutto brutto-brutto??? Ma no dai, qual cosina la si può raccontare …

 COSA C’È DI NUOVO?
Una sorta di interscambio, sinergia se si vuole, tra il mondo dell’università e le PMI: si parla di “dottorato industriale”, di dottori di ricerca che operano nelle imprese invece che nelle università e nuovi tipi di assegni di ricerca per studi da svolgere sia nelle PMI, sia nelle istituzioni non-profit e PP.AA.


TEMI E FOCUS
COACHING, TUTORAGGIO, PROCUREMENT, EEN, ECCELLENZE, WORK-PROGRAMME, TECHNOLOGY READNESS LEVEL, WEBINAIR


I GRADIENTI
1) NULLO – BASSO – MEDIO – ELEVATO – ALTO
2) IDEA – AMBIENTE DELLA RICERCA – AMBIENTE OPERATIVO – MERCATO
3) Si organizzano i processi in base alle fasi di lavoro, che vanno dall’idea fino al lancio del prodotto sul mercato
 
UN NUOVO SISTEMA DI VALUTAZIONE DEI PROGETTI DI HORIZON 2020
1° LIVELLO: FATTIBILITÀ: Contenuti, rischi, partner, studio/design prodotto, pilot application;
2° LIVELLO: DIMOSTRAZIONE: prototipazione, test, piloting, miniaturizzazione, scaling-up, market replication;
3° LIVELLO: COMMERCIALIZZAZIONE: Accesso ai finanziamenti, supporto, H2020.


LA PROGRAMMAZIONE CHE NON C’È
L’Italia è il secondo paese per numero di richieste di finanziamento in H2020, ma il penultimo in fase di ammissione ai finanziamenti (si parla di una percentuale che gira tra il 4,59 e il 7%). Ovviamente in questi casi non si può fare a meno di rilevare il troppo potere concentrato nelle agenzie intermedie, ovvero quegli organismi che decidono l’ammissione o meno al finanziamento dei progetti ma poi ci si deve aggiungere che tutte le iniziative come queste, e cioè quelle organizzate per spiegare come si deve fare la progettazione, non arrivano mai a spiegare fino in fondo come si fa per davvero una buona progettazione. Sicché, oltre alla “programmazione che non c’è, si può parlare benissimo anche di “una progettazione che non c’è”, visto che tutto ciò che si dice è riferito ad un livello elementare, quasi didattico.

 
Pietro Perrucci   

mercoledì 10 giugno 2015

I nuovi contenuti della politica del territorio dal convegno di ITALIA NOSTRA sul paesaggio lucano (Matera, 6 giugno 2015).

Una premessa mi sembra più che doverosa: è incredibile vedere quante similitudini vi sono tra le vicende che stanno accompagnando la redazione dei piani paesaggistici di Puglia e Basilicata:
a) classe politica interessata più al business dell'eolico e meno alla protezione del paesaggio;
b) la pianificazione viene fatta prim'ancora che vengano fissate le regole di tutela/salvaguardia del paesaggio;
c) mancanza di attenzione da parte delle comunità e scarsità della partecipazione;
d) le pale eoliche e la loro impossibilità di immettere tutta l'energia prodotta nella rete.
Pertanto, gli elementi che riporto non saranno considerati nei due piani regionali di cui sopra.

1. GLI INTERVENTI
INVESTIMENTI - ATTIVISMO CIVICO - ATTENZIONE ALLA COMUNICAZIONE - RECUPERO - RESTAURO - TUTELA - VALORIZZAZIONE - PROMOZIONE - FRUIBILITA' - GESTIONE - SVILUPPO - SALVAGUARDIA - AZIONI SISTEMICHE/INTEGRATE/STRATEGICHE - DIVERSIFICAZIONE - SPECIFICITA' - PRESERVAZIONE - RINATURALIZZAZIONE DI SITI COMPROMESSO E/O INQUINATI

2. TIPOLOGIA DI AZIONI
DA APPROCCIO IDEOLOGICO AD APPROCCIO PROGETTUALE - CO-PROGETTAZIONE - INTERCONNESSIONI - PRESIDIO TERRITORIALE - ASSET - TASK FORCE - NORME TECNICHE, DI INDIRIZZO E DI ATTUAZIONE

3. PROBLEMATICHE
MANCANZA DI COMUNICAZIONE - ASSENZA DELLA PARTECIPAZIONE - AUMENTI DEI DETRATTORI DEL PAESAGGIO (TORRI EOLICHE E POZZI DI PETROLIO) -

4. NUOVI TEMI
EREDITA' CULTURALE - PAESAGGIO STORICO - RICERCA MUSEALE - EREDITA' COME PROCESSO - RELAZIONI BENI-PERSONA - EDUCAZIONE - RICONOSCIMENTO - TUTELA- FRUIZIONE/GODIMENTO - VALORIZZAZIONE CONTINUA.

Pietro Perrucci

La Biblioteca del Centro studi sulle tradizioni popolari e sul folklore di Puglia, Basilicata e Calabria




Non già di catalogazione bibliografica, ma di un più modesto tentativo di recupero del patrimonio librario della biblioteca Noviello-Ferrarese. Credo che sia questa la cosa più giusta da dire per ciò che ho fatto tra febbraio e marzo del 2015, per ricomporre l’interessantissimo patrimonio bibliografico dell’ormai estinto “Centro studi sulle tradizioni popolari e sul folklore di Puglia, Basilicata e Calabria”.

Un patrimonio già decurtato delle cessioni fatte alla Biblioteca Nazionale di Potenza (e di qualche inevitabile “mancato rientro dal prestito”), ma non per questo meno importante. Anzi, per dirla tutta, la parte che ho recuperato la si può considerare quella più “intima” dei coniugi Noviello-Ferrarese, quella forse a cui erano più legati, tant’è che è stata custodita dagli eredi così com’era stata lasciata dal momento della loro dipartita.

Poi, nel giorno in cui gli eredi mi hanno manifestato la loro intenzione di cederla e renderla pubblica, fu accolta la mia proposta di affidarla al Museo della Civiltà Contadina di Gravina in Puglia e, nel contempo, di dedicarla proprio alla famiglia Noviello-Ferrarese.

Perciò, il mio intervento è consistito in un inventario “minimo e striminzito”, se si vuole, ma indispensabile per dare unicità a tutte le quasi 1600 opere che vi ho trovato e salvarle così dalla loro dispersione. Ed è stato proprio a questo punto che ho dovuto (per necessità di cose) passare in rassegna tutte le opere qui esistenti e constatare, “opera per opera”, l’interessante valore che hanno quei libri.

Un valore, dunque, che può definirsi duplice, sia in merito ai contenuti, sia in merito alle varie discipline che arrivano a toccare: tra i contenuti vanno sicuramente annoverati tutti gli elementi e/o le componenti del folklore, ovvero:
gli eventi e i fatti della vita e della morte
la cicli della natura e delle stagioni
le feste e le ricorrenze
la religiosità
proverbi e credenze popolari
la gastronomia
i dialetti e il linguaggio dialettale
gli usi e le consuetudini locali
i canti popolari
il sapere orale e le modalità di trasmissione di questo sapere
le diverse forme e rappresentazioni della cultura immateriale
le manifestazioni e le espressioni del delle tradizioni popolari e del folklore più in generale.

Tra le discipline che questi contenuti arrivano ad intaccare si possono facilmente elencare le seguenti:
antropologia
etnologia
sociologia
semiologia
linguistica
filosofia
diritto
musicologia
filologia
storia
geografia
ecologia/biologia.

Però, queste due categorizzazioni (contenuti e discipline), per quanto ampie possano essere, non riescono ad essere esaustive di ciò che effettivamente vi è raccolto: qui, oltre ad esservi circa un 200-300 opere di poeti pugliesi, ho scoperto anche:
una più piccola, ma ugualmente importante, raccolta di opere riferite soprattutto alle tradizioni popolari di altre regioni d’Italia, ed in particolare a quelle della Campania, Sicilia, Sardegna e Lazio;
trattazioni che arrivano a toccare materie come l’agronomia, la geologia, l’arte sacra, nonché la vita di alcuni personaggi illustri, tra i quali diversi meridionalisti, pittori e numerosissimi narratori di storie e cronache “più contemporanee” delle comunità di Puglia, Basilicata e Calabria;
inoltre, vi sono pure opere che fanno riferimento alle tradizioni popolari di alcuni paesi esteri, soprattutto dell’area balcanica e dell’area del Mediterraneo.

Questo patrimonio di libri, così recuperato, è stato affidato al Museo della Civiltà Contadina che provvederà, quindi, ad una inevitabile “ri-catalogazione (e questa volta in maniera conforme ai canoni della “biblioteconomia”), prima di renderlo fruibile a tutti.

In ultimo, per quanto riguarda la sua fruibilità debbo dire che in tutta sincerità non la vedo proprio immediata, essendo questa subordinata a diverse condizioni le più importanti delle quali sono:
il completamento dei lavori di ristrutturazione del complesso di Santa Sofia, dove si prevede la nuova sede della biblioteca Noviello-Ferrarese, appunto tra gli allestimenti del Museo della Civiltà Contadina;
l’istituzione di un vero e proprio fondo con annesso archivio intitolato proprio alla famiglia “Noviello-Ferrarese”;
il riconoscimento della qualifica di “ecomuseo di interesse regionale” per il Museo della Civiltà Contadina di Gravina, riconoscimento che consentirebbe di destinare una parte di risorse finanziarie all’istituzione e alla cura della biblioteca;
ed infine, la condivisione e la messa in rete di tutto il patrimonio librario della biblioteca del Centro Studi sulle tradizioni popolari e sul folklore di Puglia, Basilicata e Calabria, o quantomeno di quello già disponibile a Potenza e qui a Gravina in Puglia.


Pietro Perrucci 

lunedì 9 giugno 2014

MUSEO DELLA CIVILTÀ CONTADINA E DEGLI ANTICHI MESTIERI

Trattasi di collezione organica di attrezzature di lavoro ed oggetti di vita quotidiana nella realtà contadina e rurale del territorio di Gravina in Puglia (Parco Nazionale dell’Alta Murgia), risalenti tutti ad un periodo compreso tra il 1700 e il 1970, ovvero fino a prima dell’avvento della motorizzazione agricola e del “ghiaccio” (frigorifero) come principale modalità di conservazione di cibi e prodotti agricoli. La collezione è di proprietà del Dr. Giuseppe Schinco, mentre la cura della medesima è affidata all’annesso Centro Studi di Cultura Rurale, che la suddivide in aree, sezioni e sottosezioni. Si è in attesa della stipula di una convenzione tra il Comune di Gravina in Puglia, il proprietario della collezione ed il centro studi per il trasferimento definitivo nei locali del recuperato convento di Santa Sofia.  


AREA BENI MATERIALI
- Superficie espositiva complessiva: 200 mq
- 1.850 pezzi, di cui 1.550 pezzi catalogati e inventariati e 300 pezzi circa non ancora censiti
- Territorio di riferimento: Gravina in Puglia (Bari), Parco Nazionale Alta Murgia (Puglia) e Bacino del Bradano (Basilicata)

Sezioni area Beni Materiali 

  • Falegnameria
  • Calzolaio
  • Cavatufi
  • Meccanica non motorizzata
  • Sellaio
  • Casa contadina
  • Giochi
  • Tessitura (lana)
  • Artigianato 
  • Attività agricola/Contadino
  • Sottosezione “Attività agricola/Contadino”
  • Trasporto
  • Aratura
  • Semina
  • Raccolto
  • Trasformazione delle principali materie prime agricole (grano duro, vino, latte, olio)
  • Preparazione di cibi e pietanze
  • Cucina prima del “ghiaccio”
  • Regimi, sistemi e modelli agroalimentari (mediterraneo, appulo-lucano, murgiano, gravinese) 
  • Zootecnia e lavorazione di prodotti zootecnici
  • Alimentazione animale
  • Lavorazione della lana
  • Produzioni tipiche: grano Cappello, formaggio caciocavallo Pallone, vino Verdeca, olio Bambina.


AREA BENI IMMATERIALI
- Narrazioni popolari (1.000 ore di registrazioni su nastri audio)
- Fototeca (6.000 immagini, foto, diapositive e digitalizzazioni)
- Opere librarie (testi di agronomia, chimica e fisica, in agricoltura)

Sezione “Narrazioni popolari”

  • narrazioni storiche 
  • fiabe
  • filastrocche 
  • proverbi 
  • canti
  • modi di dire
  • preghiere
  • Sezione “Fototeca” 
  • storia
  • architettura civile, rurale e religiosa
  • paesaggi
  • scene di vita vissuta
  • prodotti agricoli
  • cibi e pietanze
  • lavorazioni di prodotti agricoli e preparazione di cibi e pietanze
  • eventi della tradizione popolare
  • arte 
  • arte sacra
  • oggetti d’arte
  • Intervento Omocromico (performance di land art del 1983-84 avente ad oggetto il tema della “terra”) 


Sezione “Opere librarie”

  • Agronomia (metodi e tecniche di coltivazione XVIII- XIX secolo)
  • Chimica (pratiche di concimazione)
  • Fisica (modalità d’impiego di attrezzature agricole, finalizzate al risparmio di lavoro, fatica fisica ed energie)


CREDITI

Elenco delle principali attività svolte ed in corso di svolgimento 

  • Corsi e laboratori di antropologia con l’Università di Studi della Basilicata
  • Corsi e laboratori di in diverse discipline per scuole di diverso ordine e grado
  • Eventi organizzati: Mostra del giocattolo e dei giochi nell’area dell’Alta Murgia
  • Studio e ricerca, catalogazione, collaborazioni con diverse università italiane e straniere
  • Assistenza alla compilazione di tesi di laurea
  • Visite assistite per studenti universitari stranieri
  • Convegno “30° anniversario dall’iniziativa di Intervento Omocromico” (31 maggio 2014, ospiti: Anna D’Elia, Pietro Marino, Enzo Battarra, critici e storici di arte contemporanea)


Progetti

  • “La cucina contadina prima del ghiaccio”
  • “Creazione di metadati degli oggetti per la fruizione del museo in QR-Code”
  • “Compilazione delle schede B.D.I. delle tecniche di preparazione e conservazione degli alimenti”
  • “Fisica e chimica nel mondo contadino”
  • “Sistemi energetici in agricoltura e mondo rurale prima della meccanizzazione”
  • Adesione alla “Rete Museale Cittadina” (Museo della Fondazione Ettore Pomarici Santomasi; Museo Capitolare di Arte Sacra e di Papa Benedetto XIII; Museo Civico e Archeologico; Museo della civiltà contadina e degli antichi mestieri)


Pubblicazioni sul Museo

  • SCHINCO G. (2010), Gravina tra Tardo Neolitico e Tardo Romano, Edizioni Eurografica, Gravina in Puglia (BA)
  • PASCULLI FERRARA M. (2000), Itinerari in Puglia tra arte e spiritualità, Edizioni De Luca, Roma.
  • MIRIZZI F. (1989) L’anello e l’aratro, il Carnevale a Gravina, in rivista Fogli di periferia, Putignano (BA)
  • MIRIZZI F. (1990), Tra le fosse e le lame, Congedo Editore, Manduria (TA)
  • MIRIZZI F. (2008), Storie di oggetti. Scritture di musei, Edizioni di Pagina, Bari
  • FAGIOLO M. (2009), “Trasformazioni urbane a Bitonto e in Puglia nel quadro dell’urbanistica italiana”, in MILILLO S., (a cura di), Cultura e società a Bitonto e in Puglia nell’età del Rinascimento, Congedo Editore, Martina Franca (TA)
  • SCHINCO G., MORRA C. (2007), “La chiesa rupestre Madonna della Stella a Gravina in Puglia” in, PASCULLI FERRARA M., DONOFRIO DEL VECCHIO D. (a cura di), Angeli, stemmi, confraternite, arte, Schena Editore, Fasano (BR)
  • SCHINCO G., MORRA C. (2011),  “Il re non vale soldati” in DONOFRIO DEL VECCHIO D. (a cura di), La Puglia dall’esperienza giacobina alla seconda Restaurazione borbonica, Grenzi Editore, Foggia
  • SCHINCO G., MORRA C. (2013), “Brigantaggio e repressione”, in DONOFRIO DEL VECCHIO D., Arte cultura società nell’ottocento meridionale, Progedit, Modugno (BA).
  • SQUEO A. (1983), Società civile, paesaggio urbano e agrario nella Gravina del XVIII, Bari, (tesi)
  • PATERNOSTER D. (2007), La collezione Schinco a Gravina: esempi di schedatura informatizzata, Matera (tesi)
  • LOPERFIDO E. (2008), Il mestiere del sellaio, Matera, (tesi)
  • VITUCCI F. (2009), Il mestiere del fabbroferraio a Gravina in Puglia, Matera (tesi)

DICONO DEL MUSEO (Relazione dell’ agenzia turistica inglese Andante Tours)

MUSEUM OF POPULAR ANTHROPOLOGY BETWEEN THE HIGH MURGIA AND THE FOSSA BRADANICA
All the objects are arranged on an itinerary which testifies to the work of men and women in a countryside where agricultural activity predominates but where there was also craftsmanship, sometimes of artistic quality. The exhibition, in short, begins with the theory that history is not written only by bishops, princes and warriors, but also by simple women and men with their struggles and their daily fatigue. It proposes to tell the story of their lives.

A short history of the collection
Peppino Schinco began his collection in the ‘70s, recovering all the working tools which were stored in the masseria on his property. These were the years in which the agriculture of Gravina was undergoing major transformations: the new technologies were changing ancient customs leading to the decay of building structures and the elimination of tools which had been used up to that time. It was easy for someone passionate about human anthropology to acquire tools which the contadini no longer wanted from local traders. When the collection reached a considerable consistency, Schinco decided to ask the local authority to provide a suitable space for a permanent exhibition of the material in his possession. He was assigned a building which had been constructed for the market in Via San Vito Vecchio, where the collection was enriched by pieces acquired from the second-hand dealer Bosco. At the same time, the Centre for the Study and Documentation of the world of the Contadino was born, involving other friends. All the material (but not the ownership of it) was assigned to the Centre so as to form a Human-anthropological Museum of the territory of Gravina. Under the administration of Sindaco Alesio Valente, some corridors in the ex-convent of San Domenico were assigned to the Association with a view to developing a Museo della Civiltà Contadina there. These rooms had been used inappropriately for an intermediate level school and had suffered several acts of vandalism, traces of which can still be seen. All the superficial additions were removed at the expense of the Association, leaving where possible the architectural features of the ancient structure. And, again at the expense of the Association, and within the limits of the scarse funds available, an interesting exhibition/museum was organized which was visited by scholars and numerous schools from Gravina and beyond for its educational purpose. This is its history to date.


REFERENZE

Prof. Alastair M. Small, Honorary Professorial Fellow, School of History, Classics and Archeology, University of Edinburgh, Scotland;
Prof.ssa Tracy Prowse, Associate Professor, Anthropology, McMaster University, Ontario, Canada;
Prof.ssa Marina Castoldi, Istituto di Archeologia della Facoltà di Lettere, Università Statale di Milano;
Prof. Ferdinando Mirizzi, Istituto di Demoantropologia, Facoltà di Lettere, Università di Studi della Basilicata, Matera.
Prof.ssa Mimma Pasculli Ferrara, Istituto di Storia dell’Arte, Facoltà di Lingue, Università Aldo Moro, Bari.
Prof.ssa Isabella Di Liddo, Storia dell’Arte Contemporanea, Accademia delle Belle Arti, Bari.


Pietro Perrucci

martedì 20 maggio 2014

25 ANNI DI STUDI E RICERCHE

I miei 25 anni di studi e ricerche raggruppate in 4 ambiti (teoria, esperienze, analisi e metodi).

RIFERIMENTI TEORICI 
I SISTEMI TERRITORIALI 
I TRATTATI E LA REGOLAMENTAZIONE EUROPEA
LA PROGRAMMAZIONE DELLO SVILUPPO SOCIOECONOMICO
METODI,TECNICHE E STRUMENTI PER IL MONITORAGGIO E LA VALUTAZIONE
L’APPROCCIO STRATEGICO ALLE POLITICHE DI SVILUPPO
LA SOSTENIBILITÀ
COOPERAZIONE, PROGETTAZIONE E PROGRAMMI IN EUROPA 
LE RIFORME DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE (1990-2010)

ESPERIENZE PREGRESSE 
AREA METROPOLITANA DI BARI
PROGETTO '80
I SISTEMI TERRITORIALI 
PROGRAMMI INTEGRATI MEDITERRANEI
LA POLITICA DI COESIONE
LO SVILUPPO LOCALE E TERRITORIALE 
I SISTEMI AMBIENTALI E CULTURALI 
I PIANI DI RIGENERAZIONE URBANA 
LA PROGRAMMAZIONE NEGOZIATA PER LO SVILUPPO SOCIOECONOMICO 
LE PROGRAMMAZIONI DEI FONDI STRUTTURALI EUROPEI 
LA PIANIFICAZIONE STRATEGICA DI AREA VASTA 
I GOVERNI DI AREA VASTA 
IL PROGETTO BIBLIOMURGIA 
IL SISTEMA TURISTICO LOCALE 
LE SMART CITIES
PIANO PAESAGGISTICO TERRITORIALE DELLA REGIONE PUGLIA 
PROGRAMMI PER LO SVILUPPO LOCALE
PARCO NAZIONALE ALTA MURGIA 
POLITICA D’IMMIGRAZIONE DELLA REGIONE PUGLIA
SISTEMA PUGLIA 
PUGLIA SOCIALE 
PIANI SOCIALI DI ZONA 
GLI INTERVENTI DI SVILUPPO SOSTENIBILE 
SMART SPECIALIZZATION STRATEGY 2020 
LE POLITICHE REGIONALI PER L’INNOVAZIONE 
INTERVENTI/ESPERIENZE DI SVILUPPO SOSTENIBILE IN EUROPA, GIAPPONE E SUD-AMERICA
INTERCULTURA IN AREA EURO-MEDITERRANEA
GAL MURGIA PIÙ 

LE ANALISI E LE VALUTAZIONI 
LEGISLAZIONE 
LE POLITICHE E I PROGRAMMI DELL’UNIONE EUROPEA
GLI INTERVENTI DEL GOVERNO NAZIONALE 
LE ATTIVITÀ DEI GOVERNI DELLA REGIONE PUGLIA
PROGRAMMI, PIANI E PROGETTI DI PROVINCE E COMUNI

ASPETTI METODOLOGICI 
RIFERIMENTI STORICO-TERRITORIALI E GIURIDICO-NORMATIVI
TIPOLOGIA DEGLI INTERVENTI
I RISULTATI DELL’ESPERIENZA
PROBLEMI E QUESTIONI APERTE
LE ACQUISIZIONI DA STUDI E RICERCHE
COSTRUZIONE DEL METODO
APPLICAZIONI


Pietro Perrucci

lunedì 14 aprile 2014

SMART CITIES IN ITALIA, ULTIMO STADIO DI UNA EVOLUZIONE

Fresco dell'ennesima fallimentare iniziativa di progettazione partecipata, mi è scattata una riflessione sul significato di smart cities, dal momento che neanche i docenti universitari appartenenti alla NOUVELLE BOUGEOSIE DE GAUCHE conoscono il loro significato. Per i progettisti è normale ignorare concetti, significati e senso di una smart cities, ma che lo ignorino i docenti universitari e soprattutto quelli del politecnico "I CAPITONI NELLA VASCA DA BAGNO", non lo accetto. Vuol dire che nelle altre esperienze di progettazione partecipata guidate sempre da docenti del politecnico "I CAPITONI NELLA VASCA DA BAGNO", il progetto se lo son portati da casa già bello e pronto, non tanto per non averlo voluto sviluppare in maniera condivisa e neanche per dire "QUI COMANDO IO"; il vero motivo era solo e soltanto una loro palese ignoranza, ignoranza, ignoranza.  

Da un punto di vista generale, alla definizione di smart cities ci si arriva solamente dopo un decennio di elaborazioni teorico-concettuali che hanno declinato in vario modo questo concetto, e cioè come città sostenibile, digitale, infrastrutturata, efficiente, competitiva, ma soprattutto come città intelligente sotto l’aspetto economico, della mobilità, dell’ambiente, delle partecipazione delle persone, del livello della qualità della vita, della governance.

Da un punto di vista più pratico, invece, si parla di smart cities per indicare un contesto di intervento rappresentato essenzialmente dalle grandi città, metropoli o megalopoli, nell’ambito delle quali si è proposto (o si sta realizzando) un intervento (o un insieme di interventi) diretto (diretti) a produrre vantaggi da un punto di vista gestionale per questi sistemi territoriali complessi, e vantaggi per le persone. Proprio le persone, in particolare, per soddisfare i propri bisogni non debbono più spostarsi per raggiungere il mercato per comprare beni e servizi di cui necessitano, ma bensì, grazie alle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, sono gli stessi beni e servizi che raggiungono le persone, quindi senza che queste si spostino, senza che queste sostengono nessun altro costo oltre quello per l’acquisto di beni e servizi.

In questo caso, il termine smart ha una doppia connotazione: intelligente sotto l’aspetto economico, perché fa risparmiare tempo e non fa sostenere i costi dello spostamento verso il mercato; intelligente sotto l’aspetto dell’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, perché si utilizza un sistema informatico, una piattaforma digitale, che è appositamente definita smart, che vuol dire proprio intelligente.

Stando a queste definizioni però, occorre dire che in Italia al modello delle smart cities non si arriva per caso o all’improvviso, ne tantomeno ci si arriva facendo il solito errore di contestualizzare, o di trasporre, o ancora di far nostro un processo che non è nostro, che non è della nostra cultura, che non è della tradizione delle nostre politiche per le città ed il territorio.

Pertanto, da un punto di vista degli interventi delle smart cities in Italia, si può arrivare ad concepire ed attuare un modello di questo tipo solo se si tien conto di quella lunga storia in cui si ritrovano immerse tanto la progettazione degli interventi, quanto l'elaborazione delle politiche per lo sviluppo delle città e dei sistemi territoriali.

Una storia che è possibile far risalire addirittura fino al 1970, e che ha come precedenti diversi stadi evolutivi, temporalmente collocati, teoricamente riferibili a documenti e/o atti di progetti e politiche e metodologicamente basati su ad approcci di programmazione del territorio. Grazie a questi, infatti, è possibile non solo concepire un adeguato modello di smart city, ma soprattutto è possibile attuarlo con successo.

Pertanto, sulla base dei miei studi, sono fermamente convinto che l’affermazione in Italia di una smart city passi per interventi che necessariamente contemplino e facciano propri almeno 5 elementi, 5 approcci, 5 precedenti modelli di sviluppo delle città e dei sistemi territoriali complessi, che sono: STRUTTURALISMO, FUNZIONALISMO, SOSTENIBILITÀ, INTEGRAZIONE, APPROCCIO STRATEGICO.

Mancando solo uno di questi elementi, non si consentirebbe l’affermazione di alcuna smart cities.

Pietro Perrucci

martedì 18 marzo 2014

Le SMART CITIES ed i rischi di una progettazione vaporosa, schiumosa e polverosa.

Vorrei specificare i rischi cui si va incontro quando si lavora sulla progettazione di interventi sulle smart cities.
Il tutto nasce da un incontro con il Ministro dell'economia del Brandeburgo, con il quale abbiamo discusso di approfonditamente di Smart Cities, a seguito di una presentazione della sua politica di smart cities.

La sua politica di sviluppo delle smart cities nel suo Lander mi è piaciuta moltissimo ed al momento, la ritengo in assoluto la migliore best-practice e l'unico benchmark di riferimento.

Però nel confrontare questa politica con le iniziative attualmente in atto vedo per l'ennesima volta i fantasmi dei disastri delle precedenti progettazioni. In più, sono almeno tre anni che sento parlare di smart cities in Italia e in Puglia, ma con esiti davvero impietosi; credo inoltre che si sia già in ritardo per correggere gli errori di metodo sugli interventi e processi già avviati, cosicché vi è una buona possibilità che i nostri interventi sulle smart cities siano caratterizzati da un tipo di progettazione polverose, schiumose e vaporose.

PROGETTAZIONE POLVEROSA. Scaturisce da un processi di programmazione ed insieme di pianificazione, ed è una progettazione eccessivamente, frammentata, dispersa, inconsistente e soprattutto basata sulla costruzione non già di specifici step di progettazione, ma sulla emersione di tante idee-progetto che alla fine nessuna di queste si sono trasformate in progetto.

PROGETTAZIONE SCHIUMOSA. Quando si insiste troppo su di un idea-progettuale senza arrivare mai a realizzarla. Scaturisce soprattutto (ma non solo) da processi eccessivamente insistiti su teoremi, costruzioni concettuali così eccessivamente e lungamente discussi che alla fine fanno perdere il contatto con la realtà e quindi con il contesto operativo

PROGETTAZIONE VAPOROSA. Viene meno la regola del "chi fa cosa", ovvero si è fatta una buona elaborazione di un'idea progettuale, un buon processo di progettazione in generale, ma sulla sua realizzazione i risultati sono disastrosi, con in più l'aggravante che non si capisce a chi attribuire la responsabilità del fallimento.

Prepariamoci, dunque, ad accogliere l'ennesimo fallimento.

Pietro Perrucci

sabato 1 marzo 2014

SPACE 4 YOU 2014

Credo per davvero che le attività aereospaziali possano essere un “driver” per la competitività e per la crescita della nostra economia regionale. E credo anche che la loro importanza vada ben oltre le diverse applicazioni  che si sono illustrate in questa due giorni di incontri di SPACE 4 YOU (27 e 28 febbraio 2014).

Infatti, con le loro esplorazioni, con le loro applicazioni nell’ambito della meccanica aerospaziale, telecomunicazioni e nell’ambito del monitoraggio degli elementi fisici del nostro pianeta e dello spazio in generale, le attività aerospaziali intervengono in tutti i settori dell’economia (agricoltura, ambiente, energia, infrastrutture e trasporti, industria, servizi, ricerca, ecc…) attraverso una serie di attività trasversali, quali:
innovazione;
sicurezza;
formazione;
mobilità;
educazione multidisciplinare e interdisciplinare;
sostegno alla domanda ed all’offerta;
prevenzione dei disastri meteorologici ed ambientali.

Ed è proprio questo apporto in termini di innovazione, sicurezza, mobilità, formazione, educazione multidisciplinare e interdisciplinare, prevenzione dei disastri meteorologici ed ambientali e sostegno alla domanda ed all’offerta, che le attività aerospaziali costituiscono il senso e il significato della loro funzione di “driver” per la competitività e per la crescita. Infatti, la loro trasposizione nei settori più tradizionali dell’economia porta quasi sempre ad un incremento degli investimenti, alla creazione di nuova impresa e alla creazione di nuovi posti di lavoro.

Questo è quanto si coglie dalle diverse esperienze e best-practice esposte dalle imprese enti e/o dagli organismi pubblico-privati che operano in questo settore o che gestiscono programmi di investimento e/o ricerca delle attività aerospaziali. Qui non posso fare a meno di rilevare come le illustrazioni più interessanti sono state quelle relative ai programmi NEREUS, COPERNICUS, GALLILEO, HORIZON 2020, SMART PUGLIA; meno interessanti sono state le esperienze di organismi pugliesi e nazionali che operano in attività aerospaziali, questo perché le loro esposizioni erano troppo intrise di assunti teorici, noiose ripetizioni e persino di inutili presenzialismi da parte dei burocrati loro rappresentanti.

Tra le cose che non mi sono piaciute, vi sono anche le intenzioni di alcuni burocrati di procedere alla ridicola attivazione di anacronistici approcci “top-down” nell’utilizzo dei prossimi finanziamenti europei della programmazione 2014-2020 e la confusione che è stata generata in questi due giorni tra i termini di cluster e distretti.

Ecco perché provo qui a dare una loro definizione. Il distretto è una forma di aggregazione di imprese che per gemmazione e/o per effetto della vicinanza territoriale a scala quasi sempre regionale e soprattutto locale, e che si caratterizza per lo svilupparsi di rapporti tra imprese largamente incentrato sulla sub-fornitura; il cluster, invece, è una forma di aggregazione di imprese, quasi sempre generata dalla nascita di nuove imprese, spinn-off, joint-venture, ecc…, da parte di imprese preesistenti, con l’intento di operare sinergicamente, facendo sistema attraverso il modello della rete/networking. Inoltre, mentre i distretti appartengono storicamente ad un modello di impresa di tipo manifatturiero e sono caratterizzati da una più ampia presenza di piccole e medie imprese, i cluster nascono per operare soprattutto nel settore della ricerca dell’innovazione, o anche per aggredire i mercati in maniera sinergica, e sono quasi sempre caratterizzati da una maggiore presenza di imprese di grandi dimensioni e dalla più spiccata propensione all’internazionalizzazione.

Tra le cose che mi sono piaciute, invece, vi sono state le relazioni delle best-practice di altri paesi europea, come Inghilterra, Portogallo, Spagna, Francia e Germania. Dai loro contributi, infatti, sono derivati gli spunti più interessanti, quali:
- “living lab”, una modalità di progettazione condivisa essenzialmente basata sulla co-progettazione e sulla sperimentazione/testing di ciò che si è progettato già in laboratorio;
- una metodologia di “analisi pre-progettuale di contesto” (se così si può dire), basata sulle attività di SCENARIO → SKILLS → TECHNO-MAPPING → TECHNO-ANALYSIS → SELEZIONE → FUNDING;
- “the small size smart cities policy”, suggerita dal Ministro dell’Economia e degli Affari Europei del Lander di Brandeburgo, Mr. Frank Lochter, che considero l’aspetto in assoluto più interessante di tutta l’iniziativa.


Pietro Perrucci






lunedì 3 febbraio 2014

16° WORKSHOP DELLA TECA DEL MEDITERRANEO SULLE BIBLIOTECHE E CENTRI DI DOCUMENTAZIONE

Molto interessante, forse il più interessante di tutti quelli che ho seguito perché si è messo al centro delle biblioteche il ruolo della persona, che forse è l’unico modo per fare qualcosa contro i dati allarmanti sulla ignoranza degli adulti italiani e della condizione dei bambini italiani rispetto alla fruizione dei servizi di biblioteca.

Dalle statistiche OCSE è infatti emerso che gli italiani,
- sono al penultimo posto nella conoscenza delle lingue straniere e della matematiche;
- portano con sé un tasso di alfabetismo funzionale del 50%, cioè metà degli italiani messi davanti ad un problema normale di lavoro e/o di vita dimostra di non avere adeguate competenze oppure dimostra di non saperle utilizzare;
- il 41% dei bambini italiani non legge alcun libro oltre quelli di scuola (Save the Children);
- il 30% dei bambini italiani non ha accesso alle biblioteche (Save the Children);
- in Italia l’accesso alle competenze ed alla cultura è fortemente compromesso dalla crescita del tasso di povertà e il tasso di povertà in Puglia è aumentato del 5%, con un trend di lungo periodo più elevato rispetto a tutte le altre regioni italiane;

Rispetto a questo scenario, il ruolo e la funzione delle biblioteche può essere fondamentale. Infatti, dalle esperienze che si sono raccontate, le proposte più interessanti sono state:
- “long-life learning” e “open long life learning”;
- ideas store;
- un sistema di interventi delle biblioteche strettamente connessi alla operatività, che deve discendere da regolamenti attuativi e dai contenuti programmatici delle leggi, quest’ultime a loro volta strettamente connesse alla programmazione degli interventi dei vari livelli di governo e delle varie istituzioni;
- spingere le biblioteche ad incrementare la loro funzione per lo sviluppo della creatività;
- percorsi interattivi di cittadinanza attiva sulle e nelle biblioteche;
- servizi per utenti delle biblioteche erogati dagli stessi utenti delle biblioteche;
- passaggio dalle “smart cities” alle “creative cities”.

Invece, rispetto a queste proposte, molto importante è risultato essere il processo di valutazione delle biblioteche e a tal proposito vi sono stati altri interessanti spunti su tecniche e strumenti di valutazione, quali:
- bilancio sociale (che non è come tecnica di valutazione, ma che lo si può considerare come strumento di valutazione)
- proxy evaluation
- ROI (anche se per a me pare essere molto inadeguato per una biblioteca);
- valutazioni in genere, centrate su contingenza valore e impatto;
- customer satisfaction per i tutti i servizi erogati.

Pietro Perrucci

venerdì 25 ottobre 2013

Osservazioni al PPTR completo




PROCESSO METODOLOGICO
Se per processo metodologico si intende il METODO oppure la METODOLOGIA, occorre evidenziare che da una analisi neanche troppo approfondita del PPTR si evince che una grave deficienza di questa pianificazione sta nel fatto che essa non è connessa ad alcuna programmazione e questo aspetto si pone in stretta coerenza con il generale andamento degli ultimi governi regionali che è quello di non fare più programmazione. Cosicché, l’elaborazione del PPTR risulta essere un processo a sé stante e perciò non connesso a quella sequenza di attività metodologicamente richieste, che vedono la pianificazione da un lato, essere preceduta dalle fasi di consenso, politica, policy e programmazione, e dall’altro lato, precedere le fasi di progettazione, organizzazione ed esecuzione dell'intervento.


Questa carenza metodologica ha comportato due principali conseguenze: la prima è data dal fatto che l’elaborazione del PPTR finisce per essere disgiunta dalle politiche e da altri processi decisionali in corso nella Regione Puglia; la seconda, è data dal fatto che non sono stati specificati il ruolo e la funzione che deve avere il territorio per evitare che questo vada in conflitto con il paesaggio.

Quindi, nei diversi documenti del PPTR, non è possibile dedurre come dev’essere considerato il territorio nelle politiche regionali per rendere la tutela e la salvaguardia del paesaggio compatibile con i seguenti obiettivi:
a) sviluppo locale;
b) economia agricola;
c) economia industriale;
d) i servizi alle famiglie ed alle imprese;
e) i servizi amministrativi e della P.A. in generale;
f) traiettorie territoriali della tecnologia e dell’innovazione;
g) delle dinamiche di antropizzazione ed immigrazione,
h) coesione economica, sociale e soprattutto territoriale;
i) dinamiche di internazionalizzazione e della globalizzazione;
j) interazione delle cinque principali dimensioni di governo territoriale che si congiungono intersecano sul territorio regioni (Stato Italiano, Unione Europea, area del Mediterraneo, Regione Puglia, Enti Locali);
k) fondi strutturali europei, politiche e programmi della stessa Unione Europea;
l) i programmi della cooperazione internazionale.

Perciò, il PPTR non fa assolutamente nulla per evitare che ciò che accade sul territorio sia causa di conflitto con le esigenze di tutela e salvaguardia del paesaggio.

Altro aspetto rilevante sul piano delle carenze metodologiche del PPTR riguarda l’assenza delle interconnessioni con le pianificazioni delle regioni confinanti (Molise, Campania e Basilicata); qui il punto è che il paesaggio non finisce con i confini amministrati regionali e né tantomeno la regione è una realtà chiusa, autoreferenziale, e pertanto sotto questo aspetto, ritengo il PPTR abbia trascurato un'altra importante questione. 




SCENARIO STRATEGICO
Un'altra importante carenza sul piano metodologico riguarda lo scenario strategico. In questo ambito, non viene specificato come le azioni di tutela e di valorizzazione del paesaggio contemplate dal PPTR siano connesse tanto ai suoi obiettivi generali, quanto ai suoi obiettivi specifici.
In secondo luogo, le azioni indicate nel PPTR non vengono qualificate, quando invece una buona prassi di pianificazione che richiami in sé anche un minimo di approccio strategico efficace, richiederebbe anche di procedere ad una qualificazione delle sue azioni come "dirette", "indirette" e "alternative". 
A tal proposito, si veda a mo’ di esempio un obiettivo come quello dello “sviluppo locale autosostenibile”, che è una definizione elaborata dal Prof. Alberto Magnaghi, ovvero da colui che al tempo stesso è pure il coordinatore scientifico del PPTR. Questo è un obiettivo generale, a sua volta articolato in tre obiettivi specifici (sviluppo, sviluppo locale e autosostenibilità), al quale non vengono connesse azioni di pianificazione.
In più, se si analizza nel merito questo obiettivo del PPTR, emerge prima di tutto che l’obiettivo dello “sviluppo locale autosostenibile” non può essere in sé per sé un obiettivo di una pianificazione: per la sua portata e per la sua importanza è semmai un obiettivo di un processo di policy o al limite un obiettivo di un processo di programmazione. A livello di pianificazione, invece, questo obiettivo generale può essere percepito solo in maniera destrutturata, ovvero recepito  non solo con obiettivi specifici, ma anche con “obiettivi operativi” e “obiettivi intermedi”, a loro volta modulati su base temporale e sulla base di una scala di priorità.
Se poi dovessimo tener conto del significato proprio del concetto “sviluppo locale autosostenibile” così come concepito dal Prof. Magnaghi nel suo saggio “Il Progetto Locale” (2001), occorre evidenziare anche che due elementi degli stessi termini che usa il per definire il suo concetto di (vale a dire il concetto di “sviluppo” e quello di “sviluppo locale”), oltre a non essere supportati dalle azoni di pianificazione, vengono riportati nel PPTR in maniera teorica, concettuale, discorsiva, e non in maniera pragmatica come invece si dovrebbe fare in una pianificazione. 
Per quanto riguarda invece il terzo elemento della definizione di "svilupo locale autosostenibile", e cioè l'elemento “autosostenibilità”, si deve evidenziare che mentre riceve dal suo autore una più complessa ed articolata trattazione rispetto ai concetti di “sviluppo” e di “sviluppo locale”, nel PPTR non solo non vengono indicate le azioni di pianificazione per l'autosostenibilità, ma non vengono specificati neanche i suoi contenuti teorici. Inoltre, i contenuti teorici del concetto di autosostenibilità sono anche di difficilissima traduzione sul piano della pianificazione. Ed infatti, come si fa a creare delle “regole insediative che risultino essere di per sé produttive di omeostasi locali e di equilibri di lungo periodo fra insediamento umano e sistemi ambientali”? Come si fa a “concepire delle azioni di valorizzare del luogo come patrimonio, non considerandolo nel suo valore d'uso, ma come sistema complesso ad alta vivibilità da non identificarsi con i localismi”? Ed infine, come si individuano azioni in grado di costruire “una nuova relazione coevolutiva fra abitanti e territorio in grado di determinare equilibri tra insediamento umano e ambiente”?

GOVERNANCE
Essendo stato elaborato e prodotto da tecnici esterni guidati dai burocrati della Regione Puglia, il PPTR è stato sostanzialmente un processo rigidamente pilotato dall’alto e di riflesso non è stato affatto un processo partecipato. Dimostrazione di ciò è riposta nel fatto che non sono state previste modalità inclusive dei vari attori alla elaborazione delle scelte. I diversi enti locali pugliesi interessati da questo processo sono stati chiamati più volte a produrre osservazioni, ma “mai” sono stati attivamente coinvolti in procedure di co-decisione e di co-pianificazione. Ovviamente, la rigidità di questo processo imposto dall’alto ha fatto sì che non venissero indicate neanche le “modalità di implementazione delle decisioni”, né prima, né durante, né dopo, il processo di elaborazione del PPTR.

In pratica, quindi, gli enti locali pugliesi, così come tutti gli altri attori che potevano essere coinvolti a livello decisionale su questo piano, non hanno mai avuto una reale possibilità di condividere l’elaborazione del PPTR; è stata loro permessa la sola produzione e/o raccolta di osservazioni che purtroppo non sono affatto significative né di condivisione, né di inclusione e né tantomeno di partecipazione. E sotto quest’ultimo aspetto, ritengo che la stressa realizzazione del PPTR sia poco conforme alle norme della partecipazione contenuti nella Direttiva 2001/42/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 27 giugno 2001, recepiti nel nostro ordinamento con il Decreto Legislativo n. 152/2006 e con il Decreto Legislativo n. 156/2006.

La comunicazione, quindi, si è a sua volta adeguata alla rigidità di questo processo ed è stata di tipo “top-down”, non funzionando quasi per definizione. Inoltre, sulla qualità dei dati pubblicati occorre dire che manca qualsiasi informazione per valutare la sostenibilità di tutto il processo di governance legato alla elaborazione del PPTR. Per cui, se ci si volesse esprimere in maniera puntuale, non conoscendo in dettaglio i costi del PPTR, si possono constatare soltanto l'elevato numero di tecnici e burocrati coinvolti e l’enormità del lavoro effettuato, i cui costi, potendosi facilmente immaginare molto elevati, fanno propendere una inaccettabile insostenibilità di questo processo.

Un ultimo aspetto che interessa la governance riguarda l'assenza delle modalità di soluzione delle conflittualità che vi sono sul territorio e sotto questo aspetto tutto il “sistema di elaborazione delle  decisioni” legato alla governance appare completamente svuotato dei suoi contenuti più importanti.


IL SISTEMA DELLE TUTELE: INDIVIDUAZIONE DEI BENI PAESAGGISTICI
Ci sono alcuni beni ambientali, storici e culturali, che sono parte integrante del paesaggio pugliese, ma che essendo di proprietà privata possono facilmente sfuggire al sistema delle tutele predisposto dal PPTR. Il riferimento riguarda i muretti a secco, gli jazzi, le cisterne, i piloni, i tratturi ed anche le masserie, che a mio modo di vedere andrebbero tutelate in maniera assai più approfondita ed articolata rispetto a quanto previsto dal PPTR. Che questa sia stata una dimenticanza o una precisa scelta di pianificazione non lo si può sapere con certezza per mancanza di comunicazione sul PPTR; ad ogni modo, è bene ribadire in sede di osservazioni che se un qualsiasi bene privato che sia parte integrante del paesaggio, questo bene oltre ad essere oggetto delle azioni di tutela e valorizzazione del PPTR, deve essere altresì oggetto di un “apposito sistema di monitoraggio continuo”. 

Ed è proprio a tal proposito che deve essere ribadito che è proprio nell’uso o nella gestione privata che se ne fa dei beni ambientali storici, culturali e paesaggistici, che ha origine la quasi totalità delle conflittualità che il territorio esprime nella contrapposizione tra le dinamiche di “conservazione” e quelle di “trasformazione” del paesaggio.


IL SISTEMA DELLE TUTELE: INDIVIDUAZIONE DEGLI ULTERIORI CONTESTI PAESAGGISTICI
Sul piano degli ulteriori contesti paesaggistici da contemplare nel PPTR è mancato anche un approccio geografico ed antropologico alla elaborazione del PPTR: gran parte del lavoro è stato fatto su base cartografica e dunque scarsissima attenzione è stata riposta all’analisi dei sistemi territoriali che determinano il paesaggio pugliese. Di conseguenza, il paesaggio è stato considerato come una entità statica, quando invece esso è una realtà dinamica, evolutiva, interconnessa con altre dimensioni altrettanto dinamiche, quali sono quella dell’economia, della società, della tecnologia e della cultura. In tal senso, si doveva prevedere non solo un sistema di azioni volte alla emersione delle dinamiche e dei processi in atto sul territorio, ma soprattutto si doveva prevedere un sistema di azioni volte alla emersione di nuovi beni paesaggistici, nonché azioni che mirano al recupero di aree degradate, con la possibilità che queste venissero riclassificate a beni ambientali e quindi a beni paesaggistici. Ovviamente, queste azioni di recupero di aree degradate e loro riclassificazione a beni ambientali e paesaggistici, dovevano essere definite in un apposito obiettivo generale del PPTR che a sua volta doveva essere anche un obiettivo di assoluta priorità. In ultimo, la cartografia avrebbe dovuto contemplare la proiezione territoriale delle dinamiche e dei processi geogrfico-antropologici in atto sul territorio, carenza questa davvero inspiegabile.


NORME TECNICHE DI ATTUAZIONE

Sulle norme tecniche di attuazione, io credo che si sia fatta un bel po’ di demagogia da parte del governo regionale. Mancando un riferimento specifico al ruolo ed alla funzione che dovrebbe avere il territorio nelle politiche regionali, il PPTR è stato concepito soltanto alla stregua quasi esclusiva di vincoli ambientali, paesaggistici, storici, ecc…; pertanto, sono mancate quelle indicazioni coerenti sulle modalità di utilizzo del territorio, coerenti con l’esigenza di tutela e di salvaguardia del paesaggio e che, d'altra parte, avrebbero pure sostanziato e qualificato l’elemento “territoriale” nell'ambito di questo piano paesaggistico.
Altro aspetto ancor più marcatamente demagogico è stato quello che riguarda le scelte dell’attuale Governo regionale, che da un lato, mette in atto una notevole attività per realizzare il PPTR e dall’altro lato, acconsente che sul territorio regionale si legalizzino autentici processi di distruzione del paesaggio attraverso l’installazione di pale eoliche. Perciò, a questo punto mi pongo diversi  interrogativi:

1)      che senso ha parlare di norme tecniche di attuazione, ovvero di vincoli, quando la stessa attuazione del PPTR è contestuale a processi di degrado paesaggistico?
2)      che senso ha parlare di pianificazione paesaggistica e territoriale quando si pongono soltanto dei vincoli?
3)      non sarebbe stato meglio elaborare un insieme di regole sull’uso del territorio e sulle tutela del paesaggio e quindi elaborare un regolamento giuridico-amministrativo che sarebbe costato molto meno del PPTR?
4)      perché si acconsente a taluni soggetti e a talune imprese di installare pali eolici, magari anche vicino ad aree ad alto valore ambientale e paesaggistico, mentre non a tutti i cittadini privati è di fatto consentita l’installazione di pali per il mini-eolico?
5)      perché si fa passare l’installazione di pali eolici per “sviluppo locale autosostenibile”, quando è fuori discussione che i pali eolici sono un detrattore di paesaggio?
6)      come si può pensare che i parchi eolici possano essere “produttivi di quelle regole insediative di per sé produttive di omeostasi locali e di equilibri di lungo periodo fra insediamento umano e sistemi ambientali” ? (citazione del Prof. Magnaghi)
7)      come si può pensare che i pali eolici “valorizzino il luogo come patrimonio … (tra l'altro) … considerandolo non nel suo valore d'uso, ma come sistema complesso ad alta vivibilità e che non porta ad alcuna identificazione con i localismi”? (citazione del Prof. Magnaghi)
8)      ed infine, come si può pensare che i pali eolici costruiscano “una nuova relazione coevolutiva fra abitanti e territorio in grado di determinare equilibri tra insediamento umano e ambiente”? (citazione del Prof. Magnaghi)


ALTRO

A mio avviso il PPTR andrebbe concepito in maniera assai diversa, tenendo conto proprio di tutti gli aspetti che qui ho evidenziato; salverei la sola sezione cartografica che, tra l’altro, già contiene in sé le procedure per modifiche ed adeguamenti per le imprecisioni che pure si possono facilmente immaginare. Inoltre, il PPTR deve essere integrato con un sistema di monitoraggio continuo del paesaggio e del territorio; suggerirei, perciò, l’elaborazione di un apposito progetto che renda efficace un monitoraggio continuo del territorio finalizzato alla tutela e alla salvaguardia paesaggistica.

Pietro Perrucci

PPTR, osservazioni per la scheda comunale

PROCESSO METODOLOGICO
Se per processo metodologico si intende il METODO oppure la METODOLOGIA, occorre ribadire che una grave deficienza di questa pianificazione sta nel fatto che il PPTR non è connesso ad alcuna programmazione del territorio.

SCENARIO STRATEGICO
Non si capisce come le azioni le azoni di tutela e di valorizzazione del paesaggio possano essere connesse tanto ai suoi obiettivi generali, quanto ai suoi obiettivi specifici. Si veda ad esempio un obiettivo come quello dello “sviluppo locale autosostenibile”: essendo questo un obiettivo generale articolato in tre obiettivi specifici (sviluppo, sviluppo locale e autosostenibilità) non si capisce quali azioni sono da connettere a questo obiettivo, sia a livello generale, sia a livello specifico. Inoltre, le azioni indicate nel PPTR non vengono qualificate, quando invece una buona prassi di pianificazione richiederebbe di qualificare tutte le sue azioni come "dirette", "indirette" e "alternative".

GOVERNANCE
Essendo stato elaborato e prodotto da tecnici e burocrati guidati da una precisa volontà politica, il PPTR non è stato affatto un processo partecipato. Di conseguenza, non sono state previste modalità inclusive per la partecipazione degli enti locali pugliesi alla elaborazione delle scelte e delle decisioni del PPTR. In più, gli enti locali pugliesi, così come tutti gli altri attori che potevano essere coinvolti a livello decisionale su questo piano, ad oggi non hanno mai avuto una reale possibilità di condividere l’elaborazione del PPTR. Ci si è limitato alla sola produzione e/o raccolta di ossrvazioni che non sono affatto significative di condivisione, inclusione e né tantomeno di partecipazione. La comunicazione, quindi, è stata di tipo “top-down” e non ha funzionato quasi per definizione. Ovviamente, anche sulla sostenibilità del processo di governance, non ci si può esprimere in maniera precisa perché non si conosce il dettaglio dei costi; però, dato l'elevato numero di tecnici e burocrati coinvolti e data anche l’enormità del lavoro effettuato, i costi si possono solo immaginare molto elevati cosicché per il PPTR se ne deduce anche una sua insostenibilità sul piano della governance. Un ultimo aspetto che interessa la governance riguarda l'assenza delle modalità di soluzione delle conflittualità che vi sono sul territorio e sotto questo aspetto il sistema delle decisioni legato alla governance appare completamente svuotato dei suoi contenuti

IL SISTEMA DELLE TUTELE: INDIVIDUAZIONE DEI BENI PAESAGGISTICI
Ci sono alcuni beni ambientali, storici e culturali, che sono parte integrante del paesaggio, ma che essendo di proprietà privata e il PPTR non ha predisposto per loro un apposito sistema delle tutele. Il riferimento è ad alcune modalità di antropizzazione del territorio regionale i cui segni importanti sul piano paesaggistico sono i muretti a secco, gli jazzi, le cisterne, i piloni, i tratturi ed anche le masserie. Non si sa se è questa sia stata una dimenticanza o una precisa scelta di pianificazione; ad ogni modo, se un qualsiasi bene privato è parte integrante del paesaggio, questo bene oltre ad essere oggetto delle azioni di tutela e valorizzazione del PPTR, deve essere altresì oggetto di un apposito sistema di “monitoraggio continuo”.

IL SISTEMA DELLE TUTELE: INDIVIDUAZIONE DEGLI ULTERIORI CONTESTI PAESAGGISTICI
È mancato anche un approccio geografico ed antropologico alla elaborazione del PPTR: gran parte del lavoro è stato fatto su base cartografica e dunque scarsissima attenzione è stata riposta all’analisi dei sistemi territoriali che determinano il paesaggio pugliese. Di conseguenza, il paesaggio è stato considerato come una entità statica, quando invece esso è una realtà dinamica, evolutiva, interconnessa con altre dimensioni altrettanto dinamiche, quali sono quella dell’economia, della società, della tecnologia e della cultura. In tal senso, si doveva pensare anche al recupero di aree degradate e alla possibilità che queste potessero diventare parte del paesaggio; perciò la loro riclassificazione a beni paesaggistici e/o ambientali dovrebbe essere un obiettivo di assoluta priorità del PPTR.

NORME TECNICHE DI ATTUAZIONE
Non è possibile concepire tutto il PPTR alla stregua quasi esclusiva di vincoli ambientali, paesaggistici, storici, ecc… Inoltre, che senso ha parlare di norme tecniche di attuazione ovvero di vincoli quando la stessa attuazione del PPTR è contestuale a processi di degrado paesaggistico? Si veda a tal proposito l’installazione di pale eoliche, attraverso cui si sta facendo passare per sviluppo del territorio un intervento ad elevato impatto e degrado del paesaggio, quando invece le stesse pale eoliche sono un detrattore di paesaggio.

ALTRO
A mio avviso il PPTR sarebbe tutto da riscriverlo, tralasciandone la sola sezione cartografica che già contiene in se le procedure per modifiche ed adeguamenti. Inoltre, il PPTR deve esere integrato con un sistema di monitoraggio continuo del paesaggio e del territorio. Suggerirei, perciò, l’elaborazione di un apposito progetto per questo monitoraggio continuo del paesaggio e del territorio.

Pietro Perrucci

giovedì 24 ottobre 2013

PPTR Osservazioni per la scheda comunale

PROCESSO METODOLOGICO Se per processo metodologico si intende il METODO oppure la METODOLOGIA, occorre ribadire che una grave deficienza di questo processo di pianificazione sta nel fatto che il PPTR non è connesso ad alcuna programmazione del territorio. SCENARIO STRATEGICO Non si capisce come le azioni le azoni di tutela e di valorizzazione del paesaggio possano essere connesse tanto ai suoi obiettivi generali, quanto ai suoi obiettivi specifici. Si veda ad esempio un obiettivo come quello dello “sviluppo locale autosostenibile”: essendo questo un obiettivo generale articolato in tre obiettivi specifici (sviluppo, sviluppo locale e autosostenibilità) non si capisce quali azioni sono da connettere a questo obiettivo. Inoltre, le azioni indicate non vengono specificate né come dirette, né come indirette, né tantomeno come alternative. GOVERNANCE Essendo stato elaborato e prodotto da tecnici e burocrati regionali, il PPTR non è stato affatto un processo partecipato. Di conseguenza, non sono state previste modalità inclusive per la partecipazione degli enti locali pugliesi alla elaborazione delle scelte e delle decisioni del PPTR. In più, gli enti locali pugliesi, così come tutti gli altri attori che potevano essere coinvolti a livello decisionale su questo piano, ad oggi non hanno mai avuto una reale possibilità di condividere l’elaborazione del PPTR... Ci si è limitato alla sola produzione di ossrvazioni che non sono affatto significative di condivisione, inclusione e ne tantomeno di partecipazione. La comunicazione, quindi, è stata di tipo “top-down” e non ha funzionato quasi per definizione. Ovviamente, anche sulla sostenibilità del processo di governance, non ci si può esprimere in maniera precisa perché non si conosce il dettaglio dei costi; però, dato l'elevato numero di tecnici e burocrati coinvolti e data anche l’enormità del lavoro effettuato, i costi si possono solo immaginare molto elevati cosiché per il PPTR se ne deduce anche una sua insostenibilità sul piano della governance. IL SISTEMA DELLE TUTELE: INDIVIDUAZIONE DEI BENI PAESAGGISTICI Ci sono molti beni ambientali, storici e culturali, che sono parte integrante del paesaggio, ma che essendo di proprietà privata e il PPTR non ha predisposto per loro un apposito sistema delle tutele. Non si sa se è questa sia stata una dimenticanza o una precisa scelta di pianificazione; ad ogni modo, se un qualsiasi bene privato è parte integrante del paesaggio, questo bene oltre ad essere oggetto delle azioni di tutela e valorizzazione del PPTR, deve essere altresì oggetto di un apposito sistema di “monitoraggio continuo”. IL SISTEMA DELLE TUTELE: INDIVIDUAZIONE DEGLI ULTERIORI CONTESTI PAESAGGISTICI È mancato anche un approccio geografico ed antropologico alla elaborazione del PPTR: gran parte del lavoro è stato fatto su base cartografica e dunque scarsissima attenzione è stata riposta all’analisi dei sistemi territoriali che determinano il paesaggio pugliese. Di conseguenza, il paesaggio è stato considerato come una entità statica, quando invece esso è una realtà dinamica, evolutiva, interconnessa con altre dimensioni altrettanto dinamiche, quali sono quella dell’economia, della società, della tecnologia e della cultura. In tal senso, si doveva pensare anche al recupero di aree degradate e alla possibilità che queste potessero diventare parte del paesaggio; perciò la loro riclassificazione a beni paesaggistici e/o ambientali dovrebbe essere un obiettivo di assoluta priorità del PPTR. NORME TECNICHE DI ATTUAZIONE Non è possibile concepire tutto il PPTR alla stregua quasi esclusiva di vincoli ambientali, paesaggistici, storici, ecc… Inoltre, che senso ha parlare di norme tecniche di attuazione ovvero di vincoli quando la stessa attuazione del PPTR è contestuale a processi di degrado paesaggistico? Si veda a tal proposito l’installazione di pale eoliche, attraverso cui si sta facendo passare per sviluppo del territorio un intervento ad elevato impatto e degrado del paesaggio. ALTRO Il PPTR abbisogna di un sistema di monitoraggio continuo del paesaggio e del territorio. Suggerirei, perciò, l’elaborazione di un apposito progetto di monitoraggio che, attraverso l’assunzione di nuovo personale, si possa realmente conseguire quell’ambizioso obiettivo di sviluppo, sviluppo locale e autosostenibilità. Pietro Perrucci